Dal qualche settimana è in rotazione radiofonica Filo rosso, il nuovo singolo di Rossella, con il quale ha vinto il Premio Nazionale Cesare Filangieri.
Filo rosso è un promemoria per chi non si accontenta di esistere, ma vuole anche sentirsi vivere. Dentro questo brano c’è un viaggio tra crisi e rinascita, tra mostri interiori e voglia di sorridere, tra la paura di sparire e il desiderio feroce di lasciare un segno.
È una canzone che abbraccia le nostre contraddizioni: la fragilità che convive con il coraggio, il dolore che diventa maestro, la caduta che si trasforma in trampolino.
La canzone non cerca la perfezione: celebra le crepe, gli sbagli, gli inciampi. È un invito ad abbracciare la vita per ciò che è – incantevole e crudele, luminosa e spietata – e a scoprire che è proprio da quel filo rosso invisibile che ci regala amore, anche quando pensiamo che si sia dimenticata di noi. Un inno di fiducia e apertura alla vita.
La penna di Rossella torna a dipingere una carrellata di immagini che sono sognanti e concrete allo stesso tempo, confermando così che l’intreccio tra la poesia e la vita vissuta è il marchio di fabbrica della sua scrittura. L’artista vuole mettere una lente d’ingrandimento sulla profondità dell’animo, attraverso un testo che affronta tematiche di crescita personale con un’immediatezza e una semplicità disarmanti.
Musicalmente, il brano si muove tra sonorità pop e scrittura cantautorale. La chitarra acustica è protagonista e regala una ritmica pulsante in apertura del brano, che prosegue spalancandosi via via anche grazie all’ingresso degli archi e della batteria, segnando un confine netto tra la prima parte – più intima e dolce – e la seconda, più esplosiva e sanguigna, culminando in uno special parlato che rappresenta il momento di maggiore intensità. La voce di Rossella non si limita soltanto a raccontare: confessa, accoglie, brucia e consola, diventando il filo emotivo che lega chi ascolta a un’esperienza condivisa.
Il videoclip
Il videoclip di Filo rosso è un incontro tra un’idea registica della stessa Rossella e il filmmaking e l’editing di Armando Di Lillo. L’impostazione è molto cinematografica e alterna momenti cantati al racconto di eventi realmente vissuti dalla cantautrice.
La protagonista è una bambina (Ludovica Zommers, per la prima volta sullo schermo) che interpreta Rossella da piccola durante un episodio di bullismo. Il videoclip racconta dolore e passione, passando attraverso la solitudine di una bimba sognatrice e in cerca di “due occhi a cui sorridere”. L’incontro tra la parte adulta e quella bambina, unito a quello di un’amicizia che dura nel tempo è l’ingrediente emotivo di immagini cariche di sentimento e fiducia nella vita.
L’intervista a Rossella
Nel brano parli di un dialogo con la “bambina che sei stata”: quanto è stato terapeutico scrivere e interpretare questo confronto interiore?
Scrivere questa canzone è stato un atto liberatorio in cui ho ritrovato un abbraccio con la me bambina, con quella parte che era rimasta ferita ma piena di sogni. È stato il mio modo di trasformare il dolore del passato in una luce nel presente. Sono molto grata per averla scritta.
La scelta di utilizzare solo strumenti veri dà un’impronta molto autentica al pezzo. Quanto è importante per te mantenere questa dimensione “umana” anche nella produzione musicale contemporanea?
Credo che ogni esigenza artistica abbia il suo suono, la mia era quella di dare la massima autenticità ad un testo nato di getto, nell’urgenza di comunicare qualcosa di estremamente sentito, per questo ho voluto mantenere un respiro umano dietro gli strumenti. Credo che questa sia l’unica cosa insostituibile.
Se potessi descrivere in una frase l’esperienza che vorresti che l’ascoltatore portasse via dopo aver ascoltato il singolo, quale sarebbe?
Vorrei che chi mi ascolta possa ascoltare se stesso, quindi le sue parti che chiedono di essere accolte e la bellezza che portiamo dentro tutti. Spero che lasci la fiducia nella propria scintilla e nella vita.
Nel videoclip c’è un forte richiamo al tema del bullismo e della rinascita. Quanto ti è costato emotivamente rivivere quella parte di te e quanto invece ti ha liberata?
La parte dolorosa è stata rendermi conto, in terapia, che certi episodi avevano influenzato la mia vita anche se io pensavo che fossero superati. Rimetterli in scena, invece, è stata la parte finale di un percorso che mi ha aiutata anche a ringraziare quel dolore. È stata una liberazione.
Hai citato influenze che spaziano da Gianna Nannini a Lady Gaga, da Dalla a Vecchioni: come riesci a bilanciare la tua parte cantautorale con quella più pop e contemporanea?
Cerco di usare tante parole che riescano a farmi esprimere a fondo i concetti e nei ritornelli non rinuncio mai all’apertura melodica.
Qual è stato il momento decisivo che ti ha fatto capire “Sì, questa (la musica) è davvero la strada che voglio percorrere”?
Tutti i pianti sui libri di giurisprudenza (che non era la mia strada) mi hanno fatto capire che la musica non era un capriccio ma una missione per me. Lì qualcosa di più forte di me mi ha bussato dentro e ascoltarlo è stata l’unica strada.
Da qui in avanti, quali sono gli obiettivi o i sogni che ti poni per i prossimi 2-3 anni?
Vorrei pubblicare il mio primo album e portarlo in giro il più possibile.





































