«In prima liceo avevo un professore che ci faceva giocare a calcio durante le lezioni di educazione fisica. Così ci siamo cambiati tutti il nome alla brasiliana. Il mio cognome Righi è diventato Righeira e Johnson è venuto perché mi piacevano i nomi tipo Hamilton, Enderson, Emerson, che sembravano dei cognomi. Volevo sembrare una sorta di oriundo brasiliano. Poi venne l’idea di usarlo in un contesto assolutamente diverso come quello di fare musica.» Così Stefano Righi ricorda la nascita del suo pseudonimo artistico Johnson Righeira. Il musicista, produttore e cantautore torinese è stato uno dei giganti musicali degli anni 80 insieme al “fratello” Stefano Rota, in arte Michael Righeira, sfornando come, inutile aggiungerlo, Righeira hit del calibro di Vamos a la Playa e No tengo dinero (entrambe del 1983) e L’estate sta finendo del 1985, tormentoni estivi senza tempo.

Non ha mai smesso di svolgere un’attività musicale, in particolare come produttore e responsabile dell’etichetta Kottolengo Recordings, collaborando con gli artisti “demenziali” Riz Sarnataro e Powerillusi, tentando una reunion del duo tra il 1998 e il 2007, dopo la separazione del 1992. Il suo grande ritorno è avvenuto con la partecipazione all’ultimo Sanremo a fianco dei Coma_Cose nella serata delle cover: «ho perso 11 chili per presentarmi al festival, nonostante non sia apparso particolarmente magro nemmeno lì. Ma prima ero peggio, perché la vita in campagna non è che aiuti. C’è sempre qualche sagra e da noi in Piemonte ci sono le merende, chiamate sinoire, che diventano delle cene a base di salami, formaggi, vino… Tutto questo non è assolutamente né dietetico né consigliabile.»

Durante l’estate Johnson ha proposto un nuovo singolo, Chi troppo lavora (non fa l’amore), che aveva l’intenzione e anche qualche caratteristica, sia per il testo che la facilità del ritornello, di diventare un altro tormentone da allineare ai suoi precedenti, ma… «una canzone diventa un tormentone quando ha una diffusione capillare, specie tramite i maggiori network radiofonici. Questo mio singolo, che è un invito alla vita, a una vita un po’ più slow, avrebbe potuto diventarlo. I ragazzi ai concerti mi urlano “dai Johnson che spacca”, lo cantano e lo ballano insieme, però è stato un po’ dimenticato. Il tormentone è una roba seria, solo quando ti inchioda e non ti molla più si può parlare veramente di tormentoni.»

Da Jovanotti per il suo tour ai Coma_Cose a Sanremo, fino ai due componenti dello Stato Sociale presenti nel tuo ultimo singolo, sono in molti a voler collaborare con te. Come ti fa sentire questa attenzione?

«Molto felice, perché indubbiamente lavorare anche con persone di altre generazioni, più giovani, ti permette di guardare le cose da un’altra prospettiva, molto diversa dalla tua. È quel guardare avanti che io ho sempre cercato di fare. Chi certe cose le ha vissute riesce difficilmente a vederle in maniera differente, avere una visione nuova è il bello di collaborare con i giovani. E poi sia Coma_Cose, sia lo Stato Sociale, sia Dangen D’Amico, con cui ci sarà forse una collaborazione, è tutta gente che viene un po’ dall’underground, come i Righeira. Quindi c’è un terreno comune di partenza, anche se poi ci sono esperienze musicali diverse, che comunque vanno tutte a finire nel pop, che è la mia cifra stilistica. Mi fa piacere collaborare con artisti che hanno seguito a loro modo il mio stesso percorso e mi fa stare molto bene, perché avverto più rispetto da personaggi molto più giovani di me che dai miei contemporanei, soprattutto all’epoca.»

A proposito di anni 80, hai fatto anche una canzone intitolata Ho sempre odiato gli anni 80

«Era detto in maniera molto ironica. La canzone è un elenco di citazioni di personaggi, oggetti, film, degli 80 in senso molto affettuoso. Lo stesso video è stato fatto con l’auto di Ritorno al futuro. Ricorda che appunto non ci siamo liberati ancora degli eighties e in qualche modo li celebra.»

Sei stato uno dei giganti musicali di quegli anni. Quali pensi siano i cambiamenti che, da allora a oggi, sono stati determinanti nel modo di pensare alla musica?

«Innanzitutto la scomparsa del supporto, che io trovo sia una cosa brutta, perché in qualche maniera col supporto fonografico la musica aveva una sorta di necessità. Era qualcosa di concreto: c’era un oggetto che conteneva la musica. Adesso c’è il telefonino, ma uno smartphone non contiene solo musica, contiene tutto. E contiene tutta la musica, mentre un disco, un Lp, un cd, contiene la musica che uno ha scelto. Era quasi un feticcio.

L’altro cambiamento è che le piattaforme di streaming hanno rivoluzionato il modo di fruire la musica e soprattutto che tutto questo ha fatto sì che i cantanti non guadagnano più niente. Per guadagnare dagli streaming devi fare dei numeri che pochissimi al mondo fanno. »

foto di Luca Marenda

Hai sempre utilizzato il look per avere una tua riconoscibilità e anche per esprimere in qualche modo te stesso. Qual è il valore aggiunto che il look offre a un artista?

«Il look sicuramente negli anni 80 è stato fondamentale, tutti ne avevano uno. Prima c’era il punk, poi la new wave, e i Righeira prendevano un po’ da tutti, anche dalla moda italiana, Armani, Versace, che stavano per conquistare il mondo. Mischiavamo molto, partivamo da una cosa new wave e la riempivamo di colori, senza il nero, poi ci divertivamo, giocavamo molto con il look. Abbiamo avuto anche un periodo flower power anni 70, con i capelli lunghi, i fiori dappertutto, le tuniche.

Adesso è un po’ diverso anche se io continuo ad alternare vestiti molto sgargianti, molto particolari ad abbigliamenti un po’ più rock‘n’roll, perché mi sento, non tanto musicalmente, ma più come attitudine un vecchio punk, un po’ il Johnny Rotten italiano.»

Hai fatto cinque mesi di prigione da innocente, eppure non l’hai mai cantato in un brano. È perché pensi che le canzoni non debbano essere troppo autobiografiche o non debbano avere contenuti anche sociali decisi?

«Soprattutto perché vorrei che non si parlasse più di questa storia, dato che in internet è pieno di hater e di troll che fanno dell’ironia. Qualcuno l’ho anche querelato, prendendo dei soldi. È stata una storia di 30 e passa anni fa, una brutta storia che è finita lì. Io faccio musica, parliamo di altro. Del resto nessuno va più a chiedere a Vasco del mese di galera che si è fatto un sacco di anni fa.»

La tua etichetta Kottolengo Recordings c’è ancora?

«Il nuovo singolo è uscito anche come Kottolengo, però l’etichetta è un po’ in stand by perché ha avuto un’attività abbastanza intensa per un periodo, poi ci siamo messi in pausa per capire che direzione prendere. Il mercato oggi è difficile da affrontare per chi non è abituato a fare dei dischi e a venderli, per cui ci stiamo pensando. Kottolengo è diventato un po’ il mio brand e appena ho un po’ di tempo mi metterò a capire come far uscire nuovi dischi, intanto sono uscite delle t-shirt Kottolengo by Johnson Righeira e magari uscirà il vino della Kottolengo. Sta diventando un po’ marinettiana, nel senso che si occupa di cose di vario genere, così come fecero i futuristi con i vari manifesti, del teatro, della moda, della cucina. C’è un po’ un atteggiamento vagamente futurista. Del resto io mi sono sempre dichiarato futurista e lo sono ancora. È una situazione pertinente.»

A proposito, visto che fai anche il viticoltore: è più facile produrre un buon vino oppure una buona canzone?

«Bella domanda. Devo dire che di base ci vuole sempre una buona idea, quello che vuoi ottenere. Che tipo di vino, ad esempio. Non essendo un tecnico del settore mi sono avvalso di professionisti, cui ho spiegato che vino avevo in mente. Non sono un sommelier, ma so più o meno cosa si può ottenere dai vitigni della mia zona, del Canavese. Tipo l’Erbaluce di Caluso, che è un bianco autoctono di qui. Insieme ai professionisti abbiamo cercato di ottenere un vino di una tipologia abbastanza precisa e mi sembra che ci siamo abbastanza riusciti, anche se chiaramente ogni anno è diverso e la nostra è una piccola produzione ed è più facile che l’uva cambi da un anno all’altro. Più quantitativi hai più è facile che il prodotto diventi omogeneo, con un migliaio di bottiglie le variazioni sono più sensibili. È un po’ il bello del vino, che non è mai uguale, anche se fatto nello stesso modo.»

Un po’ come le canzoni…

«Esatto sì. Anche nella musica hai bisogno di professionisti, un produttore, un arrangiatore, dei musicisti che suonano. È un po’ lo stesso discorso, è sempre un modo per raccontare storie. L’importante è avere una bella storia da raccontare, quello sì.»

foto di Luca Marenda

Hai detto che il motto della tua vita è “se ti conosci ti eviti”. Perché l’hai scelto?

«Perché sintetizza l’eterna lotta contro sé stessi. Il fatto di conoscersi, sapere quali sono i propri limiti e cercare di evitare le difficoltà che uno già ha individuato. Come quando si dice: “stasera esco solo un attimo, non faccio tardi e non bevo” e poi ci si ritrova alle cinque del mattino ubriachi per strada. E lo sapevi che sarebbe finita così. Se lo sai già devi incatenarti in casa per non uscire a nessun costo. È un po’ il simbolo dell’eterna lotta contro sé stessi.»

Un saggio proverbio dice “non c’è due senza tre”. Sono passati dieci anni dalla seconda separazione da Michael Righeira…

«Ci siamo sentiti pochi giorni fa e siamo in rapporti assolutamente cordiali. Dieci anni fa ho definito quella separazione definitiva perché non avevamo più delle visioni compatibili e quindi non c’erano i presupposti per poter collaborare. Con questo non si può dire assolutamente che sia impossibile in un futuro magari una reunion, chi lo sa? Adesso non la vedo all’orizzonte ma non si può escludere nulla in realtà nella vita per cui…»

Insieme avete fatto un album che si intitola Bambini forever. Adesso, a 65 anni, come ti senti?

«Mi sento come un ragazzino contenuto in un involucro che comincia ad avere la data di scadenza sopra. È un po’ strano perché dentro di me non sento alcuna differenza, è solo il mio corpo che me la fa sentire.»

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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