È arrivato alla musica è arrivato grazie alla passione per il violino, che ha iniziato a studiare all’età di sei anni, Wolfgang Muthspiel, nato nel 1965 a Judenburg, piccola cittadina austriaca. Quindicenne è passato alla chitarra, coltivando per diversi anni sia lo studio e la passione per la sei corde classica che il jazz, studiando all’istituto Hochschule für Musik und Darstellende Kunst di Graz. Il suo primo impegno professionale, nei primi anni 80, fu il Duo Due, costituito con il fratello Christian, valente trombonista: hanno realizzato insieme tre dischi e si sono esibiti in molte città d’Europa, degli Stati Uniti e del nord Africa.
Il jazz l’aveva sognato, a volte inseguito, ma mai suonato con costanza e piglio professionale, fino a quando non si è stabilito negli Stati Uniti. È il 1986 e si iscrive al New England Conservatory di Boston per coltivare la sua passione, studiando con Mick Goodrick e David Leisner, poi si è trasferito al Berklee College of Music, dove si è diplomato nel 1989 con il massimo dei voti.

Lì incontra il docente, e insuperato vibrafonista, Gary Burton, che lo invita a seguirlo in tour durante un passaggio importante della sua carriera, quando stava attuando un recupero le sonorità eleganti e soft a lui care, che aveva perso parecchi anni prima con la dipartita dal gruppo del superchitarrista Pat Metheny. La collaborazione li porta a realizzare due album e a proporre circa duecento concerti.
Il debutto su disco a proprio nome per Muthspiel risale al 1989, con l’LP Timezones, ben accolto dalla critica, che l’ha sempre molto apprezzato, inserendolo spesso nella top ten dei chitarristi nei referendum indetti dalle riviste specializzate, nominandolo in varie occasioni musicista jazz dell’anno (specie nella natìa Austria), insignendolo di numerosi premi, come il prestigioso European Jazzpar del 2003.
La successiva carriera è stata cesellata da numerosi album da leader e da collaborazioni prestigiose con Youssou N’Dour e Youssou N’Dour, David Liebman e Mick Goodrick, Tom Harrell e la Vienna Art Orchestra, Trilok Gurtu e Peter Erskine e talmente tanti altri da fargli lanciare una propria label, la Material, per la quale incise fino al 2012. La sua collaborazione con l’etichetta tedesca ECM, che dura tuttora, inizia nell’anno successivo, con Travel Guide, inciso come MGT Trio, una delle sue amate formazioni a tre (era con gli altri chitarristi Slava Grigoryan e Ralph Towner), che ha nel tempo alternato con lo splendido quintetto in cui militava il superpianista Brad Mehldau e con formazioni ancora più ampie, come lo spettacolare Wolfgang Muthspiel Large Ensemble lanciato nel 2019.
Il suo più recente progetto è il disco Tokyo, il terzo in trio con Scott Colley al contrabbasso e l’ormai fraterno partner Brian Blade alla batteria, registrato nella capitale nipponica come il loro debutto insieme Angular Blues del 2020. Un cd costruito su un repertorio per lo più originale, con solo due brani presi a prestito da Keith Jarrett (Lisbon Stomp) e dal vecchio amico, con lui incise un album già nel 1993, Paul Motian (Abacus). Il trio suona splendidamente. Colley è un musicista che riesce a dare ai suoi partner svariati spunti interpretativi ed è sempre puntuale e preciso negli assolo, mai consacrato all’effetto scenografico. Blade ha una filosofia musicale orientata in prevalenza al lirico, al cantabile, al racconto sonoro, il tutto collocato in una ragnatela dalla spiccata fluidità ritmico-armonica.
Muthspiel possiede una tecnica che dà corpo alla feconda ambiguità dello sfuggente aggettivo “moderno”. Con la sua personale sintesi tra varie scuole chitarristiche di stampo jazzistico, in particolare quelle dei suoi idoli Pat Metheny e Paco De Lucia, e la sua apertura a strutture differenti, che vanno da Olivier Messiaen a Glenn Gould, dal folclore austriaco a Bill Evans, ha elaborato un accentuato melodismo, una tendenza alle atmosfere evocative e struggenti – Tokyo ne è tappezzato – e un’intensità sottile nell’interplay strumentale, che va ben oltre il semplice affiatamento.

Quella di Tokyo è una musica variabile, tutta un fiorire di tempi dispari, linguaggi intersecati, improvvisazioni originali e melodie sinuose che si avvicendano, con un appeal cameristico e intrusioni folk, il twangy rock & roll della spensierata Roll e il nuovo (dopo la ripresa di Liebeslied da L’Opera da tre soldi del precedente album Dance Of The Elders del 2023) omaggio al compositore della prima metà del 900 Kurt Weill Weill You Wait. Un album prezioso, in cui quasi tutto, persino le parti dalle avance chitarristiche più semplici, rivela delizie inattese, un colore più sfumato, un drumming parsimonioso, un archetto che dirige la melodia, una jam claustrofobica, una malinconica carezza. Da ascoltare e riascoltare per trovarne ogni volta di nuove.






































