Opeth incantano Milano: tra tecnica, emozione e ironia, la band svedese firma un’altra serata memorabile

0

Milano, Alcatraz – 6 ottobre 2025  di Giovanni “GianRock” Cionci

C’è una forma di bellezza che nasce dall’oscurità. Gli Opeth la scolpiscono da più di trent’anni con maestria artigianale, e lo hanno dimostrato ancora una volta ieri sera all’Alcatraz di Milano, davanti a una folla calorosa e appassionata, vicina al tutto esaurito. Uno show intenso e impeccabile, dove la tecnica si è fusa con la narrazione, la nostalgia con l’evoluzione, e la musica è diventata racconto.

PAATOS
La serata si apre con il set degli svedesi Paatos, con una performance che sa incantare e spiazzare. La voce intensa e crepuscolare di Petronella Nettermalm, mai sopra le righe, guida un set ipnotico e calibrato, in cui le atmosfere post-rock si intrecciano con echi prog à la Anekdoten. Un’apertura elegante, evocativa, che conquista anche il pubblico meno avvezzo a sonorità così dilatate, preparando il giusto terreno emotivo per il viaggio successivo. 

OPETH
Non appena si spengono le luci, l’intero Alcatraz comincia ad invocare Michele! Michele!, italianizzazione affettuosa del nome di Mikael Åkerfeldt, frontman e mente della band. È solo il primo di molti momenti in cui il pubblico italiano ha ribadito il legame speciale con gli Opeth, un amore che risale ai tempi in cui la band, per la prima volta in tour europeo, apriva per i Cradle of Filth e che, come più tardi ricorderà lo stesso Åkerfeldt sul palco, trovò proprio in Italia la primissima manifestazione di vero entusiasmo al Transilvania Live di Milano. 

 L’apertura, come da copione, è affidata a §1, tratta dall’ultimo album “The Last Will and Testament”. L’impatto sonoro è devastante, la precisione dei musicisti chirurgica, l’esecuzione impeccabile: è subito chiaro a tutti che la band mantiene dal vivo l’elevatissimo standard a cui tutti i fan sono abituati. Fredrik Åkesson, alla chitarra solista, è un vero architetto del suono, capace di alternare assoli fluidi a riff monolitici. La sezione ritmica – composta da Martin Mendez al basso e Waltteri Vayrynen alla batteria, è una macchina ben oliata, che dà corpo e respiro alle composizioni complesse della band. Joakim Svalberg, alle tastiere, colora ogni brano con un tappeto sonoro che oscilla tra il vintage e il visionario. Ma è Åkerfeldt a dominare la scena, tanto con la sua voce – capace ancora oggi di passare dal growl profondo a linee vocali pulite e toccanti con apparente naturalezza – quanto con la sua presenza: sobria, ironica, perfettamente consapevole del proprio ruolo.

Il live si sviluppa con equilibrio tra vecchie gemme e altri brani tratti dall’ultimo album. I fan storici accolgono con esultanza pezzi iconici come “The Leper Affinity”, “The Devil’s Orchard”, “To Rid the Disease” e la monumentale “The Night and the Silent Water”, quest’ultima accolta con un silenzio quasi religioso. L’esecuzione è stata sempre impeccabile, con suoni puliti, dinamiche curate e una regia luci perfettamente funzionale all’introspezione musicale della band.

Una delle sorprese più riuscite è “§7”, tratto dal nuovo disco, in cui compare in studio la voce di Ian Anderson (Jethro Tull). Prima del brano, Åkerfeldt spiega candidamente che gli Opeth sono sempre stati una band fieramente live, abituati ad esibirsi senza sequenze o click: in questo caso l’unica concessione alla tecnologia è proprio la voce registrata di Anderson. E racconta, con autoironia, che a volte durante il tour quella voce “entra fuori tempo”- “Ma ovviamente, se c’è qualcuno fuori tempo, non è Ian Anderson. Siamo noi.”
A Milano, però, tutto va alla perfezione: la voce flautata del maestro britannico si fonde magicamente con la band, in uno dei momenti più emozionanti del set.

Ma il live non è solo musica, ma anche dialogo e ironia. Tra un brano e l’altro, Åkerfeldt sa stemperare l’intensità con lunghi interventi tra il serio e il faceto. Colpito dai cori da stadio del pubblico milanese, avvia una divertente digressione sul calcio, raccontando di quando da ragazzino giocava in una piccola squadra locale, ricoprendo vari ruoli, tra cui, con scarsi risultati, anche quello di portiere. Non era un fenomeno, anzi: “Una volta giocavo come portiere..e ad un certo punto  la squadra avversaria ha segnato un gol a porta vuota, perché io ero da tutt’altra parte”. Racconta poi di aver vinto una sola volta il premio di “uomo partita” il cui trofeo era… una grossa vaschetta di gelato alla banana! Ricordi teneri e surreali, che contribuiscono a rendere il personaggio ancora più umano e amato.

Dopo oltre un’ora e mezza di viaggio musicale, il primo atto si è chiude con una devastante “Ghost of Perdition”, con Åkerfeldt che ne introduce l’esecuzione rievocando un altro episodio dal sapore epico: quando, durante il tour dell’omonimo album, il batterista Martin Lopez abbandonò la band proprio prima di un concerto, fu Gene Hoglan (Dark Angel) a salvarli, imparando il brano suonando su un cuscino poco prima di salire sul palco… Eppure davanti al pubblico lo suonò alla perfezione. Una storia che sembra leggenda, ma che, nel mondo Opeth, è solo routine.

Dopo la consueta uscita dal palco e gli applausi incessanti del pubblico, la band torna per le presentazioni di rito (ancora una volta, il pubblico invoca a gran voce ogni membro della band italianizzandone il nome, tra le risate dei musicisti) e per un encore potentissimo: “Deliverance”, con i suoi dieci minuti di rabbia, tensione e poesia. Un brano che è ormai sinonimo della chiusura perfetta: l’ultimo, lungo abbraccio tra una band in stato di grazia e un pubblico semplicemente estasiato.

Gli Opeth non si limitano a suonare: raccontano, coinvolgono, creano un’atmosfera dove la tecnica si mette al servizio dell’espressione. La loro evoluzione, spesso discussa e divisiva, si è rivelata in realtà una crescita coerente, matura, e capace di accogliere sia i fan della prima ora che i nuovi arrivati. A Milano, ancora una volta, il passato e il presente hanno trovato una sintesi perfetta. E il pubblico, uscendo, ne è pienamente consapevole: certi concerti non si dimenticano.

Questa la setlist:

  • §1
  • Master’s Apprentices
  • The Leper Affinity
  • §7
  • The Devil’s Orchard
  • To Rid the Disease
  • The Night and the Silent Water
  • §3
  • Heir Apparent
  • Ghost of Perdition
  • Deliverance

 

Redazione
Spettakolo! nasce nel 2015 e si occupa di cinema, musica, travel, hi-tech. Alla Redazione di Spettakolo! collaborano varie figure del mondo del giornalismo (e non) desiderose di raccontare tutto ciò che per loro è "spettacolo" (appunto).

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome