La sua casa discografica storica, la tedesca ECM, ha aspettato oltre due anni dalle registrazioni dell’aprile 2023 prima di pubblicare il nuovo album di Dino Saluzzi. Voleva farne il suo regalo per il 90esimo compleanno dell’erede di Astor Piazzolla, da anni il maggiore specialista mondiale del suo strumento, la piccola fisarmonica sudamericana denominata bandoneon. Ed El Vejo Caminante, questo il titolo del cd, conferma il lirismo senza tempo e senza confini che il musicista argentino riesce ancora a ricavare dalla sua musica, sollecitato stavolta esclusivamente da due chitarristi sensibilissimi, suo figlio José Maria alla sei corde classica (aveva solo 13 anni quando hanno inciso insieme per la prima volta) e l’eccezionale strumentista norvegese Jacob Young, che alterna l’acustica con corde in metallo all’elettrica.
«Mi riempie di gioia», dice Saluzzi, «il mix sonoro di questo disco, Jacob e José stanno molto bene insieme. Hanno suoni diversi, visioni diverse, ma quando si tratta del risultato artistico, succede qualcosa di meraviglioso. Cerco sempre di entrare in contatto con nuove idee al di fuori del mio ambiente abituale, continuo a cercare contesti che offrano potenzialità di crescita sia musicale che umana.» Infatti Saluzzi ha inciso dischi a fianco di una miriade di solisti d’eccezione, proponendo – a titolo di esempio – capolavori come Ojos Negros del 2008 con la violoncellista Anja Lechner oppure come Kultrum del 1998 con il Rosamunde Quartett oppure ancora come Volver del 1987 con il nostro Enrico Rava.
El Viejo Caminante, titolo quanto mai autobiografico, instaura ancora uno splendido feeling fra i tre strumentisti, che danno vita a un dialogo incantevole, ricco di sfumate sonorità, e a momenti intimistici di penetrante emotività. L’aggressiva poeticità del tango, la dolente drammaticità della milonga, la cultura e il pathos dei sobborghi di Buenos Aires (subito espresso dal brano iniziale, quasi una ouverture, firmato dal figlio), il sapore e la sensibilità improvvisativa del jazz più rarefatto, l’intimità della musica da camera costituiscono i punti imprescindibili della loro arte, fatta di emozioni, sentimenti, pensieri, credenze, culture popolari.
Una sottile malinconia e una delicata e leggera tristezza legano i vari momenti sonori, i 12 episodi, tra cui tre cover, che compongono questo incontro affascinante. Atmosfere rarefatte, suoni ai limiti dell’impercettibile, delicate melodie, fanno pensare tanto alla pampa sconfinata quanto al Northern Sun (quello che illumina i fiordi) del secondo brano, firmato dalla cantante norvegese Karin Krog, con cui Young ha collaborato anni addietro.
Che tu venga da Campo Santo, il villaggio nel nord dell’Argentina dove è nato Saluzzi, o da Lillehammer, sui monti della Norvegia centrale, dove è nato Young, i tuoi sentimenti, i tuoi dolori, i tuoi patimenti interiori, i tuoi desideri, i tuoi slanci emotivi, i tuoi amori, i tuoi odi, i tuoi ideali, i tuoi sogni sono esattamente uguali. Non c’è latitudine, origine geografica che può limitare la musica. Così la Quiet March younghiana ha del magico, dell’etereo, dell’ineffabile, mentre Buenos Aires 1950, delizioso cavallo di battaglia del leader, trascende la piccola strumentazione per evocare sogni e lanciare speranza, aprirsi all’infinto interiore e alla nostalgia per un vissuto dolente, tra improvvise aperture e languori notturni.

Seguono la toccante canzone Mi Hijo Y Yo, scritta a quattro mani da padre e figlio, la solida Tiempos De Ausencias (ascoltata per la prima volta insieme con Rava), che distende il suo prezioso macramè folkie, e la ripresa, sensibile e discreta, di Someday My Prince Will Come, nata per la colonna sonora del disneyano Biancaneve e i sette nani datato 1937 e diventata uno standard jazz che ha dato il titolo anche a un LP del 1961 firmato dal “divino” Miles Davis.
Y Amo A Su Hermano e la title-track, entrambi del bandoneonista, giocano sul filo del lirismo sonoro con leggerezza e grazia uniche. L’omaggio Dino I Here e Old House, tracce opera del chitarrista scandinavo, evocano atmosfere e rituali da camera e le antiche nenie nordiche. Infine l’altro standard jazz My One And Only Love, portato al successo nel 1953 da Frank Sinatra e poi ripreso da moltissimi, chiude con acquerellate evoluzioni e “variazioni sul tema”, che testimoniano – come succede in tutto il lavoro – un feeling fatto di lanci e rilanci, di battute, di spunti raccolti l’uno dall’altro, di stimoli, di suggerimenti, suggestioni, idee. Da ascoltare e riascoltare più volte, perché a ogni riascolto si scopre una sfumatura che prima era sfuggita.







































