The Life of Chuck
di Mike Flanagan
con Tom Hiddleston, Chiwetel Ejiofor, Karen Gillan, Mark Hamill, Harvey Guillen
La Californa affonda in una voragine, internet se ne è andata, non c’è più corrente, ciao cellulari, scuole chiuse, traffico fermo, tutti come zombie, si attende la fine dell’universo e dell’uomo: come spiega un insegnante (Chiwetel Ejiofor) citando Carl Sagan, se 40 miliardi di anni fossero un anno di calendario, gli umani vi apparirebbero solo il 31 dicembre e per pochi minuti. Eppure sull’orlo della fine, mentre stelle e pianeti scoppiano come lampadine, una pubblicità virale ringrazia Charles “Chuck” Krantz per i suoi 39 di vita. Chi è? Perché? Perché Chuck (Tom Hiddleston), un contabile in giacca e cravatta da contabile, un giorno s’è messo a ballare (bene, dannatamente bene) sulla pubblica via sui colpi di una batterista di strada? C’entra qualcosa la stanza chiusa a chiave in cima alla torretta di una villa vittoriana in cui Chuck è stato cresciuto dai nonni? È vero che lì si vedono fantasmi? E l’amore per il ballo? E i musical a cui l’ha introdotto la nonna? E i tamburi di Gimme Some Lovin’ degli Spencer Davis Group? E cosa lega la fine del’universo alla contabilità e al ballo? Life of Chuck (che ha vinto il premio del pubblico a Toronto), film che parte dalla fine, viene da una “favola” di Stephen King, il King che che ogni tanto sembra staccarsi dall’horror (non è vero: è che i più “cattivi” sono anche i più teneroni) e approda malinconico e buonista alla filosofia dell’esistenza. Il regista Flanagan viene da horror di livello, ma qui l’unica cosa che fa stare in ansia è davvero la storia di una vita, ma ogni vita – diceva Walt Whitman, contiene moltitudini…







































