Il jazz italiano è un fiume che scorre placido, seguendo un alveo pieno di ricchezze paesaggistiche e di anse emozionanti. Seguirne il percorso è fare un viaggio alla Bruce Chatwin, un andare lungo Le vie dei canti che si susseguono per nostra fortuna in continuazione grazie a discografici “illuminati” come Maurizio Bizzochetti e Fabrizio Salvatore, Alessandro Guardia e Marco Valente, Claudio Donà e Angelo Mastronardi (e stavolta perfino all’INPS, che finanzia ad esempio il disco di Andrea Molinari con il suo Fondo PSMSAD che sostiene gli artisti). È un universo accogliente e circolare, un mondo che, come le serie del Corsaro Nero, ti fa sentire protetto e dove niente di brutto succede mai veramente. Anzi.

Francesco Desiato – Ivano Leva

Caos melanconico (Dodicilune/IRD)

Voto: 8

Con un’abilità unica nel fondere poesia e rigore il canadese Kenny Wheeler, che ci ha lasciato nel 2014, è stato un elegante stilista di tromba, cornetta e flicorno, senza mai anteporre la sua tecnica superba al gusto per le fini architetture, per la cura certosina delle dinamiche, per la ricerca di un timbro rotondo, fluido e vellutato: doti conquistate a costo di sacrifici e di studi faticosi. In questo Caos melanconico, che ha per sottotitolo “omaggio a Kenny Wheeler”, il flautista Francesco Desiato e il pianista Ivano Leva ne rileggono le composizioni (quattro sulle 7 del cd), gli propongono due omaggi (firmati uno ciascuno) e aggiungono Blues For C.M. di Dave Holland (pubblicata per la prima volta nell’album The Razor’s Edge inciso nel 1987 dal quintetto del contrabbassista inglese, di cui Wheeler faceva parte).

Il duo – pugliese, dalla lunga esperienza bandistica, l’uno; compositore napoletano che vanta premi internazionali l’altro; insieme propongono anche un repertorio di rivisitazioni bachiane – riesce a servirsi delle trame wheeleriane non solo per disegnare atmosfere poetiche e sospese in aria e linee armoniche ricercate, com’era nel dna del canadese, ma anche a trovare una “via” verso un personale iter nel jazz contemporaneo, grazie alle fughe circolari ricche di contrappunti, al dovizioso intersecarsi dei ritmi, al galleggiare continuo del sound tra sensuali sussurri e dissonanze astratte, persino alle provocatorie esplorazioni di intenzioni sfrontate.

I due inediti centrali sono il brano Wheeler d.o.c. Recondito, con la dimensione aerea e lirica sorretta dal flicorno dell’ospite Luca Aquino, e il problematico IperiMMMune (i.m. Prof. De Donno), ispirato dal medico che fece discutere per le sue controverse ricerche sulla cura del Covid, con il flauto basso ad approfondirne il chiaroscuro ricercato, contrastato, divergente. Ancora più inattesa è la veloce lettura del conclusivo standard in onore di Charlie Mingus, in cui il piano elettrico sollecita l’incessante divagare dell’ottavino.

Dino Betti van der Noot

Brahm Dreams Still (Audissea)

Voto: 8

Sarà che abbiamo la stessa idea di cosa dovrebbe essere il jazz oggi e la pensiamo come Bruno Munari, che diceva «chi afferma di saper fare qualcosa in realtà sa solo rifarla, altrimenti l’avrebbe già fatta prima». Sarà che Dino Betti van der Noot dichiara: «cerco di raccontare delle storie inedite. Storie, che, poi, ogni ascoltatore potrà interpretare e vivere come gli viene più istintivo, perché le emozioni sono sempre qualcosa di assolutamente personale. E, fra l’altro, chiedo regolarmente ai musicisti miei compagni d’avventura di raccontare, attraverso le loro improvvisazioni, delle storie coerenti ma complementari alla musica che ho scritto. Senza di loro, senza il loro apporto creativo, il loro andare oltre, questa musica non sarebbe quello che è.»

Sarà questo o altro, ma sempre la musica dell’ultimo vero caporchestra italiano è per noi un’offerta sonora capace di riempirci di sensazioni e di emozioni, di ispirarci voli della mente e del cuore, di attrarci come e più del pifferaio di Hamelin. Non fa eccezione questo Brahm Dreams Still, album dal titolo ispirato a un racconto di Rudyard Kipling legato all’induismo. “Brahm – una delle scritture per indicare il dio Brahma – dorme ancora” è un’affermazione positiva in questo clima internazionale così terribile, perché il Creatore della Trimurti indiana svolge il suo compito onnisciente e rigeneratore proprio durante il sonno.

Un album del “fare”, questo 17esimo di Betti, che ancora una volta non trova paragoni perché è senza nulla di rifatto, quasi non è neppure nel suo stile, nel suo mood, quello che antan si poteva accostare solo al sommo George Russell per la signorilità e la poesia insita nella scrittura e per la complessità dei contenuti, ma che oggi possiede un’identità “nuova”, fatta di colori più cupi, di una grazia chiusa in sé stessa, di una frammentazione imprevedibile, persino di folgoranti improvvisazioni collettive degli ottimi musicisti della big band (citiamo nel mucchio Visibelli, Manzoli, Zitello, Mandarini, Cerino, Tononi e via dicendo).

Rimangono gli amati riferimenti shakespeariani di Faraway Mountains Turning Into Clouds, pur coniugati in maniera riflessiva e interiore, e spiccano quelli rimbaudiani della conclusiva, innovativa e inafferrabile Aux premières heures bleues. Per un ascolto che ci fa immaginare il sorridente e colto 89enne compositore dirci, con Claude Monet, «tutti discutono la mia arte e affermano di comprenderla, come se fosse necessario comprendere, quando invece basterebbe amare».

Andrea Molinari

Awakening – Il tutto nel nulla (Ropeadope)

Voto: 7/8

Nel febbraio scorso, dopo una malattia che non gli ha lasciato scampo, si è spento a soli 44 anni il trombettista Giacomo Uncini. Una delle sue ultime esibizioni lo aveva visto al fianco del chitarrista Andrea Molinari sul prestigioso palcoscenico del Teatro Pergolesi di Jesi, la loro città. Eseguirono (insieme a Camilla Battaglia, talentuosa figlia del pianista Stefano e della cantante Tiziana Ghiglioni) un’emozionante versione jazz per tromba, chitarra e voce del quinto dei 12 numeri musicali in cui Giovanni Battista Pergolesi aveva diviso la sua celebre versione dello Stabat Mater gregoriano, che il compositore jesino terminò, secondo la leggenda, il giorno della sua morte.

Oggi Molinari dedica all’amico il suo secondo album da leader, Awakening – Il tutto nel nulla, che segue 51 del 2019, e in particolare lo ricorda in Midnight Song (For Giacomo), lento e malinconico trio chitarra classica, piano e batteria, e in V, ispirato a Pergolesi, che vede il trombettista Alessandro Presti efficace e consapevole. L’altra ispirazione del cd viene, come ci dice il titolo, da Giacomo Leopardi, che nello Zibaldone di pensieri annotava come «i fanciulli trovano il tutto nel nulla, gli uomini il nulla nel tutto».

Proprio questo cambiamento in negativo è il tema di Tipping Point, il “punto di svolta” in cui tutti e sei i protagonisti del cd – oltre ai citati, il pianista Enrico Zanisi, il bassista Francesco Ponticelli, il batterista Enrico Morello e il sassofonista olandese, da anni a New York, Ben van Gelder – sviluppano un jazz pieno e corposo, quasi un evoluto percorso alla Branford Marsalis in continua altalena tra spunti diversi e costruzioni inedite, con un’indiscutibile forza propulsiva. Allo stesso modo spinge e pulsa la title track, dal fraseggio pieno di accelerazioni e di continue illuminazioni, come quello che ci insegnano i bambini e la loro fantasia.

Più discorsiva, ma sempre in senso modernissimo, e piena di partenze in cento direzioni senza un attimo di tregua l’ottima 21-8. The Ancient Mariner è raffinata ballad con un suadente assolo pianistico, ispirata a quella del poeta romantico inglese Samuel Taylor Coleridge. Più “ortodossa” Small Steps che richiama più la storia del jazz che le pulsioni creatrici personali di Andrea, il quale, pur essendo l’autore di tutti i brani, non è mai un leader invasivo né preponderante, benché sappia offrire, ad esempio nella conclusiva Hooks, un saggio elegante del suo fraseggio di matrice montgomeryana.

Federico Bonifazi

Black Bird (Dodicilune/IRD)

Voto: 7/8

 Già essere nani sulle spalle di giganti offre una prospettiva in più, apre qualche spiraglio di bellezza in più, allunga di diverse, utili “quisquilie” la linea dell’orizzonte. Federico Bonifazi, pianista ligure di formazione francese e di esperienze internazionali (i suoi ultimi quattro cd sono stati editi dalla celebre label danese Steeplechase, a fianco di personaggi come Jimmy Cobb, Eric Alexander, Philip Harper, Gianluca Petrella, John Webber, Tolga Bilgin e vari altri), si presenta solitario davanti alla tastiera per proporci il suo itinerario di visioni nuove e di intuizioni luminose sulla scia di Tom Jobim, Brad Mehldau, i Beatles e il Great American Songbook.

Black Bird è un albo tutto in rilievo, falsamente dolce, falsamente saggio, falsamente semplice, di un romanticismo post moderno che distilla piccole bellezze su melodie conosciute – ma Bonifazi offre anche tre suoi inediti -, oculate dolcezze ritmiche e diafane divagazioni armoniche. Ne è esempio immediato la bossa How Insensitive, il cui attacco chopiniano evolve verso lirismi in flagrante delitto di mellifluo sentimentalismo. Ancora più rarefatta e onirica Intermezzo precede l’altro originale Oh Yes Baby, che combina con una purezza rara una sottile vena blues con intrecci ritmici e limpidezza melodica billevansiana.

29 Palms propone Bonifazi a confronto con il Mehldau del 2020, cancellandone i fantasmi grazie a una rilettura narrativa, per nulla appiattita nello stilizzarne le tematiche e le evidenze melodiche. My Romance, scritta da Richard Rodgers per il musical Jumbo del 1935, diventa un sospiro nella nebbia, un incontro in riva al mare, con lievi puntate dissonanti oppure illuminanti. Ancora del titolare You Don’t Be Sad ha il potere di aprirsi a suggestioni ritmiche e di involarsi in ampie armonie, con una brillante musicalità che continua la sua apertura e il suo crescendo con la spigolosa Dat Dere del sassofonista Bobby Timmons. Chiude la title track, questa sì con il sapore delle riletture mccartneyane (anche se il brano di Paul qui ripreso si titolava Blackbird) del giovane Mehldau.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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