Il maestro
di Andrea Di Stefano
con Pierfrancesco Favino, Tiziano Menichelli, Giovanni Ludeno, Dora Romano
Anni Ottanta. Raul Gatti (Favino) gira coi rayban anche di notte, ogni tanto fa pure “miao”, flirta, il piacione, piace e vuole piacere. È fuori forma ma mette sul giornale un’inserzione per proporsi come maestro di tennis. In gioventù era stato più che una promessa, poi… Quindi viene chiamato dal padre ingegnere di un giovanissimo tennista che vuole provare la strada dei tornei giovanili verso il professionismo. Il genitore (ossessivo) ha scritto un manuale di codici e segnali per il figlio sul campo, e lo costringe a giocare in difesa perché lo raccomanda Sun-Tzu nell’Arte della guerra. Ma ci vorrebbe un maestro vero. Gatti è divertente, seduce, intriga le donne e sembra saperla lunga, porta sempre i polsini elastici da tennista, ma sotto nasconde qualcosa che ha a che fare con le medicine che non prende più, e se non le prende, ahimé… Insomma, carica il ragazzino su una Jaguar (di incerta proprietà) e lo porta a… perdere sui campi di gara di tutta Italia. Per fargli capire che forse non è uno destinato a giocare a Wimbledon? Saggezza acquisita nel tempo? No. Gatti è un disastro umano che si sostiene a psicofarmaci, bugie e botte di simpatia. Sì, viene in mente il Gassman del Sorpasso, divertente quanto letale. Il lento percorso di sconfitta in sconfitta dell’allievo sotto lo sguardo del maestro sfiora la catastrofe e un paio di sottofinali sentimentali, eppure ogni tanto il film tira qualche bel colpo, non solo rovesci. Il regista è lo stesso di L’ultima notte di Amore, il noir in cui Favino era il poliziotto Amore.





































