Dead Man’s Wire
di Gus Van Sant
Dead Man’s Wire, “il cavo dell’uomo morto” è proprio un filo di ferro collegato da una parte a un fucile a pompa e dall’altra al collo dell’uomo che morirà se tenterà di fuggire o farà movimenti meno che cauti. Tony Kiritsis (Bill Skarsgaard) tiene il fucile, Richard Hall ha il cavo al collo. Tony si sente truffato dalla Meridian Mortgage Company per certi giri del suo prestito, Richard è il figlio del capo della compagnia. Tony ha preparato e calcolato tutto (soprattutto l’arrivo della polizia e delle televisioni) per poter dire in diretta su ogni canale che è stato truffato, che vuole 5 milioni di danni, che vuole essere preventivamente assolto e lasciato andare libero. La storia originale è vera, avvenne nel ’77 e la differenza è che come al solito i veri protagonisti erano di aspetto mediocre, infuriati e spaventati e gli attori invece sono sempre fascinosi. Sarà per la presenza immobile di Al Pacino nel ruolo del padre capo supercinico, ma questo “cavo dell’uomo morto” lo ribattezzerei “Quel pomeriggio di un giorno da cavi” (cavi e non cani), ricorda nell’uso dei colori altre cose di Van Sant, è stato definito un omaggio al cinema degli anni Settanta (è pantografato sulle immagini delle brutte riprese tv di allora) e a parte la performance esagitata di Skarsgaard riserva una sola sorpresa e molte cose già viste al cinema…







































