Ferdinando Scianna il fotografo dell’ombra
di Roberto Andò
L’ombra del titolo serve a Scianna per dire ha sempre avuto un rapporto privilegiato con la luce (più forte è il sole più densa è l’ombra e il contrasto) e con la spontaneità. I suoi ricordi di bambino che aggirava con una Hasselblad “come un giocattolo” a riprendere un po’ per scherzo un po’ per utilità burocratica i calciatori locali e poi i compagni e le compagne di scuola preludono a una carriera di grande testimone dell’umanità e dei suoi riti: nel senso che come disse l’antropologo De Martino “solo chi ha un villaggio nella memoria può fare un’esperienza cosmopolita“. E Scianna ha nel cuore Bagheria e le amicizie (i vivi, tanti, e i morti, per esempio Sciascia) e arriva con nonchalance a dialogare con Cartier Bresson e a riprendere Borges come un cieco veggente. Ma a sentire lui, che nel film di Andò si rivela anche buon lettore e nel cuore aspirante scrittore, non fece mai troppa fatica: “Sono stato fortunato, ero lì e senza fare un cazzo schiacciavo un bottoncino e registravo la realtà”. Davvero?





































