Hanno suonato con Claudio Baglioni, Renato Zero, Adriano Celentano, Edoardo Bennato, Elisa, Gianna Nannini, Marco Mengoni… «e Andreas Vollenweider. L’arpista svizzero, con il quale abbiamo collaborato quasi per un anno e registrato il cd Cosmopoly, è il musicista che ci ha colpito di più», ci dice Gerardo Morrone, violista del Solis String Quartet, «perché in quel momento storico, parliamo del 1997, la ricerca e la grande meticolosità che metteva nella musica, lo studio e la preparazione dei suoni, l’attenzione alle dinamiche e alla struttura degli arrangiamenti, ci lasciò veramente stupiti. È una grande mente musicale, che ci ha impressionato tantissimo anche umanamente. È una persona meravigliosa, che vive e respira musica e la fa vivere e respirare a chi gli sta vicino. Comunque ognuno dei tantissimi artisti con cui abbiamo suonato ci ha influenzato in maniera positiva e noi siamo il frutto di queste esperienze vissute negli anni.»
Il quartetto d’archi napoletano, completato dai violinisti Luigi De Maio e Vincenzo Di Donna e dal violoncellista e arrangiatore Antonio Di Francia, è da anni un plus efficace per chi – oltre a quelli citati sopra potremmo aggiungere Giorgia, Alex Baroni, Rossana Casale, la P.F.M., gli 883, Luciano Ligabue, i Negramaro, gli internazionali Jimmy Cliff, Pat Metheny, Noa, Omar Sosa – voglia inserire un vivace soffio di classicità nel proprio sound e, nello stesso tempo, realizza album a proprio nome, elaborando sia brani di loro composizione sia progetti studiati su cover congruenti.
Sempre con uno stile e un savoir faire personalissimi, con un approccio sempre pronto ad aprirsi verso scorci inattesi, con una ritmicità esecutiva brillante e mai semplice, hanno impostato la loro recente collaborazione con la cantante e autrice Sarah Jane Morris, iniziata tre anni fa con l’album dedicato ai Beatles All You Need Is Love e continuata oggi con Forever Young, un progetto che propone la rivisitazione di 13 brani proposti dai musicisti del cosiddetto “club dei 27”, quelli che ci hanno lasciato quando avevano la fatidica età di 27 anni.
«La scintilla è scattata durante un pranzo in riva al mare a Cattolica, in Romagna. Pensavamo all’inizio a nuova monografia dedicata a Amy Winehouse, che Sarah tanto adora, poi a poco a poco abbiamo allargato lo spettro dell’idea inserendo brani di Jimi Hendrix, Janis Joplin, Otis Redding e così via, tutti del tristemente famoso “club dei 27”. Lo abbiamo chiamato Forever Young, perché sono artisti che rimarranno per sempre giovani, grazie alle opere che ci hanno lasciato.»
L’operazione funziona perfettamente, il connubio è oliato come una vettura di Formula Uno, il repertorio è variegato e convincente. Si passa da brani soul (la maiuscola apertura Back To Black di Winehouse, il volo di Sittin’ On The Dock Of The Bay e l’afflizione di I’ve Been Loving You Too Long, entrambe di Redding) alla viscerale Move Over di Joplin, da uno stravolgimento intenso e sentito della Come As You Are dei Nirvana di Kurt Cobain (di cui riprendono anche la viscerale Lithium) all’urlo hendrixiano Spanish Castle Magic, dal blues profondo e sofferto di Love Is A Losing Game, sempre di Winehouse, al mix strumentale Jimi, che sublima il rock di Purple Haze, Gypsy Queen e Manic Depression in un flusso che ricorda quello di coscienza dell’intelligenza emotiva. E ancora dal doorsiano Light My Fire che assume connotati quasi settecenteschi all’altra chicca cantata da Jim Morrison, Riders On The Storm, che mantiene la sua carica inquieta, dalla seconda “crasi” hendrixiana Crosstown Traffic/Freedom, che sembra «cavalcare tra le ali battenti di un drago» (parola di Sarah), alla conclusiva, magnifica Piece Of My Heart, che non vuole parole, solo orecchie disponibili all’ascolto.
Forever Young è quello che si dice sempre degli artisti che muoiono giovani, però il loro repertorio invecchia e va col tempo fuori moda. Qual è stato il vostro modo per rigenerare queste canzoni?
«In brani come questi crediamo che ci sia della contemporaneità assoluta e noi non abbiamo fatto altro che leggerli alla nostra maniera peculiare, melodica e ritmica allo stesso tempo. Cerchiamo di essere un quartetto d’archi che da solo si basta, a suo modo. In maniera molto umile utilizziamo una tecnica artigianale, siamo dei piccoli sarti. Facciamo una musica fatta a mano, non ci avvaliamo di tecnologie moderne, se non per velocizzare il risultato. Lavoriamo e registriamo tutto da capo a fondo e poi scegliamo le versioni che più ci piacciono.»
Rispetto alla forza quasi dirompente che avevano gli originali, la vostra versione unplugged cosa offre in più?
«Noi lavoriamo in sottrazione, per cui abbiamo voluto mettere in risalto la parte testuale e la vocalità di Sarah. Un po’ come si faceva nel mondo classico per le arie d’opera quando si dava molta attenzione alla lirica, abbiamo voluto sottolineare la poetica del testo. In più sono delle visioni che entrano nel nostro modo acustico, per cui abbiamo cercato di riprodurre in chiave cameristica la forza e la ritmica di quei brani, mantenendo i riferimenti classici cui loro si ispiravano. Ad esempio le chitarre elettriche in qualche modo si rifacevano al violino, con i loro acuti, i moog e le tastiere rifacevano un po’ la sezione fagotto-oboe-corno. Noi abbiamo cercato di miscelare i due mondi, quello rock di quel periodo e quello classico moderno che stiamo vivendo.»
Tutti pensano che, dal punto di vista squisitamente tecnico delle esecuzioni, i brani pop siano molto più semplici di quelli di compositori classici come Mozart, Beethoven, Smetana. È vero oppure no?
«Questi arrangiamenti in realtà hanno una complessità ritmica simile a quelli di Béla Bartók o di Bedřich Smetana, autori che noi adoriamo e sono il pane quotidiano di ogni nostro mattino di studio. La complessità di queste canzoni sta nel fatto che sono delle piccole opere. Può sembrare un’idea stupida, ma la canzone pop è una composizione difficile da realizzare, perché devi sintetizzare tutto in tre/quattro minuti. E noi al loro interno abbiamo riversato tutto il nostro background musicale, per cui hanno delle difficoltà di non poco conto.»
Com’è successo che una formazione di musica da camera abbia deciso di dedicarsi al pop e alle musiche cosiddette giovanili?
«Non crediamo che esista una musica giovane e una non giovane: esiste la musica, che può piacere o non piacere. A noi piace tutta, fa scattare la nostra curiosità. Dopo un lungo percorso di studio e approfondimento del classico, ognuno con un suo iter autonomo, chi era in orchestra, chi frequentava la lirica, chi il teatro e chi gli ensemble da camera, ci siamo ritrovati e abbiamo pensato di aprirci un po’ a tutta la musica. Di andare oltre la musica “esatta”, quella classica che abbiamo studiato in conservatorio e che continuiamo a frequentare, di accettare altri linguaggi, come il jazz, il rock, il blues, il pop. Partendo dalla grande simpatia che avevamo tutti per il rock progressive e per tutto quello che è accaduto a seguire.
Questo ci collega al nuovo disco, perché quello che amavamo in quegli anni è finito in questo cd, dove abbiamo inserito una serie di musicisti che hanno fatto tanto nonostante non abbiano avuto una lunga vita. Immaginiamo se invece avessero potuto vivere più a lungo, ma purtroppo, come molti dei più grandi, da Mozart in avanti, sono morti prematuramente, pur lasciandoci perle assolute. Noi abbiamo immaginato di scegliere brani di questi famosi artisti che ci hanno lasciato a 27 anni e di interpretarli cameristicamente mantenendo echi di quel periodo, di quel progressive che si rifaceva moltissimo alle sonorità lirico-sinfoniche. Basti pensare agli Yes, ai King Crimson, ai Pink Floyd, a Emerson Lake & Palmer, che attingevano alle fonti classiche con elaborazioni molto complesse. Abbiamo voluto restituire a queste canzoni quel mood sonoro, grazie al grandissimo lavoro di arrangiamento fatto da Antonio di Francia, con echi bachiani e lisztiani, cui facevano riferimento quegli artisti degli anni Settanta.»
Quando avete preso questa strada eravamo nel 1991. Oggi com’è il bilancio di questi 35 anni di attività?
«Positivissimo, perché la grande curiosità di attraversare tutti gli stili musicali, oltre alla classica che adoriamo, ci ha consentito di fare un lungo percorso. E perché la musica ci permette di conservarci bene anche fisicamente. Entrare nel mondo pop, grazie a Baglioni, Celentano e tutti gli altri artisti con cui abbiamo collaborato, ci ha permesso in questo periodo lunghissimo dapprima di partecipare a tutte le più importanti produzioni italiane e non solo che prevedevano un quartetto d’archi, poi di invertire un po’ le cose e di immaginare noi progetti che volevamo realizzare, contattando poi gli artisti che credevamo adeguati per condividere le nostre follie musicali. Il bilancio è stato arricchito da tutti questi incontri sia in Italia che all’estero.»
C’è qualcuno dei quartetti d’archi più famosi, il Kronos, l’Arditti, il Balanescu, che vi ha ispirato in maniera particolare?
«Ovviamente li abbiamo ascoltati tutti. In particolare abbiamo consumato il disco realizzato dal Brodsky Quartet insieme con Elvis Costello (The Juliet Letters del 1993 ndr.), mentre negli anni 80, quando eravamo attratti dal mondo jazz, apprezzavamo molto il Turtle Island String Quartet. Però andavamo a cercare i LP dei più vari quartetti nei negozi ed erano difficili da trovare, non come oggi con Internet. In questo periodo amiamo molto il Quatuor Ebene, che sa muoversi tra le impeccabili esecuzioni classiche e la naturalezza assoluta con cui propone il jazz, e i polacchi Atom String Quartet. Però, inutile aggiungerlo, amiamo tutta la musica indistintamente, da qualunque strumento sia suonata.»





































