Se una volta, diciamo attorno agli anni Cinquanta, il jazz aveva definito il quintetto – tromba, sassofono, piano, contrabbasso, batteria – come la sua formazione di riferimento, da molte stagioni ormai non è più così. Il jazz è diventato definitivamente una musica che si appropria di mille elementi, mille stili, mille declinazioni, provenienti da altri generi, con la capacità inossidabile di rimanere sempre sé stesso. E proprio in questa operazione “musicofaga” anche i gruppi che lo suonano sono diventati elastici e mobilissimi, passando dal solista alla grande orchestra senza soluzione di continuità bensì intercalando nel passaggio le infinite combinazioni strumentali e timbriche immaginabili dalla fantasia dei diversi protagonisti. Oggi affrontiamo alcune formazioni cosiddette “allargate”, che superano lo standard del quintetto pur senza avvicinarsi alle big band o alle megacompagini di almeno dieci elementi. E vi assicuriamo che riescono a proporre dell’ottimo jazz.

Brassense

Brassense

Stay Funky (Alfa Music/Egea)

Voto: 7/8

Anche se può sembrare paradossale, questo disco è contemporaneamente rinfrescante e caloroso. Rinfrescante perché, anche se le sonorità introspettive, sospese, elettroniche, concettuali o parodistiche possono non essere prive di charme, fa bene in tanto di tanto ascoltare del jazz che si preoccupa più delle sensazioni che dell’intelletto. Caloroso perché offre un esempio ottimamente riuscito di commistione del jazz con il funky, senza che nessun elemento serva da edulcorante per l’altro.

Lontano da proporre una giustapposizione tra generi che hanno origini comuni, si tratta realmente di jazz-funk, inteso come risultato di una simbiosi sentita e costruita, elaborata e spontanea, capace sempre di rullare lungo le autostrade del sentimento e della passione. L’ex-quintetto dei Brassense diventa per l’occasione una superband di sette elementi, tutti della “scuola romana” e tutti forgiati da studi e da collaborazioni di prestigio (da Ennio Morricone a Paolo Fresu, da Antonella Ruggiero a Bill Conti, da Renato Zero a Renzo Arbore e via dicendo), con l’aggiunta della voce e delle percussioni della cubana Irina Arozarena, a lungo al fianco di Tony Esposito.

In questo cd di debutto dedicato al contrabbassista Rino Zurzolo, stabile al fianco di Pino Daniele e scomparso nel 2017, le orchestrazioni del maestro Ivan Marini portano i cinque ottoni (tra cui il corno di Gabriele Gregori e la tuba di Maurizio Capuano), il chitarrista Alfredo Bochicchio e il batterista Alberto Botta a personalizzare brani come l’iniziale Do To Me di Troy Micheal Andrews ovvero il funker di New Orleans Trombone Shorty, con un assolo di basso dell’ospite Lorenzo Feliciati e incroci strumentali di pregio, come la Faith di Sua Maestà Stevie Wonder, un errebì pulsante sulla presenza della voce con un assolo di tromba, prima sordinata e poi aperta, oppure come le brillanti Push It Up e Hole In My Pocket degli australiani Cookin’ On 3 Burners, dal groove vivace e urbano.

Ancora il cd offre Golden Tulip degli Huntertones, band dell’Ohio trasferitasi a New York, con un nuovo taglio orchestrale e irrorato da un assolo della sei corde elettrica. Più soul e stilosa sull’incedere di un trombone suadente (Palmiro Del Brocco) Ain’t No Use dei Meters, mentre sorprende la conclusiva The Pretender dei Foo Fighters, la band di David Grohl che per questo brano ottenne un Grammy Award nel 2008 nella sezione hard rock, in un super-arrangiamento di Marini, che firma anche la convincente sigla della band Brassense Groove.

Pasquale Mega PoliCroma Ensemble

Pasquale Mega PoliCroma Ensemble

Concerto in tre colori (Dodicilune/IRD)

Voto: 8

Contrariamente a una vecchia idea tuttora relativamente diffusa, il jazz non è più solamente una musica “dell’istante”, dell’improvvisazione “pura e dura”, del tempo infelice che corre in un perpetuo esodo. Molto più adeguatamente e contemporaneamente è una musica che si sviluppa come un tessuto, un drappo, con una struttura, una trama, una complessità, che gli permettono di riscaldare più o meno durevolmente chi ascolta, di indossarlo con grazia oppure veemenza, di tornare continuamente di moda come rinascendo dalle proprie ceneri grazie alla pietra miracolosa oscura dell’improvvisazione.

E proprio un tessuto raffinato e serico, levigato e morbido, è quello che assembla il settetto PoliCroma Ensemble, che debutta, guidato dal pianista materano Pasquale Mega, con questo album diviso in tre suite liriche, ricche di melodie cesellate e di arrangiamenti stilosi. Già gli accostamenti timbrici del gruppo, che allinea, oltre alla coppia ritmica, il vibrafono sottile di Pasquale Bardaro e il clarinetto luccicante di Gabriele Mirabassi, violoncello e arpa, costituiscono un punto partenza raffrontabile agli acquerelli di un pittore romantico e tumultuoso come William Turner. Il seguito è dato dalla costruzione sonora che ha un’apparenza quasi da musica classica (da cui non disdegna qualche prestito formale) e uno sviluppo sottile, coerente, inventivo, sorretto da una mai negativa preoccupazione per la bellezza.

Quattordici brani registrati dal vivo nel novembre 2021 ci danno l’immagine sonora de L’indaco di Pal – la prima suite in quattro movimenti firmata da Mega -, de L’ambra di Esbjörn – i cinque successivi tutti del repertorio degli E.S.T.– e de Il carminio di Lars, gli ultimi cinque composti dal contrabbassista, anche lui svedese, Lars Danielsson. Mega parte dal suo Mediterraneo “imbronciato”, con il sentire profondo di un’immersione nell’acqua cristallina di un folk distillato e scritto, di un melodismo quasi catartico e della corposità di micro-vibrazioni concatenate. Quindi si insinua nel mondo trasparente del trio del compianto pianista svedese Esbjörn Svensson riportando le sue melodie memorabili e le sue combinazioni tra i generi in un alveo che possiede una sostanza volubile, fatta di impressioni e pennellate, spesso dettata dal magnifico clarinetto di Mirabassi. Infine dipinge il colore della passione con un sentimentalismo interiore e un incedere in crescendo verso i due temi conclusivi, aprendo progressivamente orizzonti dalle nuance e dalle trame arricchite con le pinze dell’orafo che cesella desideri condivisi.

Bruno Biriaco e la Saxes Machine

Bruno Biriaco – Saxes Machine

Nouami (Alfa Music/Egea)

Voto: 8

Nouami è il primo album dei Saxes Machine, la formazione diretta dal batterista Bruno Biriaco, ed è stato registrato nei giorni 11 e 12 gennaio del 1978 presso gli Studi Emmequattro di Roma e pubblicato dall’etichetta Edipan. Venne accolto con un discreto riscontro di critica, anche sulla scia del successo dell’appena disciolto Perigeo, la band italiana di jazz che ha riscosso maggior successo in assoluto durante i cinque anni di attività (1972/1977) e di cui Biriaco era cardine ritmico in coppia con il contrabbassista Giovanni Tommaso, pure lui presente in questo lavoro.

A quasi cinquant’anni di distanza quel lavoro – che allineava quattro sassofonisti dell’Orchestra Radiofonica della RAI e il pianista Franco D’Andrea – viene ripresentato con un nuovo, aggiornato master e l’aggiunta di due brani inediti, registrati da quella che è oggi la superband che Biriaco porta ancora di tanto in tanto sui nostri palcoscenici, con solo Gianni Oddi dei sax di allora, altre quattro ance, il pianista elettrico Ettore Carucci e il bassista Massimo Moriconi. Di fatto si tratta del gruppo più longevo del jazz italiano, di cui peraltro ha segnato la storia.

Oggi molto meno praticata di mezzo secolo fa, quando facevano scuola gli americani World Saxophone Quartet e Supersax, questo tipo di ensemble ha un impatto sonoro avvicinabile a quello di una big band senza ottoni «in cui», come scriveva Enrico Pieranunzi nel retrocopertina di quell’LP, «le due sezioni/nucleo di volta in volta agiscono da protagonista, potendo così sfruttare interamente tutte le caratteristiche e le possibilità dinamico-espressive loro proprie, oppure interagiscono dialetticamente».

I tre originali del batterista di allora si differenziano rispetto ai due odierni per la ricerca del suono senza pause, per i trascinanti “solo collettivi”, per il muro sonoro contrapposto tra ritmi e sassofoni, mentre Hello e Sweet Cookies sono più giocati sulle personalità dei singoli, più distesi e solo intarsiati dalle rincorse dei momenti d’insieme. Ottime le proposte di allora, che suonano tutt’altro che datate, di standard come la lirica canzone delle Ziegfeld Follies of 1936 ripresa infinite volte I Can’t Get Started, con un ottimo Sal Genovese, come l’immensa Giant Steps coltraniana, con il leader che si prende la scena da solista, e come la The Flight Of Belphegor di Pieranunzi, che si riferiva a uno dei grandi insuccessi dell’aviazione, con, tra gli altri, un assolo formidabile di D’Andrea. Il tutto per «una musica piena di swing, idee, sapienza di scrittura, abilità esecutiva».

Giuseppe D’Angelo e il Quartetto Eridano

Giuseppe D’Angelo

Mysterious Traveller. The Music Of Wayne Shorter (Dodicilune/IRD)

Voto: 8/9

 Attivo ormai da oltre 15 anni in veste di compositore e di insegnate, Giuseppe D’Angelo, che aveva iniziato l’attività come pianista in ambito sia jazz che pop e rock, arriva oggi al terzo album a suo nome, dopo Percorsi del 2017 e Hommages Et Paraphrases del 2022. Dopo che le sue composizioni sono state proposte in giro per il mondo e raccolto numerosi premi e dopo aver adattato quelle di Giuseppe Verdi, la sua scelta è caduta sul repertorio del sassofonista Wayne Shorter, le cui intricate costruzioni evidenziano una naturale tendenza alla progettualità, a una scrittura intellettuale, alle architetture complesse.

Per sviluppare un percorso di nove brani-capolavoro, dall’iniziale Mysterious Traveller a Pinocchio, da The Wildflower a The Three Marias, D’Angelo “ingaggia” il trio jazz del contrabbassista Stefano Risso (con Nicola Meloni al piano e Mattia Barbieri alla batteria) e gli archi classici del Quartetto Eridano. E sceglie, come afferma nelle note di copertina, «brani tratti dal suo repertorio degli anni Sessanta e Settanta, dove ho lasciato inalterato l’impianto armonico lavorando soprattutto a livello formale e timbrico, inserendo momenti in cui affiora il mio stile compositivo».

Le architettoniche geometrie care al sassofonista dei Jazz Messengers, dei Weather Report, del quintetto di Miles Davis e poi solista di enorme pregio hanno superato con una scrittura intelligente e dai tratti intellettuali l’estetica hard bop introducendo di fatto – come uno dei massimi e dei più influenti esponenti – tutta l’estetica del jazz attuale, superando, tra l’altro, l’abusato schema tema-assolo-tema a vantaggio di partiture complesse. Le riproposte di D’Angelo, arrangiatore, conduttore e produttore artistico, distillano sia un magistrale uso dello spazio sonoro, sia il cesello dei temi, le cui cellule sono “servite” con estrema cura e creano paesaggi sonori sempre ben definiti.

Riempie di piacere ascoltare uno Shorter rivisto in maniera così intensa, lucida, sottile e ispirata, piena di colori e di vedute inattese, a tratti persino commovente. Tanto che ogni solco dell’album, lontano da ogni calligrafismo, distribuisce l’incontro tra l’espressività articolata del trio pianistico con la massa timbrica e coloristica di violini, viola e violoncello, in un continuo brainstorming sonoro che, per quanto rigorosamente scritto, sviluppa emergenze e quotidianità, incroci continuamente sorprendenti, stratificazioni screziate e nuvole in movimento, tensioni in attesa e rarefazioni che sono sospiri carichi di significato.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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