Pianista colto, amante delle fini architetture, abituato a gestire con democrazia ed equilibrio ogni formazione, l’inglese John Taylor accentuò ulteriormente tali caratteristiche con il trascorrere del tempo. Dischi di grande caratura, a partire da Rosslyn del 2003 fino all’ultimo In Two Minds del 2014, anno prima della sua morte (avvenuta a seguito di un infarto avuto mentre suonava sul palco di un festival jazz in Francia), ne costituirono la costante conferma.

Proprio qualche mese prima della registrazione di Rosslyn, si svolse il tour Contemporary Music Network, che vide il sessantenne Taylor affiancato da altri due giganti del jazz, gli americani Marc Johnson al contrabbasso e Joey Baron alla batteria, affiatati da numerose precedenti partnership. Di certo il più qualitativo e costruttivo piano trio della sua carriera, dopo quello con il drummer Peter Erskine (che ne era il leader) e il contrabbassista Palle Danielsson e quello con i connazionali Steve Arguelles e Mick Hutton e prima di quello con lo stesso Danielsson e Martin France.

Assieme a Gordon Beck, il Nostro è stato senza dubbio il pianista più importante della scena jazz britannica degli ultimi sessant’anni: debuttò nel 1964 suonando nelle orchestre da ballo della nativa Manchester, ma la svolta nella sua carriera, fino allora sviluppatasi come accompagnatore, avvenne nel 1977 con l’album eponimo del trio Azimuth, che comprendeva anche la moglie Norma Winstone, deliziosa cantante, e il magnifico trombettista Kenny Wheeler. Infinite le sue collaborazioni, numerosi gli album a suo nome, in solo (Insight del 2003), in duo (lo ricordiamo in particolare con Charlie Haden in Nightfall del 2004), in trio (anche con le cantanti italiane Maria Pia De Vito e Diana Torto, dopo il divorzio) e in variegate altre combinazioni, compresa la grande orchestra, come ad esempio la Creative Jazz Orchestra, che nello stesso CMN tour di cui sopra proponeva la sua Green Man Suite, premiata con un BBC Jazz Award per il suo spaziare tra i generi.

Veniamo ora a Tramonto, l’album pubblicato in questi giorni da ECM, l’etichetta che nel 2002 aveva sotto contratto il trio Taylor-Johnson-Baron, come ricordo nel decimo anniversario della scomparsa del pianista. Se il leader si è mosso tra diverse influenze, di certo quella di Bill Evans è stata determinante nel suo flusso sonoro, e l’avere con sé il contrabbassista che affiancò il pianista del New Jersey verso la fine della sua carriera (poi a lungo il nostro Enrico Pieranunzi, oltre che la moglie Eliane Elias, per dire solo dei pianisti) è uno stimolo in più. Inoltre Baron è un jolly prezioso, che sa muoversi in ogni territorio, dal lirismo di Fred Hersch alle invenzioni di John Zorn, dall’eclettismo di Bill Frisell all’avanguardia di Tim Berne.

Chi ha considerato come lo stile di Taylor fosse divenuto col tempo sempre più lirico e morbido, con brani sognanti e carichi di swing appena accennato, trova da subito in questo live una smentita – almeno parziale – perché Pure And Simple, il primo dei cinque lunghi brani dell’album (già registrato in un altro lavoro dal vivo, Blue Grass del 1991 con il trio inglese, in You Never Know, registrato l’anno successivo con la coppia ritmica Erskine/Danielsson, e ancora in Insight) è sfaccettato e mobile. Già dall’intro svolta e zigzaga, con una serie di variazioni di tocco, tono e velocità, per poi aprirsi, con l’interazione quasi telepatica di basso e batteria – che hanno anche aperture e protagonismi – in un incedere camaleontico e spigoloso, che cambia colori e stati d’animo in un progressivo evolversi secondo direzioni irrequiete.

Marc Johnson, John Taylor, Joey Ribot – foto di Diana Taylor-ECM Records

La registrazione al CBSO Centre di Birmingham continua con Between Moons, la ballata che era il brano di riferimento di quel tour e che verrà riproposto in Rosslyn, così come la successiva title track. Il tocco malinconico e romantico di Taylor esce qui con trasparente lucidità, con diafana purezza, con tenerezza palpabile, quasi incrociando sapientemente misticismo e sensualità, delicatamente ombre e luci, sorretto dai sortilegi della ritmica. John riproporrà Between Moons ancora in Insight e poi nel 2008 in Triangoli, con la voce e le parole in inglese della nostra Torto e il contrabbasso dello svedese Anders Jormin.

Il terzo brano è Up Too Late, che il contrabbassista Steve Swallow scrisse nel 1988 per l’album all stars del collega francese Henri Texier titolato Colonel Skopje. Taylor e i suoi forniscono una prova lucida e ispirata, in uno scorrere sempre in bilico tra rigore e divertimento, tra epos e sorriso, tra moderazione e tracimare. Meglio della versione compassata con Danielsson e France che apriva l’albo Angel Of The Presence del 2004, qui il cuore bop emerge e poi si inabissa, apre il percorso e poi lo trascina verso il silenzio, si riprende lieve e poi vola liquido e informale. Se il pianista inanella un fantasmagorico assolo, Baron gioca tra il rullante e il charleston e Johnson incanta con l’archetto.

La miracolosa empatia del trio continua nella title-track, scritta da Ralph Towner e suonata per la prima volta dal chitarrista nell’album Oracle del 1994, insieme al bassista Gary Peacock. Il solo contrabbasso introduce la voce del pianoforte emotivo e billevansiano, quella più tipicamente di Taylor, che poi dialoga con la cavata sicura dell’uomo del mitico debutto Bass Desires (di cui siamo al quarantennale), mentre la batteria sfiora appena le note altrui. Una versione intima di un brano che il pianista riprenderà in Insight e, con le parole in napoletano di un’incantatrice Maria Pia De Vito, in Verso, registrato con l’autore e la nostra vocalist nel 2007.

Ancora in Insight il solo Taylor proporrà pochi mesi dopo anche il brano che chiude questo Tramonto, con esiti decisamente meno eclatanti di quelli che si ascoltano qui. Ambleside è una traccia formidabile, che in 15 minuti non presenta un attimo di dubbio. Dal grido al mormorio, dalla morbidezza al graffio, tutta una gamma di suoni, di timbri, di ritmi (compreso un solo antologico di Baron), sfilano per le nostre orecchie e sollecitano surrettiziamente le nostre mani, i nostri piedi, il nostro cuore, il nostro corpo intero, senza mai dare l’impressione di un esercizio dimostrativo o di tecnicismi virtuosi. Anzi quasi costringendo l’ascoltatore a guardare, toccare, muoversi, dentro una stanza dove tre magnifici artisti affrescano mirabilmente le pareti, il pavimento e il soffitto.

Da aggiungere solo, e non come banale post scriptum, che il cd è stato registrato dall’ingegnere del suono Curtis Schwartz, un ottimo specialista che ha firmato, grazie al suo orecchio eccezionale, numerosi lavori memorabili del jazz anglosassone (tra i quali citiamo almeno la perla di Stacey Kent del 2013 The Changing Lights), così come lavori di Van Morrison, Yes, Suede

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome