Ci sono musicisti il cui mondo espressivo è fatto di differenti fonti di ispirazione, che si traducono in altrettante sfaccettature di linguaggio, in altrettante visuali dell’universo sonoro. Uno di questi è Steve Tibbetts, americano del Minnesota, il cui modo di fare musica sposa estetiche diverse, combinando reiterazioni minimaliste, citazioni di psichedelia d’annata, echi di tradizioni etniche, esotismi da cartolina turistica. Poggiate su fondali percussivi, ora discreti, ora incalzanti, le chitarre (prevalentemente acustiche) di Tibbetts creano intarsi sonori dalle mille sfumature, tessono trame melodiche dalle quali affiora uno spirito meditativo, a tratti mistico, dialogano fra loro immaginando e disegnando paesaggi dai contorni imprecisati.

Quella di Tibbets è indubbiamente una musica senza confini, senza tempo, che fluttua liberamente nello spazio, senza lasciarsi condizionare dall’ambiente che la circonda, riflettendo il libero fluire delle emozioni e delle idee del suo artefice. «La musica è un linguaggio crepuscolare», afferma. «Il compito dell’artista è tradurre un’ombra in suono.» Come René Magritte che, ne L’empire des lumières, raffigurava un paesaggio notturno sotto un cielo azzurro e terso (era nato al contrario come idea, con l’ipotesi di titolare il quadro Il salotto di Dio, ma un amico fece notare al maestro belga che la facoltà di dare una notte sopra un panorama illuminato a giorno era propria solo di Dio, al che lui decise di dipingerlo così, «nell’attesa di diventarlo»… Dio), così Tibbetts illumina le apparenze, trasforma l’oscurità, dà sostanza all’irreale.

Il suo ultimo album Close, che esce a quasi cinquant’anni dal debutto autoprodotto Not On Label del 1977 e a sei dal precedente Northern Song, illustra le fasi più recenti di un percorso infinito tra i linguaggi del folk reiterativo orientale e di quello americano, del jazz più etereo, della musica ambient e di quella contemplativa, della new age intellettuale, alla ricerca perenne del valore sciamanico del suono. Con l’accompagnamento del partner ultradecennale Marc Anderson, ritmatista raffinatissimo, e del nuovo batterista JT Bates, le cinque suite e i quattro brani rivelano un mondo di sorprese sonore, che sgorgano dalle filigrane scivolose delle chitarre acustica ed elettrica, dalle stratificazioni ipnotiche del piano e dal ritmo che pulsa silenziosamente diventando insistente e rimbombante.

L’ipnosi che Tibbetts costruisce per aggregazione, per sovrapposizione, incombe come un dramma sottile che ha bisogno di un ascolto attento. Gli accenni, i nuclei distorti, i loop, le intuizioni riversano il quotidiano, con i suoi aspetti contraddittori oppure apparenti, nel tappeto dilatato all’infinito del suono, creando un universo inatteso e spiazzante, che fa incrociare realtà incompatibili e mette a contatto mondi inavvicinabili. Quasi una riflessione sulla diversità totale tra realtà e rappresentazione, tra significato e idea, Close distilla il suo scorrere come uno “spazio aspirante”, che si espande verso l’ascoltatore per proporgli visuali allargate e inedite e lo attira dentro di sé come una tentazione irresistibile, che promette di fargli vivere esperienze come quelle descritte da Lewis Carroll in Alice nel paese delle meraviglie o da Edgar Allan Poe nei suoi racconti.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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