Renato Zero, parte il nuovo viaggio de “L’OraZero” tra impegno, amore e futuro (intervista)

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Renato Zero
© Simone Cecchetti

Non poteva che essere la musica il miglior modo per celebrare un compleanno speciale. Quello di Renato Zero, che cade oggi, 30 settembre, è sulle note de L’OraZero, il nuovo album di inediti in uscita il 3 ottobre per Tattica: una nuova pagina della sua ricchissima produzione artistica e della ultracinquantennale carriera che ha segnato e continua a segnare la storia della musica italiana.

«Sto diventando adulto allegramente. Ogni volta che sforno un “titolo”, ecco che gli occhi mi brillano di nuovo! Anche questa volta. Evviva!», queste le parole di Zero per introdurre il nuovo progetto.

QUI il pre-order e il pre-save.

Il viaggio de L’OraZero si articola in 19 tracce: diciannove differenti mondi, ognuno dei quali ha le proprie radici, regole, bisogni, contraddizioni e utopie. Mondi che si rivelano attraverso linguaggi molteplici e inaspettati, capaci di dare voce a emozioni e prospettive unite da un unico filo conduttore: la continua e inarrestabile ricerca di espressione.

L’OraZero si offre come una porta aperta al dialogo, alla condivisione dei pensieri, ma anche alla possibilità concreta di un cambiamento profondo. In un mondo che urla e che sgomita, Zero è mosso dall’urgenza di riaffermare le basi fondamentali del vivere: l’amore come energia inesauribile che tiene accese le relazioni umane; l’amicizia come presenza che consola e sostiene; il rispetto come principio irrinunciabile che permette di vivere in armonia con se stessi e con gli altri.

Anticipato il 12 settembre dal singolo Senza, primo tassello di una narrazione che ora si svela nella sua interezza, L’OraZero è un caleidoscopio di racconti e visioni: un cammino che accoglie esperienze, emozioni e possibilità sempre nuove, dove ogni passaggio contribuisce a dare profondità e significato al viaggio zeriano.

Renato presenta l’album

Non esiste una formula specifica nella musica che stabilisca modalità, tempi, durate o formule magiche infallibili.

Neppure l’entusiasmo da solo può realizzare il prodigio.

Bisogna viverla la vita per poterla raccontare, condividerne gli umori, le intemperanze.

Tutti gli eventi buoni o cattivi che siano.

Poi quattro chiacchiere giornaliere con lo specchio conviene sempre farle e con lui riflettere a fondo se veramente si è in grado di sostenere tutti quegli oneri che questo percorso comporterà.

lo che con lo specchio ho avuto da sempre un rapporto stretto e indispensabile!

Ci ho passato le ore in sua compagnia, trasformando ogni volta la mia faccia per sfuggire alla stanca normalità, facendo così impazzire ogni anagrafe!

Ma tornando al punto, se si vuole un accesso costante e duraturo al camerino queste sono le condizioni essenziali: stringere un’amicizia salda con la propria coscienza, se possibile farsi amico uno strumento musicale, familiarizzare con un microfono ed esercitarsi nell’uso corretto di una eccellente faccia di bronzo.

Possedere un buon orecchio aiuta molto! Così come una stabilità emotiva.

E ancora, una vocalità talmente poderosa, originale, coinvolgente, da riuscire a stenderli tutti!

Vi dico tutto ciò, oggi, alla vigilia dei miei 75 debutti.

È stato un viaggio durissimo e meraviglioso, il mio. Errori, tanti, tante le delusioni.

Infinite le volte che sono tornato a casa profondamente affranto ed ho pianto. Quante volte ho pianto…

Ma oggi il vostro abbraccio è cosi generoso e carico d’emozione che ciò mi ripaga largamente per tutti gli sforzi fatti fin qui!

Grazie di essere così giovani. Di avere ancora così tanta voglia di battervi!

Ma soprattutto di crederci!

È l’Ora Zero.

Questo lavoro è per voi. Pertanto: Non mollate ragazzi!

Renato c’è!

TRACK BY TRACK

Aspettando l’alba apre il progetto tratteggiando un percorso di vita fatto di sfide e sogni difficili, con la musica sempre presente come alleata e fedele compagna.

Lasciati amare arriva diretto come invito a liberarsi da paure, giudizi e convenzioni per riscoprire la pace e la libertà interiore.

In Più musica c’è tutto il senso di estraneità e disillusione verso un mondo dominato da violenza e mancanza di valori, dove la musica si eleva a forza vitale capace di guarire, creare comunità e restituire speranza.

Voglio regalarti un avvenire immagina un futuro luminoso, costruito con passione, lealtà e rispetto, che spinga a credere di nuovo nelle possibilità.

Il significato profondo racchiuso ne Il rifugio ruota intorno al bisogno di protezione, accoglienza e rinascita attraverso l’altro.

Ti meriti di più è un appello urgente ai giovani: un invito a non cedere alla rassegnazione, a non lasciarsi ingannare da false promesse e a riconoscere il proprio valore, perché il futuro appartiene a loro.

Tempo offre una riflessione esistenziale sul valore del tempo come risorsa preziosa e irripetibile: un’esortazione a non sprecare i giorni, a viverli con intensità, equilibrio e consapevolezza.

Amore e vulnerabilità

L’amore si fa forza rigeneratrice e rivoluzionaria in Se t’innamorerai: una benedizione rivolta a chi si apre al sentimento.

Se Su per giù è una presa di posizione contro i vuoti e le distorsioni dei rapporti affettivi contemporanei, L’anima canta è una dichiarazione di resistenza interiore e di vitalità creativa.

In Senza lo smarrimento collettivo e personale diventa voglia di riscatto e incoraggiamento a ritrovare voce e speranza.

Vorrei piacerti celebra la vulnerabilità e la sincerità in amore, raccontandolo come bisogno di riconoscimento e come sfida quotidiana.

Se Riprendiamoci il mondo incita a rialzarsi e costruire insieme un futuro migliore, senza malinconia né rassegnazione, sognare diventa atto di resistenza e di rinascita in Nel regno del sogno.

Canto di autoconsapevolezza ma anche di rinnovamento collettivo, Ascoltati è un monito a guardarsi dentro, riconoscere i propri limiti e valori e affrontare il mondo con coraggio, senza paura di vivere davvero.

Il battito del mondo intreccia memoria personale e memoria collettiva, raccontando un amore intenso dentro un mondo duro e ferito.

Un’ode alla vita come meraviglia inesauribile: Ancora nuovi giorni celebra la capacità di rinnovarsi e l’attesa fiduciosa di un futuro più poetico.

Con Che sia amore trova spazio una riflessione sull’amore come forza viva e bene prezioso da nutrire, proteggere e rinnovare continuamente.

Il disco si chiude con una dichiarazione chiara e accorata: in un mondo travolto da odio e conflitti, Pace è un invito a ritrovare umanità, opponendo alla violenza la forza della tenerezza.

Il tour in partenza a gennaio

A poco più di un anno dalla sua ultima avventura live, Renato Zero riabbraccerà il suo pubblico dal vivo con “L’OraZero in Tour”. La nuova tournée, prodotta da Tattica, lo porterà sui palchi delle principali città italiane, a partire da gennaio 2026 con 23 date annunciate in giro per il Paese, fino al mese di aprile.

Si parte il 24 gennaio da Roma, la sua città, con una catena di sei appuntamenti che lo vedrà live sul palco del Palazzo dello Sport, per proseguire poi a Firenze (Nelson Mandela Forum), Torino (Inalpi Arena), Mantova (Palaunical), Conegliano (Prealpi San Biagio Arena), Bologna (Unipol Arena), Pesaro (Vitrifrigo Arena), Eboli (PalaSele), Bari (Palaflorio) e Messina (Palarescifina).

Zero si prepara a regalare nuove emozioni al suo pubblico universale, proponendo una setlist che unisce i brani simbolo della sua inimitabile storia artistica alle tracce contenute nel nuovo progetto L’OraZero, per la prima volta dal vivo.

I biglietti sono disponibili su renatozero.com, Vivaticket e in tutti i punti vendita Vivaticket.

La radio partner è Rtl 102.5. “L’OraZero in Tour” viaggia con Italo.

Il calendario

24 gennaio – Roma, Palazzo dello Sport
25 gennaio – Roma, Palazzo dello Sport
28 gennaio – Roma, Palazzo dello Sport

29 gennaio – Roma, Palazzo dello Sport
31 gennaio – Roma, Palazzo dello Sport
1° febbraio – Roma, Palazzo dello Sport

11 febbraio – Firenze, Nelson Mandela Forum
12 febbraio – Firenze, Nelson Mandela Forum
14 febbraio – Firenze, Nelson Mandela Forum
15 febbraio – Firenze, Nelson Mandela Forum

7 marzo – Torino, Inalpi Arena
8 marzo – Torino, Inalpi Arena

11 marzo – Mantova, Palaunical
13 marzo – Mantova, Palaunical

18 marzo – Conegliano, Prealpi San Biagio Arena
20 marzo – Conegliano, Prealpi San Biagio Arena

24 marzo – Bologna, Unipol Arena

28 marzo – Pesaro, Vitifrigo Arena

4 aprile – Eboli, PalaSele

8 aprile – Bari, Palaflorio
9 aprile – Bari, Palaflorio

15 aprile – Messina, Palarescifina
16 aprile – Messina, Palarescifina

COVER E TRACKLIST

Renato Zero

1. Aspettando l’alba
2. Lasciati amare
3. Più musica
4. Voglio regalarti un avvenire
5. Il rifugio
6. Ti meriti di più
7. Tempo
8. Se t’innamorerai
9. Su per giù
10. L’anima canta
11. Senza
12. Vorrei piacerti
13. Riprendiamoci il mondo
14. Nel regno del sogno
15. Ascoltati
16. Il battito del mondo
17. Ancora nuovi giorni
18. Che sia amore
19. Pace

Le dichiarazioni di Renato Zero in conferenza stampa

Renato Zero al Palasport di Roma

Sulla religiosità nei suoi live

Aprirei con una frase storica e molto opportuna: “Gli esami non finiscono mai”. 

Penso che adottare un linguaggio temperato, morbido, anche nella contestazione, anche dove c’è bisogno di affrontare a muso duro certe problematiche e certi risvolti che poi finiscono sempre nelle canzoni quando è opportuno e quando se ne presenta l’occasione, sia la scelta migliore. Anche in questo caso, con questo mio lavoro, mi sono addentrato in queste vene, in questi percorsi abbastanza tostarelli, perché viviamo in tempi di guerra e in una situazione estremamente precaria.

Quindi anche la musica, secondo me, deve in qualche modo adeguarsi a questi climi e fare in modo, anche senza spingersi troppo in una osservazione eccessivamente alta, di lasciar giocare alla spiritualità un ruolo importante.

Perché è proprio la spiritualità che stiamo colpendo, che viene vilipesa da un criterio speculativo che ci impedisce di riacquisire quella padronanza dell’io, di sentirci finalmente cittadini del mondo senza problemi di stare a misurare chi è più alto, più basso, più o meno intelligente.

Questa è la finestra dalla quale mi affaccio in questo anno e con questo lavoro, che è un lavoro impegnativo che rappresenta questi umori, questa voglia di cambiamenti, che siano molto individuali. Cioè, che ognuno si disegni il proprio tracciato e faccia in modo da farsi largo in questa routine, in questa staticità. La staticità intesa come l’abituarsi al dolore, a un regime terroristico.

Come artista mi sento in diritto e in dovere di esprimere le mie opinioni.

I ritmi troppo rapidi con i quali oggi si consuma la musica

Faccio una constatazione doverosa, che è quella della grande voragine che c’è tra gli artisti della mia generazione, o quella immediatamente successiva, con le generazioni attuali, con questa nuova primavera. Trovo che ci sia un distacco così abissale nel linguaggio, nelle responsabilità e anche nella considerazione  che questo è un mestiere estremamente impegnativo, dove bisogna dimostrare di avere un equilibrio, di non perdere mai di vista il pubblico e le sue condizioni.

Ecco, io penso che la musica debba anche ritrovare questa sua comunione d’intenti tra generazioni e tra generi musicali, perché tutto ciò che è musica ci consegna a una omogeneità. Perché poi alla fine c’è una forma di complicità, di complemento tra i generi e tra le personalità di ciascuno.

La musica può ancora rappresentare uno strumento rivoluzionario?

Sono sempre dell’idea che si debba attingere da qualcuno, in questo lavoro: io mi sono scelto quelli più rivoluzionari, da Bob Dylan a Leonard Cohen, Frank Zappa, John Lennon, Léo Ferré, Nina Simone, Janis Joplin… parlo di gente che ha preso la musica e ne ha fatto una trincea, alcuni addirittura una salda preservazione dalla contaminazione del successo a tutti i costi e dai soldi facili.

Il successo “quello buono” io credo sia quando torni a casa dopo esserti esibito, dopo aver comunicato la tua Arte a qualcuno, e le tue otto ore di sonno te le fai proprio meravigliosamente.

Uno sprone a un impegno artistico che sia anche impegno attivo

Diciamo che artisti  un po’ tutti, volendo, lo siamo, però il fatto di voler di qualche
modo assurgere a questo titolo ci vuole un gran lavoro, bisogna perforare queste barriere
architettoniche che gli stessi discografici hanno creato perché c’è questa latitanza proprio dell’accarezzare le ideologie e le configurazioni di ciascuno di questi ragazzi che nascono oggi.

E un abuso di questo potere significa strumentalizzarli, farli diventare dele marionette: io mi sono vestito da marionetta per non esserlo.

Un eventuale ritorno all’ambiente intimo dei teatri

Allora, io ho lavorato, ho fatto degli stadi in passato e è aumentata la mia miopia  e la presbi… presbiopia sì! Ecco quella roba lì, perché vedevo le capocette piccole, piccole, piccole, io che sono abituato a stalkerizzare, io voglio toccare, voglio vedere, annusare, infatti scendo nelle platee con un godimento veramente neanche Wanda Osiris, però ecco questo fatto del numero è un fatto, deve essere un’intelligenza proprio individuale, personale.

Io certo che preferisco gli spazi dove mi è consentita una comunicazione più vicina, più ossigenante, più in presenza, e poi consideriamo che la mia esperienza per esempio nel teatro, con il teatro stabile di Genova all’epoca mi consentì di apprezzare ancora di più la platea quando è vicina, quando è molto prossima all’abbraccio, alla comunicazione proprio scevra da ideologie o da provenienze.

Il pubblico è pubblico, diventa un’anima e non centomila anime e con le centomila anime si perdono in fondo nella coniugazione con l’artista, è meglio sempre mantenere la vicinanza in questi casi perché se si vuole entrare in queste coscienze bisogna non fare troppa strada perché ci si perde poi.

Le piazze piene e l’idealismo

L’idealismo non funziona nel singolo, l’idealismo deve trovare aderenze, complicità nella moltitudine, ogni ideale se non si nutre di un popolo, credo che faccia poca strada.

I miei ideali li ho sempre voluti condividere, ma non è stato solo il palcoscenico. Perché la strada è fondamentalmente dove sono cresciuto e dove la mia arte è cresciuta io, è lì che ho ispezionato, è lì che ho verificato, è lì che ho trovato affezione, compensazione e complicità.

Non si prescinde quando si fa questo lavoro, non bisogna pensare che il proprio ideale sia l’orticino che ti coltivi a casa tua per i cavoli tuoi, ma è una foresta meravigliosa, popolata da tante anime, da tante diversità. 

Chi sono oggi i “diversi”, gli esclusi, nella società e nella musica?

Beh, questa domanda è molto complessa, e la risposta potrebbe essere pericolosa, perché la diversità oggi gode anche di certi privilegi, se vogliamo.

Perché è diventata talmente forte, e i diversi sono talmente tanti, per fortuna, che numericamente questa realtà va prepotentemente scalzando quei moralisti, quei perbenisti, diciamo così ormai scheletrici che non hanno più nessuna ragione, anzi si nascondono spesso nei portoni, diventano maniaci sessuali, stalker e tanto altro ancora.

Quindi insomma, io faccio ancora onore alla diversità di cui faccio assolutamente parte e mi fa piacere il fatto che si possa indottrinare ancora tanta gente, perché con la diversità poi non si corrono rischi.

Perché già c’è una dichiarazione di guerra nel diverso, già è uno che vuole combattere per la propria salvezza. E quindi andiamo avanti così, cerchiamo di sostenere il pensiero quello più nascosto, più recondito, che trovi finalmente la luce e la maniera di essere considerato anche una forza e anche un bel paracadute.

Se la sua carriera fosse teatro, questo album sarebbe un nuovo atto o un epilogo che apre a percorsi nuovi?

No, questo essere anche con una certa serenità e anche piacevolezza capita in un momento dove effettivamente “L’OraZero” attraversa un pochino tutta l’umanità oggi, ognuno di noi deve fare i conti con un bilancio urgente di stabilità, di sicurezza, di appartenenza.

Io praticamente, navigando con queste 19 opportunità se le vogliamo chiamare così, mi sono in qualche modo reso conto che la guerra ognuno sta combattendo la sua oggi, a parte le 54 guerre dichiarate, ma in ognuno di noi c’è un tumulto, ci sono situazioni da sistemare nel nostro ambito, nel nostro lavoro, nella nostra quotidianità.

Probabilmente, come ho scritto anche nella prefazione del disco, ognuno combatte la sua guerra e spesso si rende conto che alla fine siamo noi stessi il nostro nemico, questa è una considerazione sana che va anche espressa.

Quindi in questo album cerco anche io di vincerla questa battaglia, perché la paura la provo anch’io, è una paura legittima di un tempo che balla fra sentenze, fra cattedre, fra simboli, credo che più disadorni di così non potevamo ritrovarci.

In una volontà di recupero che è sempre vigile, è sempre presente. Abbiamo forse un po’ avuto la meglio sul razzismo che sembra che in questo tempo sia talmente violentemente protagonista: è questa la risoluzione che tutti noi ci auspichiamo, che finalmente non si facciano più differenze.

Non si crei più questo sospetto e soprattutto le religioni e anche questi stati così prorompenti, così teutonici, possano in qualche modo comprendere che la forza ancora dell’umanità e di un raggiungimento di una serenità globale è proprio l’amore, è proprio riconoscere il valore dei sentimenti.

La musica come arma contro l’indifferenza

Noi dobbiamo educarci ancora alla piazza, dobbiamo essere ancora un pochino più convinti, un pochino più alleati quando occupiamo una piazza, quando cerchiamo con la nostra presenza, con la nostra voce di far comprendere le nostre ragioni e le nostre paure e il nostro bisogno di vedere un futuro finalmente praticabile.

Io non conosco una ricetta così infallibile per suggerire a ciascuna di queste categorie di persone, di mentalità, di estrazioni eccetera, quale sia effettivamente l’atteggiamento da assumere in questi casi.
La presenza comunque è importantissima, e le presenze si fanno sentire. Anche una piazza muta, una piazza assolutamente muta, senza cartelli, senza bandiere, senza nessun ammiccamento.

Sarebbe quella la risposta più forte, più prorompente.

Il senso di responsabilità sul palco

Io quando sono sul palcoscenico in queste ore sono uno che in qualche modo avverte la responsabilità ancora maggiore di quell’artistica di stare sul palco, ma per fortuna queste canzoni stanno rappresentando molto il mio stato d’animo e sono la medicina migliore, per me, di affrontare ancora il pubblico e di affrontare la vita.

Perché ci può essere uno scoramento, come in questo periodo, dove si fa fatica proprio ad alzarsi la mattina a raccontarsi che la vita è bella.

Quindi per questa ragione uno deve trovarsi degli alibi, dobbiamo per forza di cose cercare di spingere sull’acceleratore affinché anche al nostro intervento possa seguire una contaminazione importante.

Si fa l’arte anche per questa ragione, perché poi sotto sotto, segretamente, ogni artista involontariamente, forse inconsciamente fa un lavoro di ripristino, di riconversione, anche di riappacificazione.

Per esempio anche guardare i miei colleghi rapper che si esibiscono in un genere musicale molto particolare, eccetera. Io li osservo e spesso mi rendo conto anche che ci può essere anche una capacità, proprio perché la musica ce la offre: quella di non creare questi compartimenti stanni dove tu fai il punk e quello fa l’heavy metal.

Siamo una famiglia meravigliosa proprio per questa diversa maniera di intraprendere un viaggio e di abbracciare una certa attitudine.

Quindi secondo me, non vorrei adesso crearmi ulteriori nemici, ma dobbiamo cercare di tenere calmi i discografici, gli editori, gli impresari, tutte queste persone che vogliono farci diventare dei numeri, ci buttano nella mischia e vada come vada per profitto, per fare i propri interessi.

Renato ce l’ha fatta: dobbiamo essere amministratori di noi, dobbiamo cercare di non farci sporcare, di non permettere di offrire una faccia sporca che non è la nostra.

Il rapporto con Loredana Bertè e una eventuale collaborazione

Noi abbiamo collaborato talmente tanto che abbiamo finito per litigare, forse è una verità assoluta che anche in una coppia di innamorati la troppa frequentazione, troppo stretta, va poi creando dei grandi malintesi o comunque delle stanchezze, se vogliamo.

Consideriamo che poi non eravamo solo io e Loredana, ma eravamo io, Loredana e Mimì, quindi un triangolo devo dire più eclatante di questo non credo esisterà mai più e quindi ci siamo tutti in qualche modo prodotti per… è stato un ente assistenziale il nostro, ognuno faceva le marchette per l’altro e poi tu portavamo a casa il piatto di minestra e la soddisfazione anche di resistere malgrado i pronostici che allora erano infami, a parte quello che fecero su Mimì che fu veramente terrificante.

Ma anche io e Loredana, insomma, le nostre sofferenze le abbiamo patite, l’abbraccio era definitivamente anche urgente se vogliamo, perché poi passano gli anni e il tempo si stringe e le opportunità pure. Siamo cresciuti, Loredana l’ho trovata meravigliosamente più calma, più riflessiva, questo grazie a me pure perché io avendola accannata… anni fa quando lei mandava a quel paese qualcuno io dovevo andare lì, “Ma no, scusala dai, Loredana è brava, è buona etc.”.

Avendola privata di questo sostegno, si è vista un po’ isolata, un po’ imbarazzata, quindi ha dovuto fare ammenda alla propria bontà, alla propria sensibilità, quindi credo di essere anche un pochino l’artefice di questa riconversione, e averla vicino oggi per me vuol dire molto.

Renato Zero ha ancora desideri e progetti da realizzare?

Io sto adesso diciamo cercando di ricompormi per il disagio nell’aver perso parecchi amici ultimamente, e questo ovviamente mi preoccupa perché le sostituzioni sono improbabili e non le vedo assolutamente una soluzione, però mi piace in qualche modo continuare un percorso proprio alla ricerca di una nuova realtà dalla quale attingere.

Per esempio, una roba che mi piacerebbe molto mettere in essere è girare un film, raccontare quelle cose che non riesco a raccontare in musica, raccontarle invece sullo schermo.

Perché insomma, questo schermo ormai lo vediamo in pollici, siamo orfani di quegli schermi enormi dei cinematografi dove non ti perdevi un particolare, un dettaglio… se io riuscissi a fare un film, a raccontare una storia, non mi dispiacerebbe.

Di cosa ha paura oggi?

Un tempo avrei decisamente optato per la solitudine perché è stata per me una cattiva compagna, neanche poi così tenera perché mi veniva prodotta, non la producevo io, era materia esterna a me.

E poi andando avanti con gli anni ho scoperto che la solitudine è anche in certi casi una salvezza, perché quando finalmente ti trovi a confronto con te stesso senza contaminazioni, senza distrazioni, eccetera, piano piano cominci finalmente a rivalutare anche certi errori, a crescere anche con maggiore vigore e decisione nei rifacimenti.

Quando ti ritrovi lì a ritenteggiare la tua anima sei pronto, hai maggiore consapevolezza in questo senso di poter in qualche modo guarire da certe incertezze.
La paura di oggi è l’incomunicabilità, è salutarsi con il sorriso ma non riconoscere la persona che è davanti.

Qual è “L’ora zero” di Renato?

Ma l’ora zero di Renato oggi è l’ora zero di tutti, ripeto, perché la nostra situazione è talmente balenante, talmente, così, neanche alternativa perché siamo prigionieri evidentemente di forze al di fuori di noi, quindi non possiamo controllare assolutamente neanche il nostro futuro perché già il futuro di per sé è un’incognita seria, ma in più se viene bendato…

Perché poi c’è pure da dire che questo futuro è così poco chiarificatore, non ci dà l’opportunità di vedere attraverso e che dobbiamo in qualche modo temere di non avere sufficientemente energie, ma anche potere per poter sovrastare certi pericoli e certi atteggiamenti che arrivano direttamente da certe amministrazioni, da certe scelte politiche.

Quindi si va indebolendo la nostra autonomia nel fatto che ciascuno di noi possa avere un peso specifico in una qualunque situazione o scelta. Questo mi spaventa: il fatto di non avere più autonomia ognuno di noi, e non parlo di me, io parlo di tutti, parlo anche dell’autonomia di un bambino: non c’è, dove sta più?

Che “elisir” porta a casa da quest’album?

Non so, un elisir mi sembra un po’ anche un po’ riduttivo perché non è un elemento solo che soddisferebbe la mia… appagherebbe la mia escursione che ho fatto in queste 19 canzoni.

Mi piacerebbe poter fare affidamento su una serie di opzioni, evidentemente più larga, più variegata, per potermi garantire che l’efficacia di questo lavoro di adesso possa in qualche modo indurmi a essere anche un po’ speranzoso nelle prossime composizioni, ma anche di avere questa sensazione che sto andando avanti, come l’ho avuta ieri sera al Brancaccio, di sentire questa gente così appiccicata a me, così meravigliosamente d’accordo con la mia mentalità, con il mio modo di essere artista e uomo.

Ecco, questo, questo elisir in fondo è il pubblico che, lo dico e lo ribadisco da sempre, non smetterò mai di ringraziare, perché dietro un’ostilità di pochi scellerati io trovai e trovo poi definitivamente oggi questo abbraccio rassicurante che mi rallegra e non solo, ma è l’alibi meraviglioso per non avere fatto le vacanze.

Infatti sto cercando un posto dove mi insegnano come si fa le vacanze, così magari una volta tanto ne faccio una!

Anche nel prossimo tour lo show mescolerà tutte le arti?

Beh, io l’ho fatto con “Zerovskij”, però devo dire chenel mio percorso è emerso un errore di fondo che io devo aver commesso, che è quello di aver anticipato troppo i tempi, e questo è successo già dall’origine da “No! Mamma, no!” quando mi esponevo magari con tematiche o teoremi che non erano forse comprensibili.

Però poi con l’andare del tempo mi rendevo conto che il mio orologio era sempre avanti, e questo credo sia stato un dato che ha fortemente, diciamo anche negativamente, come posso dire, messo in crisi anche il mio operato, perché sai, quando sei avanti la gente ti guarda strano e tu ti senti qualcosa di  non perfettamente aderente al tempo, cioè sono situazioni quando ho cantato la pedofilia in “Qualcuno mi rende l’anima” e la gente mi guardava dicendo “Ma non esiste la pedofilia!”.

E poi quando disgraziatamente, adesso lo dico e con un grande rammarico, nell’83 cantai “Pericolo di contagio che nessuno esca dalla città guai a chi s’azzarda a guardare laggiù oltre quel muro l’epidemia che si spande”, insomma, quando mi fecero presente che questa cosa e il Covid erano parecchi stretti, rimasi scioccato.

E quindi voglio dire ecco, se c’è una roba che mi sento di imputarmi, è questo eccesso di puntualità nel raccontare la vita e le circostanze di un vivere non sempre rosa e non sempre accettabile.

Le collaborazioni all’interno dell’album e nella sua carriera

Allora diciamo subito che Stefano Di Battista suona il brano “Tempo”, Stefano fa un solo di sax meraviglioso. Ci sono gli altri autori, hanno citato Paoletti, Nava e Vizzini. Forse per qualcuno non è chiaro che nella mia carriera ho sempre amato collaborazioni, da Tito Schipa a tanti altri, a Maurizio Fabrizio, a Piero Pintucci, non ho mai assolutamente escluso nessuna possibilità di potermi in qualche modo rappresentare anche grazie al supporto di colleghi di levatura musicale e artistica assolutamente certa, e oggi ho fatto altrettanto.

Perché poi questa cosa nasce, e questa è la benedizione celeste, nasce proprio dall’esigenza che riconoscendo in Alterisio Paoletti piuttosto che Adriano Pennino o Danilo Madonia la qualità e questa somiglianza con la mia idea, con il mio modo di fare musica e raccontare, ho semplicemente poi l’opportunità di intraprendere queste unioni, queste amicizie, questi legami, e questo si ripeterà penso anche in futuro perché credo che la collaborazione sia la base.

Anche poi la qualità delle offerte che ti vengono in qualche modo riconosciute da parte dei colleghi è quella che ti esalta, stiamo parlando di personaggi che a parte me hanno realizzato opere meravigliose, sono stati in qualche modo amati, quindi ben vengono queste collaborazioni, nulla togliendo il fatto che sono questi brani che ho voluto io che fossero così, li ho calzati nella mia misura e quindi sono felice di aver fatto questa bella traversata a più remi.

Cos’è trasgressivo davvero, oggi?

Forse una normalità inattesa, ma comunque presente perché poi alla fine si trasgredisce anche, volendo, con un bacio, con un abbraccio. Dipende dalla circostanza, dipende dal valore poi che dai alle cose, ai rapporti, ai sentimenti… cioè, trasgredire in un mondo di trasgressori non fa né caldo né freddo, ma quando una situazione magari è ferma, è statica, se qualcuno trasgredisce anche alzandosi dalla massa e cantando “Penso che un sogno così non ritorni mai più” ha già vinto.

L’arte può lenire il dolore, in questo mondo ferito?

Sì, certo che l’arte fa questo lavoro, ma fa anche di più volendo, dipende dalla disponibilità di ciascuno o anche dalla volontà di volersi andare a rifugiare in queste zone anche della psiche. Per me la pace non può essere una manifestazione collettiva necessariamente, ma ognuno di noi ha dovere di ricercarla questa pace all’interno di se stesso, perché noi dobbiamo fare i conti anche col quotidiano, perché oggi si vedono le macchine che si fermano, si insultano, c’è questa aggressività dovunque, da un pianerottolo all’altro si mandano a fanculo.

Trovo che questo sia lacerante e non aiuti anche la volontà di ciascuno di prendere in considerazione lo stop, di dire “adesso fermiamoci un attimo e rimescoliamo un pochino le carte”, quindi io penso che comunque da parte mia questa pace io l’abbia in qualche modo sempre un pochino ricercata e abbia sempre fatto il possibile per non eliminarla dai miei propositi. Voglio dire, la pace la mia anche di un abbraccio per esempio con la musica, con i miei collaboratori, con il pubblico.

Ognuno di noi deve cercarsi in qualche modo anche dei punti di riferimento e queste alleanze sono importanti, sono fondamentali proprio per riuscire a sentirsi anche più leggeri, più padroni della vita e più padroni delle circostanze.

Il rapporto con la Sicilia

Allora, io dico due cose che mi vengono immediatamente alla ribalta: questo ponte sullo Stretto che senso ha quando queste isole hanno una loro vita, hanno una loro magia, questo fatto che prendo il traghetto per arrivare dall’altra sponda e mi godo tutta quella meraviglia di tradizioni, di costumi, di qualità?

Questa è una roba che speriamo che non avvenga per amore dei siciliani che si meritano questa autonomia celeste, azzurra, paesaggisticamente parlando.

E poi l’altra chiave è che praticamente io quando ho fatto “Zerovskij” e l’ho rappresentato in vari teatri italiani, quando sono stato a Taormina, al Teatro greco di Taormina, ero Zerovskij in tutto il suo splendore, ero riuscito a trovare una collocazione meravigliosa, un’opera che era altrettanto meravigliosa.

Cosa si intende per “Essere senza” in un mondo che sembra avere tutto?

“Senza” è l’essenza, cioè quando tu capisci che non puoi abbeverarti a un inizio, a una complicità, a una soddisfazione che non è la pasticceria e non è la vetrina della pasticceria, ma è un modo di approcciare a una conquista, a un appagamento che sicuramente dovrà essere altolocato e altisonante.

Oggi voglio dire quelli che hanno risparmiato, quelli che non hanno dato sfogo a certi atteggiamenti, a sprigionare questa sicurezza, questa ricchezza patrimoniale, quelli delle famose molliche, quelli che hanno messo via, oggi si trovano finalmente sereni perché non rimarranno senza, perché quello che acquisisci anche dentro, che non è soltanto la minestra, non è il piatto di pasta, quello che incameri dentro è quella la ricchezza patrimoniale, e in fondo il brano va a significare proprio questo, che senza, non se può stare senza, ma senza un abbraccio, senza una carezza, non è che parliamo soltanto che devi possedere le persone.

Questa è la regola di oggi, la gente vuole possedersi, questo fatto anche è brutto, anche l’amore, vediamo questo femminicidio perché io vedo che la donna mi sta crescendo, sta diventando un ciclope… questo atteggiamento di non godere dei vantaggi che qualcuno che ti sta vicino, che ami, possa crescere, possa diventare qualcosa di più del meschino che sei, questa  è la cosa più terrificante. Secondo me, quelli sono senza, quei soggetti: signori uomini che fate queste cazzo di razzie, siete senza!

Una canzone da dedicare al Renato degli esordi

Questa cosa è contorta, perché quello di allora lasciamolo riposare in pace, nel senso che ha dato quello che doveva dare, dire quello che doveva dire. Oggi io lo rappresento comunque, perché se non c’era quello lì, quello in fondo alla lista, oggi non ci sarei stato io, quindi io mi dedico la canzone prossima.

In quale momento della giornata preferisce far nascere i suoi brani?

Non c’è un momento effettivamente deputato per scrivere, qualcosa l’ho scritta anche in zone improbabili, questo per dire che l’anima spesso è padrona e lo decide anche lei quando l’ispirazione si affaccia, quindi non ritengo ci possa essere, perché quello diventa mestiere. Secondo me, se uno si mette lì e per forza di cose deve riempire un foglio o dare fiato allo strumento, secondo me siamo nell’ordine del cartellino, credo non sia roba per me!

Come nascono le collaborazioni 

Partendo dalla prima domanda, ho acquisito una certa preparazione non solo somatica ma anche proprio epidermica con le persone, non parliamo solo nella musica ma anche nell’incontro, anche nello scambio con soggetti, riesco a stabilire se la persona è interessante per me, se mi incuriosisce, se è praticabile anche un’avventura un pochino più spaziale, più continuativa, e lo stesso vale nella musica.

Quando ho osservato Adriano Pennino, ma non è un giorno che lo conosco, come Alterisio Paoletti o Danilo Madonia, immediatamente è scattato qualcosa, ma anche a loro, che ci ha permesso di mettere insieme i nostri intenti, le nostre rispettive esperienze a favore di un risultato, quindi forse ci si sceglie, forse il bisogno anche di mescolare queste ragioni è reciproco, altrimenti credo che decada proprio ogni possibilità.

I nuovi talenti

Per quanto riguarda i giovani, ci sono dei giovani come Ultimo, come Diodato, sono abbastanza ottimista perché una fascia di spessore di quegli artisti che vogliono lasciare una traccia di loro stessi esiste.

E questo è già un dato meraviglioso; io sono un pochino diffidente per esempio per questo Sanremo che si vada a fare una scelta spesso un pochino troppo spericolata nel volere assegnare delle posizioni ad artisti che vengono scelti in base al quorum dei loro sostenitori sui social e via discorrendo, ma bisogna avere il coraggio di prendersi delle responsabilità.

Magari riprendere quel famoso discorso che dava lo spazio un pochino a tutti, al pop rock, al rap, un Sanremo che tenga conto che c’è posto per tutti ma non lasciando a casa nessuno.

E poi vorremmo che questa cosa qui, la severità anche di una certa selezione, ci porti a rivedere magari in circolazione altri Gino Paoli, altri Endrigo, altri Bindi, altri Tenco e tutta un’altra serie di cantautorati che hanno reso questo paese una piattaforma meravigliosa anche all’estero. Perché Modugno non è il solo, ce ne sono stati tanti altri come lui che hanno valicato le Alpi e sono andati a spendersi in buona parte del mondo. 

Essere un pochino più attenti a non lasciare a casa nessuno, a fare in qualche modo una selezione anche di un ventaglio un po’ più generoso nel considerare le differenze fra un genere e uno stile e l’altro.

Quali sono le canzoni che durante la scrittura hanno generato più emozione?

Io sono un po’ deboluccio in questo caso perché sono un passionale, la lacrima per me – anche se non si direbbe, “Ma come fa uno che si conciava in quel modo a trovare il modo di versare la lacrima?”…

Ma quando siamo andati a registrare l’orchestra a Budapest, come anche qui a Roma all’Auditorium, certe partiture musicali ti spingono proprio alla commozione.

Sarà che la lacrima mia è una lacrima nostalgica perché penso a quanti artisti, a quanti anche arrangiatori hanno dovuto fare a meno di convocare un’orchestra in lavori, in produzioni discografiche per il fatto di economato, perché praticamente adesso, questo lo dobbiamo dire, quando tu vuoi convocare 40-50 elementi d’orchestra, ti vanno via 12-14 mila euro come se niente fosse.

Allora non è che per ottenere un’orchestra la devi ottenere gratis, però… a parte il fatto che ci deve essere chi la scrive e sto lamentando che sono pochi, bisognerebbe fare in modo che questi conservatori ne partoriscano di più.

Orchestre e contemporaneità

E voglio dire che se lavorassero molto queste orchestre, si abbasserebbe molto il costo, l’economia, la spesa ritornebbe perché ovviamente se questi suonano una volta a settimana quello che arriva si becca la legnata, invece dovrebbe essere un pochino più accessibile l’utilizzo di queste orchestre.

Se un ragazzo che fa rock dice “ma che me ne frega dell’orchestra”, io gli rispondo, e no, caro mio, perché se hai amato i Queen, se hai amato gli Who, se hai amato band che hanno usato l’orchestra in forme strepitose, non posso portare dei casi ma sappiamo tutti che se parli di uno come Quincy Jones, che ha servito Michael Jackson, artisti anche improbabili… uno come Quincy Jones che faceva il jazz, queste dottrine musicali altolocate… c’è stato un sodalizio con questi che hanno partorito una sequela di brani da manicomio, da perdere la testa.

Se i i giovani avessero l’opportunità di considerare un certo recupero di una parte utilizzabile nel completamento di una realizzazione musicale come l’orchestra, se solo pensassero che fosse possibile anche questa eventualità, scriverebbero anche diversamente o farebbero in modo di coniugare il futuribile al classico, al tradizionale, cosa che ho fatto pure e che continuo a fare oggi.

Passato e futuro della composizione

Ma non è roba da adesso, perché se voi fate caso ne “Il Triangolo” e in “Mi Vendo” ci sono degli archi scritti da Ruggero Cini che ti mandano al manicomio dalla bellezza.

Quindi non è detto che c’è incompatibilità, cioè siamo noi che ci fissiamo che dobbiamo per forza di cose, perché soprattutto le tasche non ce lo consentono spesso, dire il nostro limite è quello, e ritorniamo anche al discorso dei discografici.

Perché il ragazzino a casa ha tutti i suoi plug in, tutte le sue cose apparecchia, prende il loop da lì, prende la batteria finta da là… mettiamo in circolo questa chiacchiera, che la musica va fatta insieme, perché se non c’è un batterista, un tastierista, un bassista, un pianista e un gruppo di fiati, cioè se non c’è la collaborazione e anche gli ingredienti che non siano così multiformi e così complementari in un modo così altolocato, noi finiamo per accontentarci del fritto misto.

Musica e social

Io penso che è solo una questione anche di educazione, cioè noi siamo, secondo me.

Gli esempi di questo paese vanno a tutti i livelli, queste figure carismatiche che abbiamo avuto in passato vengono meno oggi, non so se per un fatto di trascuratezza o perché magari non ci piace sentire la verità tutti i giorni e dover assimilare magari dei concetti che sono sconvenienti per la nostra libertà individuale o per chissà quale altra ragione.

Fatto sta che non avendo questi esempi, non abbiamo più la cognizione della direzione, della scelta, del tempo, delle urgenze, quindi io penso che è tutto da lì, perché anche quando vedo questi ragazzi che stanno con i cellulari e lavorano con l’iPad, sono in qualche modo incoraggiati a questa cosa.

Perché sappiamo perfettamente che la presenza di questi apparecchi, di questa tecnologia, va a colmare quei vuoti dell’insegnamento, dell’impartire regole, fondamenti, e poi la cura di una crescita personale e individuale, anche la scuola dovrebbe fare sostanzialmente anche questo con dei programmi. Se c’è un esempio, secondo me, tutto viaggia. E se viene a mancare, siamo animali allo stato brado, senza questa luce, senza queste indicazioni, questo sostegno.

Il coraggio d’essere diversi

Prima di tutto, passo dall’altra parte della barricata: non bisogna sentirsi diversi perché, dal momento che tu ti senti diverso, automaticamente accetti una convocazione, accetti di appartenere a una certa umanità.

E questo poi consente agli altri di ferirti, perché ovviamente se tu hai già in te questa convinzione, sei sguarnito.

La sicurezza di essere diversi secondo me è una posizione meravigliosa, perché già “diversità” è un termine che abbraccia.

Abbraccia tutta una serie di normalità se vogliamo, le colora, avere un amico diverso sprigiona tutta un’altra energia quella amicizia lì perché ti apre il cuore, ti apre gli occhi, ti fa sentire in qualche modo in possesso di una di una vicinanza anche di supporto.

Io ho avuto tanti amici nella diversità ma in tutti i generi della diversità, perché ci sono diversità anche intellettuali, addirittura fisiche che possono in qualche modo rappresentarsi poi con una meravigliosa soluzione.

Ho avuto amici per esempio con difetti fisici che se ne sono fregati di essere nati con delle caratteristiche di quel tipo e le persone quelle lì sono quelle più sensibili, quelle più intelligenti, con un cazzo di segreto, quindi il diverso sappia che è un elemento fortemente utile e necessario alla società.

Chiara Rita Persico
Classe ’83, nerd orgogliosa e convinta, sono laureata con lode in ingegneria dei sogni rumorosi ed eccessivi, ma con specializzazione in realismologia e contatto col suolo. Scrivo di spettacolo da sempre, in italiano e in inglese, e da sempre cerco di capirne un po’ di più della vita e i suoi arzigogoli guardandola attraverso il prisma delle creazioni artistiche di chi ha uno straordinario talento nel raccontarla con sincerità, poesia e autentica passione.

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