L’attesa è finalmente finita e Caparezza è pronto al lancio!
Con Orbit Orbit, il nuovo album in uscita oggi 31 ottobre per BMG e accompagnato dall’omonimo comic book, l’artista presenta una nuova opera che esalta le sue due anime: quella di musicista e quella di appassionato e sceneggiatore di fumetti.
A quattro anni dall’ultimo progetto discografico, Caparezza torna ad orbitare intorno alle parole e al suo pubblico. Il mondo che ritrova è cambiato, ma a guidarlo è ancora una volta la curiosità, il bisogno di creare e di dare forma alle idee.
A riaccendere la scintilla, la passione di sempre, il fumetto, e soprattutto l’esperienza vissuta a Lucca Comics & Games quattro anni fa per presentare la copertina variant dell’album Exuvia. Per Caparezza, appassionato lettore di fumetti, partecipare a questo evento è stato rigenerante.
Dopo un periodo di disincanto, l’energia del festival ha acceso in lui la voglia di creare un comic book seguito da un disco a quest’ultimo ispirato. È così che nasce Orbit Orbit, evoluzione musicale di un fumetto omonimo scritto di suo pugno, che in 14 capitoli ripercorre l’immaginario di Caparezza per poi tradurlo in musica. Un lavoro su due binari creativi che si alimentano a vicenda: quello narrativo e quello sonoro.
Dopo aver cantato nei precedenti dischi di prigionia (Prisoner 709 del 2017) e di fuga (Exuvia del 2021), Caparezza racconta oggi in 14 tracce la sua personale visione della libertà partendo
dall’immaginazione.
Nei suoni e nelle melodie, Orbit Orbit intreccia sperimentazione elettronica e racconto fantastico in un viaggio che unisce realtà e fantasia, raggiungendo la pacificazione interiore attraverso rotte che partono dal sintetizzatore e arrivano a un’orchestra di oltre 70 elementi.
Lo speciale fumetto
Con la release di Orbit Orbit, Caparezza firma il suo debutto come autore e sceneggiatore di
fumetti: in libreria e in fumetteria è disponibile il comic book Orbit Orbit, nato in collaborazione con Sergio Bonelli Editore, che accompagna e completa il nuovo disco.
Un viaggio onirico disegnato da grandi firme e nuovi talenti del fumetto italiano: La Came, Matteo De Longis, Sergio Gerasi, Nicola Mari, Marco Nizzoli, Renato Riccio, Stefano Tamiazzo, Riccardo Torti e Yi Yang.
Folle e scatenato, colorato, divertente e allo stesso tempo intimo e personale, Orbit Orbit è un’avventura senza limiti.
Caparezza racconta Orbit Orbit
Prima il fumetto, poi il disco
C’è stato un periodo un bel po’ negativo su cui non voglio indugiare perché non mi interessa la compassione e tutto il resto, tanto è una fiaba lieto fine, chiamiamola così.
Durante questo periodo mi sono avvicinato alla mia altra passione, ovvero il fumetto. È stata la mia prima passione, che non ho mai abbandonato, ma che in questi ultimi anni è stata messa in penombra dalla musica.
Il fumetto mi ha lanciato questa ciambella di salvataggio, e ho cominciato a frequentare i festival del fumetto, intervistare fumettisti, e diventare fanboy di disegnatori perché regredisco all’età di 14 anni quando li incontro.
In particolare, un giorno che ero a Lucca Comics a presentare una copertina variant di Exuvia, sono uscito da Lucca con il sorriso sulle labbra. Parlando col mio discografico dicevo “è incredibile come il fumetto riesca a farmi ritornare questa mentalità positiva che avevo completamente perso”, e da lì ho deciso di incanalare le mie energie nel fumetto. Ero già un assiduo lettore, sono diventato un lettore compulsivo, ho studiato sceneggiatura del fumetto, e ho scritto la mia prima sceneggiatura.
All’inizio non prevedevo un disco, ma mentre ero lì che scrivevo ho pensato “quasi quasi allargo questa sceneggiatura con un disco strumentale che in qualche modo faccia da collante ai capitoli del libro”. Poi vedevo che ogni capitolo affrontava un tema e volevo che questo tema fosse approfondito, quindi ho cominciato a scrivere delle cose sulla musica.
Poi mi è sfuggita la mano, perché non mi so regolare, e dal pensare che non avrei fatto più nulla mi ritrovo oggi con un fumetto di 250 pagine, un disco che è il più complesso tra quelli che ho scritto, e sono contento di essere qui perché il percorso è stato molto difficile.
Mi sento pacificato, nel senso che è un disco estremamente onesto, così come il fumetto, e quindi per me il risultato è già ottenuto. Come dico ne Io sono il viaggio, la canzone uscita come singolo, “se puoi premiare lo sforzo tutto il resto è ulteriore”.
Un disco sulla libertà
Di che cosa parla? Parla di libertà, perché viene dopo due due dischi che parlavano di prigionia (Prisoner 709) e fuga (Exuvia). Mi sono messo a ragionare sulla libertà, e ho pensato che per me l’unica vera e autentica libertà è quella dell’immaginazione. Tutte le altre forme di libertà hanno delle contraddizioni, lo sappiamo tutti.
Come si fa a parlare di libertà in un pianeta dove siamo incollati a terra dalla gravità? Siamo schiavi del sonno, schiavi della fame…
Mi sono concentrato su quella che per me era la libertà che nessuno può toglierti, cioè quella di immaginare, che è un po’ il mio cibo da quando sono nato.
La realtà è quella che scatena la fantasia. In realtà l’immaginazione parte da qualcosa che hai visto, hai studiato, in cui ti sei imbattuto, quindi non è libera in senso autentico, ma è comunque condizionata dal tuo vissuto. Questo è il mio vissuto, quelle sono le mie riflessioni sul piano reale.
Il fumetto ha un piano reale, un piano della realtà, e un piano della fantasia, e sono tutti mescolati.
Tutte le tracce possono essere lette come le fasi della creazione di qualcosa: dalla fluttuazione, l’inizio dell’immaginazione, alla perlificazione, che è quando tu dai alle stampe un libro, dai alle stampe un disco, eccetera. In mezzo, tutti quei capitoli sono le varie fasi, quindi la titubanza quando arriva Darktar, lo “starò facendo la cosa giusta?”, la curiosità, andare fuori dalla comfort zone…
Un disco che vuole essere un ringraziamento al mondo del fumetto
Il fumetto ha 14 capitoli con 14 canzoni relative, e in tutte le canzoni c’è sempre il riferimento a uno o più fumetti. Questo disco è anche il mio particolare grazie al mondo del fumetto.
Il padre putativo di tutta l’opera è citato nel singolo Io sono il viaggio, ed è Galaxy Express 999. Lì c’era un ragazzo che voleva avere un corpo meccanico e cercava un pianeta dove poterselo procurare viaggiando in un Orient Express spaziale. Io invece sto viaggiando con una roulotte Airstream nello spazio.
Anche il numero 9 è presente ovunque in questo disco: Galaxy Express 999, il fumetto è la nona arte, è il mio nono disco, io sono nato il 9 ottobre, e i fumettisti che hanno disegnato l’albo sono nove.
Un invito a fermarsi e dare alla musica il tempo che merita
Il fumetto e il disco sono due fratelli che vivono di vita propria. Se ascolti la canzone magari non immagini chi sia Darktar, ma puoi capire che si parla di vittimismo, però certamente il libro aiuta tantissimo.
Io l’ho concepito perché si legga il capitolo del fumetto e poi si ascolti la relativa canzone, però immagino sia una cosa che non accadrà mai. Diciamo che si può anche leggere tutto il libro e poi ascoltare il disco, e forse è la cosa che aiuta di più a capire le sfaccettature dell’album. Però se si ascolta prima il disco e poi ci si imbatte nel libro, ci si sorprenderà nel dare nuove chiavi di lettura a quello che si è ascoltato. Riescono comunque ad essere indipendenti, ma di tutti i miei concept, questo è quello “più concept”.
La fruizione rapida, veloce, scattante del giorno d’oggi, purtroppo non la capisco, non mi rappresenta e faccio finta che non ci sia. Vado per una strada mia, che non so se può risultare un problema, ma chi mi ascolta vuole principalmente il disco fisico. Questo fa di me una persona molto vintage, e sono felice di questo.
Non voglio più neanche capire il sistema di algoritmi. I sistemi di streaming teoricamente dovevano essere una grande rivoluzione, perché ti permettono di scovare la musica che vuoi senza andare al negozio come si faceva una volta, ma questo non accade. Non so per quale stregoneria ci si fossilizza su queste playlist, che diventano il faro.
I problemi con l’acufene
Ho gli apparecchietti acustici da sei anni. Questo è il primo disco che faccio con gli apparecchietti, cioè il primo disco che voi sentirete meglio di me. Mi devo fidare di quello che direte voi, io so che ci ho messo tanto amore nel farlo.
Convivo con gli apparecchietti e li consiglierei a chiunque fa musica ma ha il mio problema e non lo vuole ammettere. Ci ho fatto pace con questa cosa qui: perché gli occhiali sono accettati e gli apparecchietti acustici no? Non ho mai capito questa cosa qui.
Quando sono andato dal mio audioprotesista, dopo averne rimbalzati alcuni perché non prendevo mai il coraggio di ammettere a me stesso che avevo questo problema, lui mi ha detto “tu porti gli occhiali, sei cieco? Quindi se ti metti gli apparecchietti acustici sei sordo? No, sei ipoacusico, cioè ti mancano delle frequenze, è come non vedere da lontano.”
I riferimenti musicali
Il riferimento è a tutta la space music a cavallo tra fine anni ’70 e inizio anni ’80. Sto parlando dei gruppi che amavo da bambino, che erano quelli che si travestivano da alieni, da robot. Quindi Kraftwerk, Rockets, Ganymed, Droids, I signori della galassia, gli Space.
Tutti gruppi che magari oggi facciamo fatica a ricordare, a parte i primi due che sono famosissimi, ma che sono rimasti impressi nel mio immaginario di bambino.
Sono andato a pescare per la prima volta in maniera omogenea, perchè i miei dischi sembravano sempre delle compilation schizzoidi. Questa volta invece vado a pescare quasi esclusivamente dai suoni elettronici di questi gruppi, che mi hanno fatto innamorare della musica e che facevano anche un po’ di performance.
Fare rap a 50 anni
Il rap c’è, ma questa volta l’ho virato verso altre cose.
In questo disco non sto spingendo sul flow, non mi sono messo a fare il rapper. Lo potevo fare, però non lo sentivo, non so se per l’età che ho. Sentivo di voler fare un disco onesto, nel senso che aderisca alla mia età, al mio momento, a quello che sto vivendo, non giovanilistico.
D’altronde quando ero piccolino e ascoltavo Battiato lo apprezzavo perché il suo era il mondo di un conoscitore, quindi una persona che aveva avuto esperienza di vita, di lettura, di cultura, per poterti dire delle cose.
Non mi sono mai rapportato musicalmente da ragazzino con un adulto che parlava il mio linguaggio, quindi ho cercato di capire come potessi fare rap oggi senza scimmiottare la gioventù, ma portando una mia visione.
Ecco quindi che ho tolto quella voce che mi aiutava a tenere il flow e sono stato un po’ più incerto, quasi come se stessi camminando su un territorio nuovo, con una voce nuova, con un nuovo modo di scrivere che non è per forza fare mille giochi di parole a cui in questo momento sono parzialmente interessato.
Voglio che arrivi di più la parte più emotiva, che è stata nascosta sotto una coltre di giochi di parole che ho fatto abbondantemente negli anni passati.
Mi sono confrontato con il rap da cinquantenne quando ho cominciato a scrivere, e non so cosa ho fatto: ho fatto quello che mi veniva in mente.
So cosa non ho fatto, per citare Yiyang che in un’intervista disse “l’uomo non sa cosa vuole, sa cosa non vuole”. Io sapevo cosa non volevo: non volevo fare il giovanilista e far finta di avere vent’anni, ma volevo fare quello che ho fatto.
Il racconto di Orbit Orbit track by track fatto da Caparezza
Fluttuo, orbito
Ho questa perversione di iniziare un disco dall’ultima traccia del disco precedente, e siccome uscivo dal bosco di Exuvia per andare incontro a chissà cosa, il fumetto parte proprio da me che esco da un bosco.
Mi ritrovo nel backstage di un concerto estivo all’aperto, in una località fantomatica che si chiama Piè del bosco. La particolarità è che in questo backstage tutti sanno che sono Caparezza, tranne io. Io non so chi io sia, ho evidenti problemi di memoria, sono a disagio, non riesco a capire cosa debba fare.
A un certo punto mi rinchiudo in un camerino che, come nei festival estivi, è una roulotte. In questo caso si tratta di un Airstream, che ho scelto apposta perchè assomiglia a un bozzolo, anche se di ferro. Entro in questo camerino, mi chiudo al suo interno e svengo.
Da qui in avanti partirà una storia su due binari: il binario della realtà, dove io sono un cantante svenuto all’interno di un camerino e nessuno se ne è accorto, e il binario della fantasia, dove questo Airstream idealmente, fantasticamente viaggia nello spazio, e io divento un cosmonauta che affronta varie avventure.
Le due storie sono legate sempre dal fatto che tutto ciò che accade sul piano reale, riverbera sul piano astrale. Per esempio se vibra un cellulare nella roulotte si scatena un terremoto su un pianeta. Se arriva un fan che vuole scattare la foto al personaggio svenuto sul pavimento, scatta la foto e la macchina emana un flash, questo flash si trasforma nell’esplosione di una supernova. Quindi, per quanto riguarda il fumetto, tutto ciò che accade sul piano della realtà riverbera nel piano fantastico.
Il primo capitolo si conclude quindi con me che svengo e con l’Airstream che va verso l’alto.
Il pianeta delle idee
Il secondo capitolo di questo libro vede il cosmonauta atterrare sul pianeta delle idee. Il pianeta si chiama Kria-Taur, che in molfettese significa “bambino”. È un pianeta con cui ho familiarità, come si vede nel fumetto, ma in realtà non è come me l’aspettavo: è diventato un pianeta cinereo, non c’è più un’anima viva, è arido.
Si tratta della rappresentazione del mio essere un uomo adulto e disincantato, che è esattamente la sensazione emotiva che vivevo nel momento in cui l’ho scritto.
Ad un certo punto, io che sono un cosmonauta che vuole liberarsi di tutti i fardelli e di tutte le responsabilità, incontro un gruppo di spiriti che sono le idee. Si capirà poi che sono idee generate da un vulcano, ovvero il vulcano di idee, che però in questo momento è spento. Queste idee chiedono di essere salvate, di avere un corpo, dato che si dice “dare corpo a un’idea”.
Idealmente questi spettri sono tutte le mie idee che mi rimproverano del fatto che io non le stia più considerando. Io continuo a non considerarle, le temo, non voglio accollarmi ancora una volta questa roba di dare corpo a un’idea, seguire l’idea e creare un’altra roba, quindi finirò col fuggire via da questo pianeta.
Io sono il viaggio
Sono andato via dal pianeta delle idee e sto viaggiando libero nel cosmo. Un’idea, però, si è inserita all’interno dell’Airstream e mi convince a sposare la loro causa e a realizzare almeno una di queste idee, ovvero lei, che in uno scatto di enorme fantasia si chiama Idea.
Per convincermi a fare questo mi spiega che il pianeta è legato a doppio filo a me: è arido perchè io sono arido, e se morirà il pianeta morirò anche io. Questo è avvenuto perchè un personaggio che si chiama Darktar, che rappresenta la sindrome dell’impostore e la nostra parte negativa, nel tentativo di diventare egli stesso un vulcano di idee, era arrivato su questo pianeta e aveva rubato il cuore pulsante del vulcano, una perla pulsante, e l’aveva portata via con sé.
Da questo momento in avanti, quindi, la mia missione è recuperare questa perla che è stata rubata da questo Darktar. Questo riaccende in me la voglia di ripartire, riaccende un fuoco e mi restituisce la voglia di fare qualcosa.
Musicalmente, almeno nella mia testa, questa canzone è un mix tra I Feel Love di Donna Summer e The Neverending Story, La storia infinita.
Darktar
Finalmente giungo in questo posto chiamato la Stella opaca, dove vive Darktar.
Siccome il personaggio rappresenta la negatività che ha ognuno di noi, è un gigante che vive all’interno di una pozza di pece, dentro una grotta piena di pece.
Perchè la pece? Perchè la negatività si appiccica addosso alle persone. Tutti noi conosciamo persone che magari sono musone, negative, e sembra quasi che ci sporchino un po’ e ci trasferiscano un po’ di negatività.
Darktar è l’antieroe di questa storia, ma non è un nemico aggressivo, perchè la sua arma è piangersi addosso: cerca compassione e di essere amato facendo la vittima.
Per questo motivo io non riuscirò mai, in questo capitolo, a recuperare la perla, perchè lui continuerà a voler essere commiserato.
Questa canzone forse è quella che più di tutte è legata al fumetto, perchè si intitola proprio Darktar, dalla crasi delle parole inglesi “dark”, scuro, e “tar”, catrame.
Inoltre la canzone è cantata dallo stesso Darktar, quindi nel brano io faccio finta di piagnucolare e mi presento come fossi lui.
A Comic Book Saved My Life
Lascio la Stella opaca di Darktar, inseguito da una sua compagine di mostriciattoli di pece. Qualcuno di loro riesce ad agguantare il mio polpaccio trasferendomi la malattia della catramosi. Di rientro nell’astronave sto quindi per trasformarmi in una persona negativa: ho questa macchia nera che non riesco in nessun modo a togliere.
Scoprirò poi che l’antidoto a questa macchia nera è una matita, che rappresenta il fumetto. Come nella vita reale, è il fumetto a togliere negatività dalla mia vita.
Nel brano ci sono tre strofe in cui spiego i tre momenti della mia vita in cui il fumetto mi ha salvato la vita.
La prima strofa racconta la mia infanzia, e di come avendo amato il fumetto fin da subito sono entrato nei linguaggi creativi attraverso questa porta, che mi ha aperto il mondo all’immaginazione e che poi si è sviluppata nel lavoro che faccio.
Nella seconda strofa racconto di come sia stato il fumetto ad introdurmi alla musica, perchè i primi gruppi che ho amato erano molto fumettosi, come i Kraftwerk e i Rockets, ma ovviamente c’erano anche le sigle dei cartoni animati.
La terza volta, e questa è una storia estremamente personale, durante Exuvia, quando sono entrato in questo periodo buio.
Una caratteristica: questa canzone ha un sample dei Rockets, che si può ascoltare proprio all’inizio del brano. Per me è stato bellissimo parlare con loro per avere il sample, sono stati contentissimi e li ringrazio moltissimo. La canzone è una delle mie preferite e appartiene al loro primo album, forse quello un po’ meno elettronico e si chiama Le Chemin.
Il brano si doveva chiamare inizialmente Last Night A Comic Book Saved My Life, poi ci sono stati alcuni problemi di copyright con Last Night a DJ Saved My Life, quindi si intitola solamente A Comic Book Saved My Life.
Il banditore
La matita è in grado di farmi cancellare il buonumore, di cancellare la catramosi? Allora io e la mia squadra, all’interno dell’Airstream, andiamo in una stazione spaziale orbitante che si chiama Boenvius, dove vivono tutti i fumettisti del cosmo.
Io di loro ho un’immagine poetica, ma quando arriviamo scopro che sono tutti soldati.
Perchè? Boenvius è la crasi tra Bonvi e Moebius. Bonvi è il motivo per cui amo i fumetti: è stato il primo fumettista che ho amato. Moebius è sicuramente quello che mi piace di più a livello tecnico e di fantasia.
In qualche modo quindi recuperiamo questo esercito per tornare da Darktar, questa volta armati di matitone, a recuperare la perla.
La canzone si intitola Il banditore ed composta di sole onomatopee del fumetto. È un inno di battaglia di questi fumettisti, ed è anche la mia prima cover.
Sono felice che sia un pezzo di Enzo Del Re, un cantautore incredibile della mia terra che si esibiva percuotendo una sedia.
Ovviamente il pezzo originale è minimalista, perchè lui percuoteva una sedia e faceva degli schiocchi con la lingua. Io invece mi sono fatto prendere da quest’anda alla Hans Zimmer, per cui ho messo dentro qualsiasi cosa.
Volevo che fosse un inno di battaglia, quindi è molto particolare. Di certo la più pazza dell’album e la prima nata in assoluto per il disco.
Autovorbit
Con tutti questi fumettisti armati di matite torniamo da Darktar in mezzo alle pozze di pece. Visto che siamo in tanti io ho una strategia: senza spargimenti di sangue, cerchiamo semplicemente di convincerlo a ridarci la perla.
In realtà tutta questa truppa, vedendo queste pozze che possono essere trasformate in inchiostro, comincia un vero e proprio saccheggio. Non mi ascoltano più e vogliono distruggere tutto pur di arricchirsi: una storia che si ripete anche al di fuori del fumetto, nel mondo reale.
Quindi a un certo punto mi ritrovo quasi inerme davanti alla cattiveria, in questo caso anche dei fumettisti.
Qui parte una canzone sui ritorni, che dice “i ritorni sono sempre deludenti”. Ed è anche questo il motivo per cui non voglio tornare a fare le cose che ho già fatto.
Io voglio andare sempre avanti, non ha senso per me rifare cose che ho già fatto. Mi chiedono spesso “perchè non torni a fare pezzi come facevi nel 2003?”.
No, in questo disco non c’è neanche più la mia voce caparezziana, quella fastidiosa, che ho adottato perchè mi piaceva scuotere un po’ l’ascoltatore. Qui c’è una sorta di Michele in purezza, perchè voglio sperimentare cose nuove, voglio andare avanti, ma non sono per i ritorni.
In più, in tre anni che incontravo persone la cui prima domanda era “ma quando torni?”, e io non me n’ero mai andato, anzi ero davanti ai loro occhi, ho pensato “questa canzone sui ritorni deve essere in questo disco”.
La canzone si chiama Autovorbit, e siccome io sono fuori dall’orbita, non ritorno nell’orbita.
È un pezzo un po’ particolare, c’è dentro anche un po’ di drum’n’bass, quindi mi sono concesso anche un po’ di cose un po’ più vicine all’epoca moderna.
Curiosity (oltre il bagliore)
In questo brano c’è un personaggio famoso di Zocca, ovvero l’astronauta Maurizio Cheli. Lui è stato il primo astronauta italiano ad aver volato con lo shuttle. Curiosity è un pezzo, come suggerisce il titolo, sulla curiosità, sull’andare oltre il bagliore, per vedere cosa c’è dopo.
In un certo senso è quasi un inno alla scienza, alle persone che cercano di spiegarsi cosa c’è nell’aldilà, nell’altrove e nello spazio.
In questo pezzo rientra un’altra mia forma di esitazione, perchè su questo pianeta piatto c’è questa setta il cui capo spirituale non fa altro che dire quasi come un tic “è scritto, è scritto, è scritto”, come se tutto ciò che è scritto su un libro sacro fosse legge, ed ha sia una parte recitata che una cantata.
È una canzone che prende moltissimo dalla musica space degli anni ’70, e in particolare avevo in mente un brano di un gruppo che si chiamava By The Savers, un duo francese, e un loro pezzo dal titolo Help Me.
Gli occhi della mente
L’immaginazione aberrata, ovvero quando le persone cominciano a credere nella loro stessa immaginazione, crea disastri.
Gli occhi della mente prende spunto dal fatto che io su questo pianeta piatto vengo scambiato per un messia che arriva dal cielo, un po’ come nel film dei Monty Python. Cerco di spiegare che non sono il messia ma non mi crede nessuno, perchè ormai mi hanno visto come tale.
Quindi la canzone parla della versione negativa dell’immaginazione.
C’è un sample di una canzone che si intitola Delirio, di un giovanissimo Gianni Morandi. Mi ha concesso la possibilità di poterla usare.
Per me i sample, come in passato i feat, devono essere sempre funzionali, non ho mai fatto cose per creare hype. Questa porzione del pezzo di Morandi per me era stupenda e ho voluto farla mia. Ho anche cambiato un po’ l’ordine delle parole, e sono grato perchè mi hanno concesso di farlo.
Come la musica elettronica
Su questo pianeta piatto arriva un altro messia, uguale a me ma biondo. A un certo punto lui viene scambiato per il vero messia, che millanta di far sgorgare da delle rocce dorate un’acqua miracolosa che ringiovanisce, quindi io divento l’impostore.
Darktar nel frattempo vuole aiutarci e liberarsi di questa perla, ma ci svela che l’ha ingoiata, non l’ha rubata, quindi è impossibile estrarla dai suoi organi di catrame. Però pensa che se berrà quell’acqua miracolosa, ringiovanendo i suoi organi torneranno naturali e quindi potrà tirare fuori la perla, e sta per bere l’acqua.
Questa cosa mi indispettisce tantissimo, perchè sono una persona molto razionale e rifiuto totalmente queste superstizioni, come il fatto che possa esistere dell’acqua miracolosa.
Soprattutto cerco di spiegare a Darktar che ringiovanire non è sempre qualcosa di positivo.
Io sono contento di avere 52 anni e non nascondo la mia età: sono felice di vivere questa fase della mia vita in cui è iniziato un lento processo di putrefazione (ride, ndr) a cui io voglio assistere.
Secondo me nel cristallizzare la nostra mente alla gioventù significa vivere in un eterno loop, in un’eterna orbita. Invece la novita è proprio riaffrontare la vita, tanto è fatta di cose che si ripetono: mille natali, mille compleanni, sempre le stesse cose.
Almeno le possiamo vedere con occhi diversi perchè stiamo crescendo. Secondo me il segreto della nostra vita è nella pacificazione con la nostra età.
Ci sono tante persone della mia età che si sforzano di farsi piacere le cose per paura di sembrare vecchie. Ma è normale che non ti piaccia, non puoi ingannare. Io non trovo normale che a una persona della mia età piaccia o si immedesimi in un linguaggio di un ragazzo molto giovane. Lo può comprendere, lo può capire, può anche coccolarlo, ma è come se ascolto adesso una canzone dei cartoni animati che ho amato da piccolo: Jeeg robot d’acciaio non sta parlando a me.
The NDE
Per quanto riguarda la parte di fumetto non vi ho detto che c’è un altro personaggio, una rana. Come un Pokemon ha degli stati evolutivi: prima è una ranocchia, poi diventa una rana con forma umana, e rappresenta il vecchio Caparezza.
La cosa incredibile di questo dualismo di vecchio-giovane è che molto spesso da me si aspettano che io ritorni il vecchio Caparezza, però si beccano il Caparezza vecchio. Ma il Caparezza vecchio è in qualche modo giovane, perchè è quello nuovo, mentre è quello giovane che è quello vecchio.
La rana del fumetto quando è piccola parla per anagrammi, quindi rappresenta i giochi di parole che facevo prima. Quando è adulta è sempre un po’ strafottente, poco riflessiva. In sostanza è il mio comprimario, ma rappresenta la parte di me che sto cercando di lasciare, di abbandonare. Si chiama Magmarana, che è l’anagramma di “anagramma”. È nata dalle ceneri del vulcano, quindi da qui Magmarana.
Convinco Darktar a versare quest’acqua miracolosa a terra, dato che per me è solo acqua da pozzanghera, ma la rana leccando quest’acqua ringiovanisce sul serio.
Questo però crea un corto circuito, perchè siccome io sono totalmente razionale perfino nella fantasia, comincio a dirmi “se è successo questo sto dormendo e sono nella fantasia, quindi adesso mi butto dall’astronave e mi sveglierò”.
Uno dei personaggi per impedire questo mi dà una botta in testa, e parte un viaggio onirico, che si traduce in questa canzone chiamata The NDE.
L’NDE è la Near Death Experience, ovvero l’esperienza premorte. Si tratta di un fenomeno, clinicamente studiato, che riguarda quei pazienti che sono dati per morti ma che poi tornano in vita dopo un po’ di tempo. Raccontano più o meno sempre la stessa cosa, ovvero di osservare il corpo dall’alto, come degli spiriti che osservano tutto quello che accade, e poi di uscire da un tunnel.
In questo caso la metafora è: il corpo è la mia musica, o come ho visto la musica in questo periodo pre-disco, mentre io sono lo spirito che osserva questo corpo morto e cosa gli succede intorno.
È un brano dispari, in 5/8, che nel rap non si vede quasi mai. Rappare su questa base mi ha richiesto un po’ di sforzo.
Pathosfera
Mi risveglio all’interno dell’astronave dopo la botta in testa, ritrovandomi nella pathosfera. Si tratta di un luogo con una cintura di asteroidi che mettono in pericolo il mio Airstream. Urtano sull’astronave e hanno la particolarità che prima di urtare inveiscono contro quelli all’interno: “sei un fallito… Thud!”, “non capisci niente… Thud!”.
Perchè ho scritto questo capitolo? Perchè trovo che oggi ci sia un problema sociale. Secondo me siamo in un periodo in cui le brutture aumentano: quello che accade nei commenti, nei social, ormai ha raggiunto un livello di sgarbo e di violenza da cui è difficile tornare indietro. Sto notando che pur di non farsi attaccare dall’altro si fa finta che queste cose siano semplicemente, nel caso dei commenti, conseguenza di frustrazione.
E allora si diventa impermeabili: si cerca di non leggere i commenti, di non farsi coinvolgere emotivamente.
Non posso non nascondere che il periodo che stiamo vivendo io lo vivo come un incubo: mi ritrovo in un mondo che è l’esatto opposto di quello che speravo fosse quando avevo 20 anni.
All’epoca forse ero un po’ più ottimista di oggi e avevo un’idea di mondo che sarebbe progredito, mentre oggi mi ritrovo di nuovo ad avere a che fare con la guerra dietro casa, il colonialismo, il genocidio.
Tutte cose che inaspriscono la vita, l’essere umano, e che innescano ancora una volta questo paraocchi per cui ci si abitua persino a dei soldati che mentre commettono delle atrocità ridono, scherzano e fanno i balletti.
Per me è una cosa talmente agghiacciante che non riesco neanche a raccontarla. E se ci abituiamo anche a questo creiamo un nuovo standard, e non so cosa potrebbe esserci di peggio.
Ho scritto questa canzone per me: è molto personale ed è sul recupero dell’empatia. Per me la soluzione è assorbire le cose negative, perchè se ci anestetizziamo rispetto alle cose negative non riusciremo più nemmeno a riconoscere le cose positive.
Questa è la canzone più intima dell’album.
Cosmonaufrago
Io penso di tornare su Kria-Taur, ma invece la navicella mi porta dritto sulla Terra. Questo viaggio avrebbe dovuto migliorarmi, ed è un auspicio che faccio a me stesso. Essendo un viaggio, pure se mentale, spero mi possa migliorare.
All’interno del modulo mi chiedo che cosa sia veramente la libertà. Paradossalmente lo spazio è il luogo deputato alla libertà e alla fantasia: non sappiamo cosa c’è, è sconfinato, infinito, ma non c’è aria, non c’è possibilità di sopravvivenza, l’uomo è costretto a stare in uno scafandro e quando torna sulla terra è costretto a stare in un loculo chiamato modulo di salvataggio. Quando rientra dallo spazio va a finire in mare, che poi è la cosa più vicina allo spazio, perchè è esteso e non ci si può sopravvivere all’interno.
Ci sono quindi tutte queste riflessioni sulla libertà, inafferrabile, e per la coda musicale ho chiamato dei musicisti a cui ho messo sotto la base, lasciandoli suonare in piena libertà.
Perlificat
Siamo arrivati alla fine.
Nel fumetto mi risveglio all’interno dell’Airsteam con la consapevolezza che ora so chi sono: sono svenuto senza sapere chi fossi, avendo perso la bussola, mi risveglio e so chi sono.
Come mai questa consapevolezza, questa pacificazione? Io l’ho raggiunta davvero e sono contento di quello che ho fatto. So che non sono più determinato da quello che faccio, ma da quello che sono. La vita non è avere una missione, ma è portarla a termine. Non c’è nessuna missione, non c’è nessun fatalismo in me, in questo momento. E non lo dico perché questa cosa mi aiuta ad affrontare le cose che mi accadono, è semplicemente che penso davvero questo.
Tanto è vero che volevo finire questo disco con una nota ancora più positiva. Perché il disco è positivo, lo sottolineo ancora.
Mi sembra essere come Kafka: quando leggevo Kafka vedevo sempre dell’ironia nelle sue contraddizioni, però poi la posizione teatrale era sempre drammatica e non capivo perché.
Perché io lo leggo ed è ironico e chi lo interpreta lo vede drammatico? Quindi ho sempre la paura che io mi sbellico dalle risate, mentre gli altri no.
Questo è un disco solare, e la riprova è la canzone finale.
Siamo partiti dal sintetizzatore, dal fumettista. Il fumettista di solito è solo nella sua stanza per tanti giorni per fare le sue tavole. Il sintetizzatore è l’inizio della musica elettronica, che può essere composta da una sola persona.
Io però volevo concludere con l’umanità. Volevo allargare il discorso, perché l’umanità è capace di brutture ma anche di meraviglie, e la musica è a testimonianza di questo.
Il disco quindi si conclude con un pezzo che ho scritto insieme ad un’orchestra di 74 elementi. È stato bellissimo spendere tutte queste energie concludendo con una canzone corale che si chiama Perlificat.
La perla è un simbolo e vi spiego perché.
Karl Jaspers è un filosofo tedesco che stava studiando Van Gogh. Io ho una “leggera” fissazione per Van Gogh, quindi mi sono imbattuto anche in Karl Jaspers. È arrivato, alla fine della sua analisi su Van Gogh, ad associare la perla all’atto creativo, all’opera d’arte.
Perché la perla? La perla nasce quando all’interno di un’ostrica si inserisce un batterio, un elemento esterno, qualcosa che può provocare la malattia dell’ostrica. Lei reagisce a questa malattia cospargendo questo elemento esterno di madreperla che poi, con passare del tempo, crea la perla. Quindi la perla è una reazione all’ingresso di un fastidio.
Su di me l’ho pensata così: io sarei l’ostrica, diciamo, sognatrice. La realtà per me è sempre stato il batterio: non capirla, sentirmi dissociato. Secondo me, però, è una cosa di tutti, non solo mia: tutti si svegliano e pensano di essere estranei alla realtà. È come quando guidi, che hai sempre ragione tu, qualsiasi cosa accada.
Io anestetizzo la realtà attraverso questi mondi: adesso si è aggiunto il fumetto, l’ho fatto con la musica, l’ho fatto con gli show. Anche dal vivo, non sono mai andato semplicemente a suonare, ma a creare mondi. Gran parte del mio lavoro live si svolge nella creazione dei props, degli oggettoni che entrano e fanno cose.
Quindi non ci sarebbe la perla se non ci fosse questa frizione con la realtà. Il brano si chiama Perlificat ed è un invito esteso a tutti a perlificare, quindi a creare per sopravvivere e per esprimersi.
E quindi Perlificat, che prende dal Magnificat, che è un’ode alla divinità, qui è un’ode all’atto creativo come divinità.
I formati dell’album
L’album è disponibile nei seguenti formati fisici:
1. Space LP Box (doppio vinile Space Version + fumetto formato albo + adesivi)
2. Space CD Box (CD + fumetto formato albo + cartolina artcard + adesivi)
3. Doppio vinile:
– Idea Version colorato Pink – Purple Marbled per Amazon
– Flying Aistream Version – colorato Silver per Feltrinelli
– Planet Nostos Version – colorato Transparent Blue per Discoteca Laziale
4. Doppio vinile black
5. CD digipack
Il fumetto, introdotto da una copertina disegnata da Matteo De Longis, è disponibile sia in formato albo a colori (240 pagine, 16×21 cm) che in edizione deluxe, un volume cartonato a colori (256 pagine, 19×26 cm) che include un’esclusiva intervista a Caparezza che guida il lettore dietro le quinte di Orbit Orbit.
Sia l’album che il fumetto possono essere acquistati tramite questo link.
Il ciclo di firmacopie
Tra ottobre e novembre il cantautore presenterà Orbit Orbit e incontrerà il pubblico in occasione di numerosi firmacopie in tutta Italia. Si parte dai tre giorni al Lucca Comics & Games. I firmacopie si terranno presso il Padiglione Sergio Bonelli da giovedì 30 a sabato 1° novembre.
Sarà possibile acquistare il fumetto presso il Padiglione Sergio Bonelli Editore in Piazza Antelminelli, mentre CD/LP e cofanetto saranno disponibili presso Orbit Orbit Point in Piazza San Martino e Feltrinelli Librerie in Via Beccheria 29.
il giorno dell’evento sarà possibile acquistare il cd, l’lp, il cofanetto o il fumetto e ritirare il pass per avere accesso prioritario all’evento (1 pass per ogni merceologia acquistata fino ad esaurimento disponibilità).
Ecco il calendario:
30 ottobre – Lucca Comics & Games, Padiglione Sergio Bonelli (ore 16-19)
31 ottobre – Lucca Comics & Games, Padiglione Sergio Bonelli (ore 13:30-15:30 / 17:30-19)
1 novembre – Lucca Comics & Games, Padiglione Sergio Bonelli (ore 11-13 / 16:30-18:30)
2 novembre – Bologna, Feltrinelli Via Ravegnana (ore 16)
3 novembre – Torino, Feltrinelli Piazza CLN (ore 17)
4 novembre – Milano, Feltrinelli Viale Pasubio (ore 17)
5 novembre – Verona, Feltrinelli Via Quattro Spade (ore 17)
6 novembre – Firenze, Feltrinelli Piazza della Repubblica (ore 17)
7 novembre – Roma, Discoteca Laziale (ore 16)
8 novembre – Napoli, Feltrinelli Stazione Garibaldi (ore 16)
9 novembre – Taranto, Feltrinelli Via Federico Di Palma (ore 16)
10 novembre – Bari, Feltrinelli Via Melo (ore 17)
14 novembre – Palermo, Feltrinelli Via Cavour (ore 17)
15 novembre – Catania, Feltrinelli Via Etnea (ore 17)
16 novembre – Cagliari, Feltrinelli Via Roma (ore 16)
17 novembre – Sassari, Festival Fino a leggermi matto (ore 18:30)
23 novembre – Molfetta (BA), Clinic Music Store (ore 16)
Il calendario di Caparezza Live 2026
Dopo 4 anni di attesa dall’ultimo tour, Caparezza torna finalmente live nel 2026: oltre 20 date, le uniche in programma, da giugno a settembre, che lo vedranno calcare i palchi dei principali
festival italiani.
26 giugno – Roma, Rock in Roma
27 giugno – Firenze, Florence Music Festival
4 luglio – Mantova, Mantova Summer Festival
7 luglio – Bologna, Sequoie Music Park (sold out)
8 luglio – Bologna, Sequoie Music Park
11 luglio – Collegno (TO), Flowers Festival (sold out)
12 luglio – Padova, Sherwood Festival
15 luglio – Milano, Parco della Musica
17 luglio – Servigliano (FM), Nosund Fest
18 luglio – Francavilla (CH), Shockwave Festival
24 luglio – Genova, Balena Festival
25 luglio – Cattolica (RN), Arena della Regina
1° agosto – Campobasso, Area Eventi Nuovo Romagnoli
5 agosto – Lecce, Oversound Music Festival
7 agosto – Catania, Sotto Il Vulcano Fest
8 agosto – Palermo, Dream Pop Festival
12 agosto – Cinquale (MS), Vibes Summer Festival
13 agosto – Brescia, Festa di Radio Onda D’urto
16 agosto – Majano (UD), Festival di Majano
22 agosto – Alghero (SS), Alguer Summer Festival
4 settembre – Bari, Oversound Music Festival
5 settembre – Caserta, Reggia di Caserta
Il tour è prodotto da ITACA TIME & Magellano Concerti.
I biglietti sono in vendita su Ticketone e sui principali circuiti di vendita e prevendita abituali.
La tracklist di Orbit Orbit
1. Fluttuo, orbito
2. Il pianeta delle idee
3. Io sono il viaggio
4. Darktar
5. A Comic Book Saved My Life
6. Il banditore
7. Autovorbit
8. Curiosity (oltre il bagliore)
9. Gli occhi della mente
10. Come la musica elettronica
11. The NDE
12. Pathosfera
13. Cosmonaufrago
14. Perlificat





































