Fragilità e forza, dal folk al rock: Veronica Marchi racconta il suo “Bianca”

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Veronica Marchi
© Foto: Antonia Di Bella

C’è una delicatezza rara nella voce di Veronica Marchi, quella di chi riesce a trasformare la fragilità in forza e il silenzio in arte. Cantautrice veronese, Veronica ha costruito negli anni un percorso musicale autentico, fatto di sincerità, ricerca, analisi interiore e una costante voglia di mettersi in gioco. La sua musica nasce spesso da piccole verità quotidiane, da sguardi, ricordi, pause: frammenti di vita che diventano canzoni capaci di arrivare a chi ascolta con la stessa naturalezza di una conversazione sincera.

Dalle prime esperienze sui palchi indipendenti al successo nazionale con la partecipazione a X Factor 2016, dove fece emozionare la giuria con la sua personalissima versione di Walk dei Foo fighters.  La sua carriera è sempre stata guidata da una sola bussola: la verità delle emozioni. Niente costruzioni artificiali, niente sovrastrutture: solo la voce, la parola e la voglia di raccontare il mondo da un punto di vista umano e trasparente.

Con una scrittura che intreccia introspezione e luce, Veronica ha firmato album che sono piccoli universi sonori, sospesi tra folk, pop e cantautorato d’autore. Ogni suo lavoro è una tappa di un percorso in continua evoluzione, dove la musica si fa anche specchio dell’anima e terreno di dialogo con sé stessa e con gli altri.

Il progetto

Ora torna con un nuovo progetto, Bianca, un disco che si annuncia come un viaggio – in 11 tappe –  intimo ma universale, capace di raccontare la purezza, la rinascita e il coraggio di ricominciare. Un titolo che è anche un simbolo: il bianco come spazio aperto, come pagina da riscrivere, come promessa di luce dopo l’inverno.

L’abbiamo incontrata per parlare di questo nuovo capitolo della sua storia artistica — un racconto che, come i suoi brani, sa toccare corde profonde, tra parole leggere e verità che pesano il giusto.

Bianca- Copertina del nuovo Album

Come mai il nuovo album si intitola “Bianca”?

«Si chiama così per tantissime ragioni. Tornando un po’ indietro nel tempo, questo progetto era in cantiere già da qualche anno. Gli ultimi anni sono stati molto delicati: non trovavo lo spazio per me e, a un certo punto, questo spazio si è creato attraverso alcune esperienze di vita. Mi sono rimessa al lavoro e, a gennaio, tirando fuori le cose che avevo già scritto insieme a quelle nuove degli ultimi anni, è nato quest’album. Non era assolutamente previsto che si chiamasse Bianca, però poi ho avuto un’illuminazione, pensando che quest’anno ricorrono i vent’anni dall’uscita del mio primo disco. Una delle tappe più importanti della mia vita è stata quella di Bianca d’Aponte nel 2005, quindi il nome è nato in modo naturale.».

© Foto: Antonia Di Bella

Qual è la novità che troveremo in questo album?

«È un album ricchissimo di collaborazioni. Anche se ho iniziato la preproduzione e gli arrangiamenti in solitaria, è la prima volta in cui ci sono dei feat, cosa che nei precedenti album non era mai successa. Le tracce sono undici: canzoni che mescolano, per la prima volta, tantissimo acustico con la parte più rock della mia produzione. Finalmente sono riuscita a mettere insieme questi mondi, e mi era mancato molto, negli anni, realizzare un album che li racchiudesse entrambi. Sono undici brani che raccontano, anche musicalmente, tutte queste parti di me.».

Ritorni sulla scena musicale dopo “Non sono l’unica”: a differenza del precedente si nota un senso di leggerezza e di nostalgia, nel suo senso di bellezza.

«Ho scelto di iniziare l’album con una canzone che scioglie subito il senso di colpa. È un tema forse molto femminile, ma che per me ha segnato profondamente l’intera esistenza. Solo di recente sono riuscita a farci pace e a capire che non tutto quello che accade — soprattutto quando non hai ancora l’età per reagire o scegliere — è davvero colpa tua. Oggi quella pesantezza non c’è più. È sparita anche quell’“insostenibile leggerezza dell’essere” di tanto tempo fa: adesso c’è una nuova visione, più consapevole, più leggera, ma anche più mia.»

Hai partecipato ad X Factor nel 2016. Hai avuto modo di seguire le ultime edizioni?

«Non ho mai smesso di guardarlo. Lo seguo con curiosità artistica, perché spesso ci sono talenti davvero interessanti. Mi piace scoprirli, cercarli, seguirli nel loro percorso — e mi auguro che lo facciano anche tante altre persone. Ad X Factor ho conosciuto Eva Pevarello, con cui ho vissuto un’esperienza fortissima lì dentro. Ci siamo legate molto, sia artisticamente che umanamente.»

Il brano “Anni ’90” riassume con la frase “voglio una dose di anni ’90 perché non trovo il mio posto” le ansie e le paure delle generazioni cresciute alla fine del secolo precedente. Qual è il tuo posto?

«Faccio riferimento a un senso di inadeguatezza generalizzato. La mia vita è stata molto segnata dalle aspettative degli altri, quindi non mi sono mai sentita nel posto giusto al momento giusto. In Anni ’90 parlo anche dell’“aperitivo forzato”, di quelle abitudini che proprio non riesco a comprendere. Mi chiedo perché non possiamo incontrarci al cinema o a teatro, per esempio — è solo un dettaglio, ma per me racconta tanto del modo in cui viviamo oggi. Nella canzone c’è un elenco di cose che mi mancano della mia adolescenza negli anni Novanta, quando andavo in prima superiore, tra il ’96 e il ’97. Però credo che, in fondo, l’artista sia sempre un po’ fuori posto. È proprio quella, forse, la sua condizione naturale.»

Malinconici frammenti di vita

Con questo nuovo lavoro Veronica torna alla vena cantautorale acustica con incursioni rock che l’ha sempre contraddistinta, un’operazione di sintesi, come lo stesso titolo, Bianca, evoca. Come il colore, dato dalla sintesi additiva di tutti i colori dello spettro visibile, il disco raccoglie undici tracce e altrettante storie di fragilità e debolezza. I temi spaziano dalle morti sul lavoro (Lea), alla caduta del Ponte Morandi (Giù), dal desiderio di maternità (13 ottobre), al fallimento amoroso (Io ti ho amata). Una vena malinconica infine emerge in Anni ’90, ultima epoca custode di semplicità e lentezza, e in Come eravamo.  Nel disco anche illustri ospiti come Cristiana Verardo, voce in 13 ottobreAndrea Mirò (voce in Ogni piccola parte di me), Nicola Cipriani (chitarre in E tutto il resto sarà vita), Giada Ferrarin in arte Amaranto (produzione archi in Lea), Eva (voce in Giù)

«Il disco raccoglie una serie di storie che raccontano la fragilità degli esseri umani e la grandezza del prendere coscienza – è il commento di Veronica – È, di fatto, un elogio del fallimento. L’ho intitolato Bianca, come una pagina ancora da scrivere, come il colore della lucentezza, come il colore che li contiene tutti, come le muse segrete, come le poesie, come Moby Dick, come Bianca d’Aponte.»

Il ritorno al pubblico

Il 7 novembre al Teatro Camploy di Verona il disco verrà presentato dal vivo in occasione di Vorrei tornare bambina, un evento per festeggiare i 20 anni di carriera di Veronica Marchi. Il concerto sarà un viaggio per ripercorrere alcune delle più famose canzoni della cantautrice veronese. A impreziosire maggiormente l’evento, con la direzione musicale di Giada Ferrarin, la presenza di alcuni ospiti: Andrea Mirò, Ilaria Pastore, Cristiana Verardo, Naskà, Eva.

Sul palco con Veronica Marchi (chitarra acustica, pianoforte, voce) anche Maddalena Fasoli, Laura Masotto, Federica Castro (archi, cori), Andrea Faccioli (chitarre, cori), Nelide Bandello (batteria, percussioni, cori), Nicola Panteghini (chitarre), Sara Alessandrini (batteria), Gipo Gurrado (basso).

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