Keith Jarrett
New Vienna (ECM/Ducale)
Voto: 8
In occasione del compimento degli 80 anni di Keith Jarrett, la sua etichetta storica, la tedesca ECM, pubblica un altro dei grandi concerti che il pianista americano ha registrato durante la sua ultima tournée europea, datata 2016. New Vienna ripropone l’evento della capitale austriaca e, come sempre per le sue performance di piano solo, non ha una vera e propria scaletta dei brani – intitolati tutti New Vienna e divisi in nove parti, cui fa seguito il bis Somewhere Over The Rainbow, una delle più belle canzoni di sempre – e si sviluppa come una sorta di suite.
È pressoché impossibile aggiungere qualcosa a commento dell’arte di Jarrett, uno tra i più grandi jazzisti viventi, cui solo la malattia impedisce di esibirsi ancora. Sulla sua persona e sul suo percorso artistico sono stati scritti volumi e diversi ne ha pubblicati lui stesso sotto forma di intervista oppure di saggio. E questo album poco aggiunge e poco si diversifica da quanto conosciamo, apprezziamo e ammiriamo fin dai tempi remoti del capolavoro di piano solo Facing You del 1971, prima e più dell’acclamatissimo The Köln Concert di quattro anni dopo.

Chiamato così per distinguerlo dal Vienna Concert del 1992, il cd si allinea ai precedenti Munich 2016, Budapest Concert e Bordeaux Concert, registrati durante il medesimo tour. In circa un’ora lo schizzinoso (nel momento dell’esibizione e non solo) pianista propone, nella situazione a lui più congeniale, un percorso che lo riporta al periodo delle lunghe forme a-strutturali praticate nei Settanta e si traduce in un viaggio negli abissi dell’io dettato da intense escursioni melodiche di soffice velluto, da enciclopedici richiami musicali e da una punteggiatura fatta di continui attimi incantatori, cui si alternano di rado alcune vorticose improvvisazioni, che, a tratti, sembrano introdurlo nell’ellittico maelstrom tristaniano. Dopo tanta libertà, in chiusura troviamo il Jarrett rassicurante degli standard, che, della mitica canzone de Il mago di Oz del 1939, fa risaltare le parti più liriche, centellinando nota per nota con tocchi cristallini, sempre evitando di strafare.

Gulliver + Roberto Ottaviano
The Billia Session (Dodicilune/IRD)
Voto: 8/9
Leonard Feather è stato uno dei più importanti critici e storici del jazz e uno dei suoi volumi più importanti è The Encyclopedia of Jazz, la cui prima stesura è datata 1960. Nell’ultima, aggiornata poco prima di morire, oltre trent’anni fa, uno dei pochissimi musicisti italiani presenti era Roberto Ottaviano. Questo a dimostrazione del prestigio internazionale di cui già allora godeva il sassofonista pugliese, prestigio che nel tempo si è solamente accresciuto e consolidato, grazie anche a una miriade di collaborazioni eccellenti.
L’ultima di queste partnership è con il trio Gulliver, che raduna il chitarrista Maurizio Brunod, il bassista-flautista Danilo Gallo e il batterista-percussionista Massimo Barbiero, ovvero tre artisti con una lunga e titolata carriera alle spalle, autori insieme di due progetti apprezzati quali Extrema Ratio (2016) e l’eponimo Gulliver (2022). L’incontro è avvenuto live esattamente un anno fa in occasione del 44° Open Papyrus Jazz Festival, tenutosi al Grand Hotel Billia di Saint Vincent in Valle d’Aosta. Eppure sembra che il cd The Billia Session sia stato registrato da un ensemble rodato e conseguente, tanta è la messa a punto del fluire sonoro e del contributo dei singoli e soprattutto l’intelligenza espressiva e lirica con cui il sassofonista riesce a inserirsi nelle trame sghembe del trio (quasi i piemontesi Gulliver fossero i conterranei Pinturas, con i quali collabora abitualmente).

Consapevoli, come diceva in una vecchia intervista Ottaviano, «che il musicista di jazz può guardare a qualsiasi forma musicale, affrontarla e cogliere le bellezze e le memorie che sono raccolte dentro di essa», i nostri affrontano brani tradizionali di mezzo mondo con un jazz-world di spessore e sostanza. Dall’iniziale Sèikilos, proveniente dalla Grecia con il suo carico di pathos e di storia (è la più antica composizione musicale sopravvissuta, il cosiddetto Epitaffio di Sicilo, e risale al II secolo a.C.), alla conclusiva, lenta e dilatata Ethiopian Song, passando per brani popolari finlandesi, polacchi (la yiddish e nostalgica Kinder-Yorn), turchi, venezuelani (Apure En Un Viaje, non più festosa ma rallentata e insinuante) e il cileno, ma universale El Pueblo Unido, in una forma quasi corale, in cui si inserisce il graffio e il grido.
Infine drammatiche e lancinanti, intense e fiere, distillano poesia le quattro riprese della classica Palästinalied (ovvero Palestine Song), scritta nel XIII secolo dal massimo poeta medievale tedesco, Walther von der Vogelweide, in occasione della quinta crociata. Improvvisate dai quattro musicisti, ciascuno in perfetta solitudine e con la propria profonda sensibilità, narrano un dramma contemporaneo da differenti punti di vista, rifacendosi ai quattro luoghi immaginati da Jonathan Swift per il tragitto di Lemuel Gulliver durante i suoi viaggi: Lilliput, Brobdingnang, Laputa e Houyhnhnm.

Till Brönner
Italia (earMUSIC/Edel)
Voto: 7/8
“Colpevoli”, sarebbe questo l’aggettivo indicato dai puristi, di questa operazione molto “piaciona” sono il trombettista (ed eccellente fotografo) Till Brönner, il jazzista tedesco che ha venduto più dischi e l’unico a esibirsi alla Casa Bianca perché molto noto anche al pubblico americano, e il suo sodale di lunga data Nicola Conte (Till appare già nel suo cd Others Directions del 2004), il produttore e remixer italiano più apprezzato nel mondo a cavallo del 2000, nonché chitarrista di talento e titolare di album personali proposti da prestigiose etichette jazz come Impulse!, EmArcy e Blue Note.
Se oggi il nu jazz di scuola Schema, l’etichetta per cui Conte ha fatto incidere e crescere uno stuolo di musicisti poi apprezzati internazionalmente, e lo smooth jazz alla Chuck Mangione (per citare un trombettista, tra l’altro scomparso proprio pochi giorni addietro, e non il solito Kenny G) appaiono un po’ troppo scontati e “facili”, i loro proseliti abbandonano con molta difficoltà le parti alte delle chart. Soprattutto se sono dotati di tecnica strumentale di primo livello, di buon gusto compositivo oppure nella scelta delle cover, di equilibrio nella proposta musicale tale da evitare scivoloni nel banale e nel corrivo, di idee e sensazioni distribuite con intelligenza, di un groove elegante e coinvolgente insieme.

È questo il caso di Brönner, che dedica il suo ultimo cd Italia alla musica di casa nostra degli anni 70, mentre trascorreva la sua infanzia a Roma e quando il nostro Paese «ha fornito una sorta di sound europeo e ha creato un’atmosfera rivoluzionaria per un’intera generazione». Si alternano brani di musica leggera diventati standard mondiali come Estate e Quando quando quando o comunque notissimi come Parole parole, di musica per il cinema firmata Ennio Morricone, Franco Micalizzi, Piero Piccioni e anche Franco Godi per le animazioni di Bruno Bozzetto, dei cantautori Battisti, Lauzi, Lavezzi, Conte (Paolo in questo caso), Bindi, Fossati, cui si aggiunge l’inedito Cosa vuoi, scritto e cantato in italiano dal protagonista, la cui voce da crooner possiede un suo perché anche in altre track. Tra i vari collaboratori strumentali segnaliamo i tedeschi Magnus Lindgren ai fiati, Teppo Makynen alla batteria e Bruno Müller alla chitarra e gli italiani Pietro Lussu e Roberto DiGioia alle tastiere, oltre alle voci di Chiara Civello, Mandy Capristo e Mario Biondi.







































