Lei ama descriverlo come “Turkish city pop”, la stampa tedesca l’ha battezzato Turkish discodelic, voi chiamatelo come vi pare ma abbiate l’accortezza di ascoltarlo, perché questo miscuglio di ingredienti freschi e moderni, di formule rock e pop anatoliche, di ritmi ipnotici e voli della mente, di frammenti musicali provenienti dall’underground internazionale, è molto stiloso e pieno di intuizioni. E convince subito, come hanno mostrato estimatori del calibro di Coco Maria, di DJ Koco, perfino di Iggy Pop, che ha passato a ripetizione il brano Rüya nella sua trasmissione per la BBC Iggy Confidential.
Protagonista di questa miscela senza soluzione di continuità è la cantante e compositrice turca che vive in Germania Peki Momés e che si è trovata in uno studio di registrazione per la prima volta nel 2024 senza avere esperienze precedenti e senza una formazione didattica specifica. Il risultato sono stati due singoli double-sided (ovvero con due brani principali) molto apprezzati e ripresi nel suo album di debutto a eccezione di Yildiz, la cover in lingua anatolica del brano del 1983 Estrelar, una delle canzoni più riuscite del brasiliano Marcos Valle, di cui Momés aveva attualizzato senza stravolgerlo lo spirito originale, sempre alla ricerca dell’energia che ci viene dalla luce delle stelle.
L’album che porta il nome della cantante e che è disponibile da pochi giorni, dopo l’apertura di Başlangiç (che significa appunto “inizio”), in cui un library sound cresce e si articola grazie alle interpunzioni del synth e al canto, propone proprio i brani del primo 7 pollici. Rüya, con il suo pop psichedelico angosciato e straniante, groove traballanti, chitarre fuzzy e voci contemporanee, e l’indomabile funk astratto di Göç Mevsimi, con un Fender Rhodes rilassante e un flauto jazz su un testo che ci ricorda come «siamo tutti, durante la nostra vita, degli eterni passeggeri a tempo determinato».
Seguono altre nove composizioni della stessa protagonista, del batterista Matthias Hetzer e del produttore, tastierista e bassista Dustin Braun, israeliano da qualche anno a Berlino, che all’anagrafe è Ofir Yogev e che finora conoscevamo come Ofiri, pseudonimo con cui ha pubblicato il cd Greatest Hits nel 2022, e come Fred Red, che abbiamo apprezzato per il lavoro a fianco del multistrumentista e compositore Malik Diao (presente anche in questo cd a flauto, tastiere, chitarra e come co-compositore di otto brani) e della brava cantante Maura (Petersen): da segnalare il LP Monologue del 2022 con il primo e l’albo Grimus del 2021 con la seconda.

Alle registrazioni hanno partecipato anche i jazzisti Bernard Hollinger, chitarrista e coautore di Bahar, il secondo singolo di Momés dall’inquieto incedere oriental-psichedelico e la voglia di giornate di sole (perché, dice la protagonista, «l’attesa della primavera può essere così lunga da logorare persino i nostri maglioni»), e Lukas “Opek” Joachim, percussionista che trascina il brano dirty disco Masmawi. Da segnalare le partecipazioni di Jonas Kothmeier della rock band Filistine, a chitarra, basso, synth, coproduzione e come coautore in Oyun, il brano più pop del lavoro, nella dimensione city pop giapponese, un “gioco” – come dice il titolo – divertente e scanzonato. E di Björn Wagner, il leader della Bacao Rhythm & Steel Band, alle percussioni di Trinidad e Tobago steelpan in Yaşli Dünia, un sogno psichedelico dalla lunga e brillante coda strumentale, che cofirma.
Questo variegato e multicolore debutto propone testi, rigorosamente in turco, che affrontano argomenti come «i sogni e l’ingenua paura di perderli o di non realizzarli» oppure esprimono «preoccupazioni per il nostro mondo stanco e un appello alla solidarietà di tutti», ad esempio verso tragedie come le migrazioni. E sempre con una prospettiva di speranza.

Esempio tipico il brano Future, innovativo e pieno di speranza, giocoso e con effetti sintetici old style, sotto il dialogo quasi parlato tra le voci maschili di Dustin e Malik e quella assertiva di Peki. Ancora punteggiature di synth in Dertsiz Kedi, che incrocia ballad esotica e funky cinematografico, mentre la veloce Bahçe trova perfino le chitarre rock su un tappeto inquietante di sonorità distorte, che proseguono in Bahar e scompaiono del tutto nella Uzak dai sapori world e le screziature evocative, interrotte da un assolo di piano elettrico estaticamente soft jazz. I “tulipani” di Laleler, che disegnano un pop estatico e cosmico, cui la voce lontana offre un sospiroso incanto, chiudono questo ottimo cd.
Peki Momés è un susseguirsi di paesaggi musicali cui il canto di lei, particolare e acuto “strumento sonoro” senza compromessi, offre riferimenti certi e che coinvolge con una brillantezza outernational del tutto personale. È uno scrigno di sorprese che mostrano l’entusiasmo e la ricerca, con l’etereo che incrocia i ritmatismi, mentre trascina in un vortice di immagini che la fantasia di ognuno può recepire con i propri colori. Tutti sempre luccicanti.







































