A House of Dynamite
di Kathryn Bigelow
Dal pacifico sale nel cielo qualcosa che sfreccia verso gli Stati Uniti: avamposti militari incerti, basi di ricognizione satellitare incredule, strutture di difesa in fibrillazione, Pentagono che abbassa il numero del DefCon (lo stato di allerta: a 1 è guerra) politici che cercano vie diplomatiche attaccati ai computer e ai telefoni. Il film è avvolto da una nuvola di acronimi, sigle e codici che in due parole vogliono dire: è un razzo, forse l’hanno lanciato i coreani, forse ha una testata nucleare, i nostri missili di difesa non riescono a intercettarlo, tra una manciata di minuti potrebbe cadere su Chicago e non riusciamo a crederci. Vittime stimate dieci milioni, per ricaduta radioattiva un altro milione. Comunicare? Mediare? Bombardare? Verremo creduti o faremo la figura dei fessi? Il film della Bigelow ha tutte le caratteristiche di un film di guerra in cui però quella manciata di minuti prima di arrivare al dunque viene ripresa e analizzata più volte dalle diverse angolazioni: ilpunto di vista dei soldati, degli strateghi, dei generali, dei politici eccetera. Laddove non è chiaro per chi non si eccita per i giochi di guerrasupplisce la carica di adrenalina del montaggio convulso. È il film di guerra più credibile (anche per il numero di armi e strategie che non funzionano) e meno bellico degli ultimi tempi, perché tutti i punti di vista, le ideologie, le tecnologie e le paure portano sempre allo stesso risultato: se dovesse succedere sarebbe la fine del mondo dal momento che viviamo tutti in una casa costruita con la dinamite. Gioco a somma zero, non vincerebbe nessuno.







































