Devo essere sincera, sono sempre stata un po’ scettica su questa operazione, ma avevo letto l’omonimo libro – bellissimo – di Warren Zanes e poi l’endorsement totale di Bruce all’intera operazione avevano cancellato buona parte delle mie perplessità.
E quindi venerdì scorso mi sono recata con grande entusiasmo e curiosità all’anteprima romana del film diretto da Scott Cooper, pronta ad essere travolta dalle emozioni. Il film però – devo essere altrettanto sincera – non mi ha appassionato, non mi ha catturato, come invece immaginavo.
Indubbiamente belle e suggestive le immagini in bianco e nero che raccontano l’infanzia di Bruce, il rapporto tenero con la madre, quello maledetto con il padre, però poi c’è qualcosa che non funziona nell’insieme: troppo lento in alcuni punti, troppo lungo in altri. Bruce interpretato da un bravo attore (Jeremy Allen White), ma che non gli somiglia minimamente e a tratti sembra quasi essere una caricatura. Sì lo so che White ha fatto un lavoro estremamente meticoloso su di sé per “interpretare” e non “imitare” Springsteen, però evidentemente non è bastato. Almeno secondo me. Sì, so anche che il Boss ha seguito passo dopo passo la lavorazione del film, rimanendo giornate intere sul set, dando indicazioni a White. Lo so. Però – anche qui – evidentemente, non è stato sufficiente.
Sicuramente il merito del film è quello di raccontare il travaglio interiore di un artista che è terrorizzato dall’idea di diventare quello che non vuole essere, almeno in quel momento della sua carriera e della sua vita. È ossessionato dai demoni, sa che è sul punto di diventare la più grande rockstar del pianeta, ma non è ancora pronto per quel ruolo. E quindi sceglie di andare in una direzione diametralmente opposta a quella che tutti si aspettano, a cominciare dalla sua casa discografica, e pur avendo scritto già tutte le canzoni che entreranno poi in Born in the USA, Springsteen decide di fare un album come Nebraska che è disperazione, paura, ansia, solitudine, follia allo stato puro.
È una storia di resistenza e di resilienza al tempo stesso, è il travaglio di chi sa di avere un enorme buco nero dentro di sé ma che non sa come affrontare se non attraverso l’unica cosa che sa fare, ovvero comporre canzoni. Ma questa volta le scrive solo per se stesso, da solo, dentro una casa isolata da tutto e da tutti.
Il nodo centrale è questo, ed è questo il punto positivo del film. Il resto però non decolla, sembra più una grande occasione mancata che un film ben riuscito. C’è anche qualche imprecisione storica (quando Bruce riparte con il tour di Born in the USA, nel 1984 dopo il trasferimento a Los Angeles e un percorso di analisi, ha 35 anni e non 32 come dice a suo padre nel film), ma forse pochi ci faranno caso e comunque non cambia nulla nella narrazione.
Bravissimi gli attori, tutti, da Jeremy Strong (Jon Landau) a Stephen Graham (il padre Doug), dal piccolo Matt Pellicano a Gaby Hoffman (mamma Adele, il cui personaggio meritava forse un approfondimento maggiore) fino a Odessa Young (la Faye Romano che rappresenta la personificazione di una serie di fidanzate dell’epoca), oltre – ovviamente – a Jeremy Allen White che ha imparato a cantare e a suonare (impressionante per veridicità la scena live di “Born to run” vista anche nei trailer), ma forse non è bastato.
Ne consiglierei la visione? Certo, non fosse altro perché è un film che parla di musica e di un artista immenso, di una parentesi della sua vita che tutti gli Springsteeniani conoscono alla perfezione e che i non-fan troveranno forse difficile da capire.







































