Una battaglia dopo l’altra
di Paul Thomas Anderson
con Leonardo DiCaprio, Sean Penn, Benicio Del Toro, Regina Hall, Teyana Taylor
All’inizio della storia c’è il rivoluzionario bombarolo Bob, nome di battaglia Ghetto Pat (Di Caprio) che sta con la rivoluzionaria survoltata Perfidia Beverly Hills (Taylor) e insieme combattono le forze della reazione e le milizie del colonnello Lockjaw (Penn) a caccia di migranti messicani. Lockjaw tradotto letteralmente è il Trisma, un blocco delle mascelle da spasmo: ideale per definire la rigidità di un militare. Bob è un Robin Hood strafatto, Perfidia è infoiata, Lockjaw un mastino razzista dilaniato dal desiderio (proibito) del sesso nero. E francamente la parte del film che spiega gli inizi del trio sembra una guerra di fascisti contro cretini ossessionati da codici e cospirazioni. Il taglio è grottesco, ma sembra di no. Sembra un’America da incubo. Perfidia avrà una figlia e la cosa la prende male. E la rivoluzione? E con chi l’ha fatta la figlia visto che ha avuto un contatto con Lockjaw? Ha tradito la causa? Diciassette anni dopo Perfidia è data per morta e martire, Bob è il padre sempre strafatto di una diciassettenne a cui ha vietato il cellulare (per non essere tracciati), vive quasi nei boschi in perenne allarme ed ecco che riappare Lockjaw, che per entrare nella setta/partito dei Pionieri del Natale (nome da tonti per razzisti suprematisti dai rituali che ricordano quelli dei vari Dragoni e Ciclopi del Ku Klux Klan) deve dimostrare di essere indenne da peccati come l’amore interrazziale. Perché rapisce la figlia di Bob? È la figlia della (sua) colpa? Bob, piutttosto confuso e smemorato da alcol e droga rientra in guerra così com’è, in vestaglia da camera come il Grande Lebowski che girava in accappatoio, e la seconda parte del film è più nel mood postmoderno del romanzo di Thomas Pynchon da cui è tratto, Vineland. Un altro romanzo impossibile, com’era stato per Vizio di forma sempre da Pynchon, ma qui il grottesco della polarità estremisti di sinistra armata contro superfascisti tocca un apice surreale (da una parte e dall’altra si sprecano le paranoie deliranti e i loro riti che Pynchon gode a registrare) e la terrificante cavalcata da trip, rapine, attentati, agguati, fughe, paranoie da segretezza, desiderio sessuale e parole d’ordine dimenticate si cristallizza in due inseguimenti che ne ricordano mille altri cinematografici. Anderson è un virtuoso e Di Caprio si diverte (soprattutto a perdere la memoria, mentre Del Toro riesce anche a sfottere Tom Cruise) noi continuiamo a preferire il Paul Thomas Anderson del Petroliere, The Master e Il filo nascosto.






































