Il maestro
di Andrea Di Stefano
Anni Ottanta. Pierfrancesco Favino si chiama Raul Gatti, gira coi rayban anche di notte, ogni tanto fa pure “miao”, flirta, piace, vuole piacere. È fuori forma ma mette un’inserzione per proporsi come coach di tennis. In gioventù era stato più che una promessa… Quindi viene chiamato dal padre ingegnere di un giovanissimo tennista che vuole provare la strada dei tornei giovanili verso il professionismo. Il genitore (forse un po’ troppo ragioniere) ha scritto un manuale di codici per il figlio e lo costringe a giocare in difesa, come insegna Sun-Tu nell’Arte della guerra. Ma ci vorrebbe un maestro vero. Gatti è divertente, seduttore, piace alle donne, ma sotto i polsini elastici nasconde qualcosa che ha a che fare con le medicine che non prende più: carica il ragazzino su una Jaguar e lo porta a perdere sui campi di gara e a capire che forse non è uno da Wimbledon. Il lento percorso di sconfitta in sconfitta sfiora la catastrofe e un paio di sottofinali sentimentali, eppure ogni tanto il film tira qualche bel colpo e ricorda certe commedie all’italiana sui mattatori con l’anima malata.





































