C’è un sottile filo rosso che lega la vita alle canzoni: a volte le seconde diventano l’unico modo per restituire senso alla prima. Massimo Stona, cantautore piemontese dalla penna raffinata e dalla voce graffiante e profonda sembra averlo capito bene. Con il suo ultimo album Ci faremo bastare i ricordi l’artista sceglie di attraversare il presente con una bussola insolita: non l’urgenza di dimenticare, ma la forza di ricordare. Un excursus tra i temi del nostro tempo e le paure ed ansie per il futuro.

In un mondo che si affretta a corre per arrivare chissà dove,  che spinge a bruciare emozioni con la stessa rapidità con cui scorriamo storie e reels sullo smartphone, Stona ferma il tempo. Il titolo non è soltanto un omaggio al passato, ma un invito: quando tutto intorno sembra traballare in balia delle onde dell’incertezza, i ricordi e il passato sembrano essere l’unico posto sicuro.  Non un rifugio desolato e malinconico ma un serbatoio di significati da cui attingere e farne tesoro.

Tra intimità e impegno

L’ascolto del disco rivela subito una doppia tensione. Da un lato c’è la scrittura personale, quasi diaristica, che affiora in brani come Confucio, dove i silenzi, la mancanza di comunicazione, i muri di una coppia che si ama ancora diventano voragini che sembrano ingoiare tutto e tutti verso un abisso senza fondo. Dall’altro c’è uno sguardo clinico rivolto al mondo ed alla società, in particolar modo in La Resistenza, primo brano dell’album come un incipit a ciò che ascolteremo, una sorta di inno civile che invita a non smettere di essere umani, un j’accuse dell’autore a non lasciarsi schiacciare dal cinismo ed all’incredibile leggerezza del quotidiano.

La capacità di Stona è proprio questa: trasformare l’IO vissuto in specchi collettivi, far sì che la musica si trasformi in fotografie, in scene di ogni giorno. Ogni ascoltatore, nelle sue parole, può ritrovare qualcosa di sé, un po’ come rileggere un libro e trovare differenti significati in base al mondo della nostra vita. È una scrittura che non concede facili consolazioni, ma che offre riconoscimento.

Massimo Stona
Stona con la sua chitarra

Un mosaico di suoni

Musicalmente, l’album si muove tra atmosfere calde e aperture moderne. La produzione di Lorenzo Morra alterna strumenti analogici e inserti elettronici con equilibrio, creando un tessuto sonoro che accompagna i testi senza soffocarli. Ci sono brani più intimi, costruiti intorno a linee acustiche, e momenti più intensi, dove riff e ritmiche sottolineano la tensione emotiva.

In Uragani, ad esempio, il crescendo sonoro riproduce la tempesta interiore che il testo racconta, mentre Le piccole cose si affida a un arrangiamento essenziale che restituisce leggerezza e calore. Ogni traccia ha un proprio respiro, ma tutte condividono la stessa coerenza: quella di un artista che non ha bisogno di effetti speciali per emozionare.

Storie che diventano canzoni

Alcuni brani meritano una menzione particolare. Asparinu, ispirato alla vicenda di Gaspare Mutolo, ex mafioso poi collaboratore di giustizia, affronta il tema della redenzione senza moralismi, con la delicatezza di chi osserva e racconta. 7 kili di sale utilizza una metafora concreta per dare voce al peso della sofferenza: un fardello che brucia e che pure si porta con sé. Il pittore riflette sul ruolo dell’artista come osservatore e interprete del mondo, mentre Altaluna chiude il disco con un’immagine sospesa, sognante, lasciando all’ascoltatore un senso di apertura, non di chiusura.

Non sono semplici canzoni: sono piccoli racconti, frammenti di vita che diventano universali. Ognuno può leggerci dentro la propria storia.

Un disco esigente, ma necessario

Ci faremo bastare i ricordi non è un album che strizza l’occhio alle classifiche. Non c’è il tormentone da playlist, né la ricerca del ritornello facile. È un lavoro che chiede tempo e ascolto, che a tratti può sembrare denso, persino faticoso. Ma è proprio questa sua natura a renderlo prezioso.

In un mercato spesso omologato, Stona sceglie la via più difficile: quella della sincerità. Scrive di solitudine, di depressione, di incomunicabilità senza compiacersi del dolore, ma cercando di restituire dignità e verità. Non offre vie di fuga, ma strumenti per guardare in faccia la realtà.

La memoria come resistenza

Ascoltando l’album fino in fondo, si comprende che il titolo non è un atto di resa. I ricordi, per Stona, non sono il segno di un tempo perduto, ma la materia viva con cui affrontare il presente. Sono radici, ferite, carezze: ciò che ci ricorda chi siamo stati e ci aiuta a decidere chi vogliamo essere.

In questo senso, l’album diventa anche un gesto politico, nel senso più ampio del termine: un invito a non cancellare, a non dimenticare, a non lasciarsi schiacciare dall’immediatezza. La memoria diventa un atto di resistenza quotidiana, forse l’unico possibile in un’epoca che tutto consuma.

Un tassello importante nella canzone d’autore

Con Ci faremo bastare i ricordi, Stona conferma la sua capacità di muoversi dentro la tradizione della canzone d’autore senza restarne prigioniero. La sua scrittura dialoga con il presente, i suoi arrangiamenti cercano strade nuove senza mai perdere l’attenzione per la parola.

È un disco che probabilmente dividerà: chi cerca leggerezza potrà trovarlo troppo impegnativo, chi ama la profondità vi riconoscerà invece una rara autenticità. Ma è certo che Stona, con questo lavoro, si colloca tra le voci che non hanno paura di sporcarsi le mani con la realtà, di restituirla senza filtri, di cercare la bellezza dentro la fragilità.

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