«Ho ritrovato una chitarra di una mia trisavola di metà 800, una chitarra classica per signorine. Ho provato a suonarla e ho finito per scrivere tutte le canzoni con quella», parla degli undici brani del suo nuovo album Carmen Consoli. In splendida forma, «sembro secca se parlo in piedi?», la cantautrice ci racconta la genesi di Amuri Luci, il nuovo album in uscita domani in digitale, il 17 prossimo con un cd-book contenente testi, storie e introduzioni di ciascun brano e a Natale in una special edition in vinile.

«Quando avevo le canzoni ho chiamato i miei musicisti, Massimo Roccaforte (chitarrista), Puccio Panettieri (batterista) e Marco Siniscalco (bassista), nella mia casa di campagna, dove, nel salone in pietra lavica da cui si vede l’Etna da un lato e il mare dall’altro, ci siamo divertiti con la musica e le abbiamo arrangiate. In più cucinava mia madre e siamo ingrassati a dismisura. Le abbiamo registrate per il 70% in presa diretta, quasi fossero dal vivo, poi abbiamo aggiunto l’orchestra, alcune parti degli ospiti e gli effettini di qualche strumento tradizionale che aggiunge sapore.»

Proponi il disco come il primo di una “trilogia delle radici”…

«Sì, ho già scritto qualcosa del secondo e se hai suggerimenti per il terzo posso appuntarmeli. Amuri Luci è l’incontro con le mie radici mediterranee e linguistiche. Non è cantato solo in siciliano, ma anche in greco antico, arabo e latino. Il latino ci unisce agli inglesi e ai normanni, così il secondo disco avrà un linguaggio internazionale, inglese, francese. Riscoprendo le radici comuni dei popoli partendo dal nostro latino, sarà un incontro internazionale grazie alla poesia, magari ci metterò anche un testo ricavato da Shakespeare, e alla matrice rock che mi ha formato. Ci saranno anche due elementi degli Uzeta, un gruppo che suona il rock tipico di Catania, tosto e poco radiofonico. Il terzo cd sarà in italiano e legato più strettamente al cantautorato e al mio modo di proporlo.»

Amuri Luci è un disco denso, ricco, che incrocia allure tradizionali a sonorità contemporanee, che passa dal world rock intenso alla ballata d’amore, dalla poesia sonorizzata al pop elettrico, con il contributo in quattro canzoni dell’Orchestra popolare siciliana e i featuring di Mahmood, Jovanotti e del tenore Leonardo Sgroi. Aperto dalla title-track – che unisce i due sostantivi “amore” e “luce” – dedicata a Giovanni Impastato, che ha dedicato la vita a combattere le battaglie di suo fratello Peppino, ucciso dalla mafia, mette subito in chiaro, con una scansione rock piena e un sottofondo tradizionale su cui volteggia il tipico zufolo di canna chiamato friscalettu.

«Il siciliano tira fuori da me una sorta di spirito critico, la mia parte più impegnata socialmente e criticamente. In siciliano canto di più, a voce distesa. Nei primi tempi, quando mi ascoltavano, i miei amici mi dicevano “perché stai cantando tutta spaventata in italiano?” L’italiano tira fuori da me la parte più introspettiva, e mi porta a cantare sussurrando. È talmente importante come lingua, che, se pronunciata in maniera decisa, diventa troppo epica. Così ho scelto una strada alla Suzanne Vega per esternare i miei sentimenti. Il siciliano mi tira fuori il blues, il disagio dei canti popolari, il soul, diventa quasi un urlare il disappunto. E oggi ci sono diversi motivi per farlo.»

Consoli lo fa decisamente in Parru Cu Tia, grazie a una lirica del grande poeta Ignazio Buttitta e al contributo dell’«altro grande poeta» (come lo definisce) Lorenzo Cherubini. È un inno alla ribellione, perché chi accetta sopraffazione del padrone, del governo, è complice: non ribellarsi rende colpevoli dice la poesia di Buttitta, mentre Jovanotti esorta a dare voce a quella parte di noi che abbiamo messo a tacere. Si sviluppa come una classica poesia in musica, con i suoni divaganti quasi astratti, che accompagnano la voce, la colorano, per poi crescere prima dell’intervento quasi rappato di Lorenzo contro la retorica assordante, che “ci ruba l’ossigeno” e chiudere con un magnifico intreccio tra i due.

Lo fa anche in Unni t’ha fattu ‘a stati, un altro brano dall’andamento popolaresco che prende spunto dal detto popolare “dove hai trascorso l’estate passaci pure l’inverno” e diventa un indice puntato contro gli opportunisti che fuggono i problemi e poi si ripresentano alla fine delle difficoltà. Un canto deciso, che non nasconde sfumature ironiche, sopra un tappeto di corde pizzicate e una potente ritmica. E ancora in maniera vibrante con La terra di Hamdis, ovvero la Sicilia, dove nacque il poeta arabo Ibn Hamdis e da cui fuggì per l’arrivo dei normanni. Profugo, esiliato, la rimpianse per tutta la vita come dimostrano le sue poesie, che Consoli canta insieme a Mahmood utilizzando l’orchestra per sfidare la strumentazione rock e insinuare sonorità arabeggianti.

«Mahmood è stato appassionato e preciso: ascoltare un ragazzo di Milano che parla la mia lingua in maniera accurata è bellissimo. Ispirati da questo migrante dell’XI secolo, insieme invochiamo il vento per sciogliere il pianto e spegnere l’inferno creato oggi dal dio denaro, della sopraffazione, dell’ingiustizia. Se l’avessi prenderei la mia imbarcazione e andrei verso Gaza, lo farei giuro. Adesso sono i civili a pagare le conseguenze delle guerre, come quando nel Meridione venivano uccisi, perché accusati di brigantaggio, bambini di sette, nove anni. Non è possibile.»

Consoli non dimentica l’amore nel suo bel disco del tutto non radiofonico: «tanto nelle radio non mi passavano neppure prima». Canta in greco antico i versi di Teocrito in Galàteia, che propongono il mito dal punto di vista del ciclope Polifemo, innamorato respinto e poi assassino del pastore Aci amato dalla ninfa. Svela in Qual sete voi l’amore della poetessa Nina da Messina, la prima donna nel XIII secolo a poetare in volgare, con Dante da Maiano, “interpretato” da Sgroi in una ballata in crescendo emotivo. Chiude con la passionale poetessa Graziosa Casella, non accettata dal maschilismo della prima metà del 900, che scrive straziata dei giorni passati con il giovane amante: tra malinconia e sofferenza, «i ricordi felici sono spine avvelenate».

«Sono convinta che bisogna investire su valori come amore e felicità, che però richiedono un tempo fisiologico, umano. Tutto il correre contemporaneo non aumenta i profitti della felicità. Il dio denaro e il suo esercito di diavoli armati sta creando tutto questo correre e soffrire che stiamo vivendo. Mi sono emozionata per la presa di coscienza della gente che scende in piazza, anche mio figlio di 12 anni c’è andato, mentre il governo italiano fa un 3 oru 3 oru (il gioco truffaldino delle tre tavolette, che dà il titolo a una canzone contro l’insicurezza e il maschilismo, ndr.) e in troppi parlano Comu veni veni (altro bel brano pop a tutto campo, contro l’incontinenza verbale dei commentatori che non collegano il cervello alle parole, ndr.). Vengo dalla montagna, ma questi giochi non me li fai.»

Non possiamo non parlare dell’emozionante canto delicato e drammatico di Mamma tedesca

«È una poesia di Buttitta, che aveva 16 anni quando venne spedito al fronte durante la Grande Guerra. Uccise in combattimento un soldato tedesco di 18 anni e nelle sue tasche trovò la foto e l’indirizzo della madre. Le scrisse una lettera che non ebbe mai risposta. Le bombe, i cannoni, le acque del Piave rimasero un incubo per il poeta, come per noi lo sono le guerre di oggi. Dovremmo debellare anche la guerra, come abbiamo sconfitto le infezioni, le malattie. Mi auguro ogni giorno pace, serenità, solidarietà, e sono convinta che anche solo una persona può creare una rivoluzione, una rivoluzione umana.»

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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