Ivan Cattaneo festeggia i 50 anni di attività con il megaprogetto “Due.I”

Il nostro cantautore e artista a tutto tondo più trasgressivo e divertente ritorna, a vent’anni dall’ultimo album originale e a mezzo secolo dal debutto, con un libro illustrato di grande formato, completato da 4 cd e un dvd.

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Ivan Cattaneo è pazzo. Decisamente. Di quella pazzia dentro cui tracimano continuamente originalità, creatività, stravaganza, fantasia, sogno, genuinità. Di quella pazzia che non indietreggia, che fa del coraggio la sua forza, che sa destreggiarsi nel mare magnum delle inquietudini del quotidiano e delle difficoltà del mercato. Di quella pazzia che distilla sempre arte pura.

Chi se non un pazzo avrebbe potuto uscire sul mercato in occasione dei cinquant’anni di attività (debuttò nel 1975 con l’album Uoaei) con un progetto come Due-I, composto da un volume di grande formato e ricca confezione di 304 pagine, diviso in due parti che iniziano da ciascuna copertina e sono leggibili nelle due direzioni come fossero due volumi distinti, il tutto accompagnato da quattro cd e un dvd, alla cifra (modica, considerato il contenuto) di 50 euro.

Inoltre il cantautore bergamasco, che ha da poco tagliato il traguardo delle 72 primavere e che conquistò il grande pubblico con il revival anni Sessanta, è assente dal mercato con un prodotto originale dai tempi di Luna presente del 2005 (il suo ultimo cd è invece ancora di cover del 2010 80 e basta!). Negli ultimi anni, dopo aver partecipato ad alcuni reality e aver realizzato varie mostre come pittore dalla vena post-espressionista, ha però continuato a fare concerti in cui la sua abilità nel creare patchwork sonori tra elettronica, dance, pop, stando sempre attento alla ricerca e all’invenzione di nuove sonorità, si è unita a testi fatti di giochi di parole e di provocazioni, sempre pungenti e sarcastici, e a una spettacolarizzazione visiva che prendeva dal teatro d’avanguardia e dalla sua abilità nel creare immagini di forte impatto.

Tutta la vena artistica di Cattaneo è distribuita nelle due parti del nuovo libro, di grande formato, con oltre 300 pagine dalla grammatura importante, graficamente molto ricco e dalla scrittura brillante e variatissima. Ovviamente disponibile solo nel formato fisico, anche perché «l’oggetto ha un valore suo, per essere tale e unico e perché è mio. È come l’arte, che vale in quanto possesso fisico».

La prima sezione si intitola Titanic-Orkestra ed è un romanzo di 130 pagine accompagnato da un due nuovi cd concept e un dvd correlato. Cattaneo reinterpreta la vicenda del celebre transatlantico attraverso la “testimonianza” di 24 personaggi immaginari, ognuno dei quali prende voce in una delle altrettante canzoni inedite, incluso il singolo di presentazione Saffo-Love.

L’altra parte è Un mammifero che canta, un’autobiografia artistica e visiva, fatta di ministorie, racconti, aforismi, molti ricordi, poesie e tante illustrazioni opera dello stesso Ivan. Questo emozionante percorso autobiografico è accompagnato da altri due cd contenenti suoi brani storici e i successi revival come Una zebra a pois, che lo hanno reso popolare al grande pubblico.

Possiamo dire Cattaneo is back. Come è nato questo progetto, un po’ faraonico?

«Non si può parlare di ritorno, perché è un progetto talmente anomalo, assurdo, che nasce in trenta, quarant’anni da un accumulatore seriale come sono io. Lavoro sempre, scrivo canzoni, dipingo e faccio mostre, scrivo – ho settemila aforismi, da cui ho ricavato questi 300 – e ho tantissima roba nel cassetto. Mi sono accorto che diventava quasi una gravidanza isterica, ma non è colpa mia, ho cercato dei discografici, ma non ne ho trovati di pronti.

A Roberto Rossi, il compianto dirigente della Sony, piaceva moltissimo, ma mi diceva «il progetto mi spaventa, è colossale, oggi vanno i ragazzini trapper che fanno cose da soli in casa con il computer per quelli della loro età. Non so da che parte andare, però vorrei fare qualcosa». Poi è morto poverino. Ricordo che amava usare come risposta quando gli si chiedeva “cosa fai?” il titolo della canzone Annego nell’ego! che è in uno dei cd.

Poi, una sera a cena, Marco Rossi, il boss di Azzurra Music, mi ha detto «facciamo un altro disco insieme, hai dei pezzi?» Gli ho risposto «io non voglio fare un disco, ho dei pezzi per fare dieci album con dodici canzoni l’uno, però non mi interessa. Non vorrei fare solo un disco. Ho un progetto multimediale, come quello della Tuvog art del 1977. Vorrei fare un lavoro di questo tipo.» Però lui sul momento non capiva.

Allora gli ho portato un libro dei puffi, cui avevo sovrapposto dei miei lavori e disegni, e gli ho detto va letto così e poi va girato al contrario e letto anche in quest’altro modo. Un racconto con personaggi che inventano e diventano altri racconti, una sorta di scatola cinese con le matrioske che si aprono e dentro presentano dei racconti. Poi ci sono i video, che non sono clip ma quadri che si muovono, dei tableaux mouvants.

È rimasto così, spaventato dapprima, ma poi ha detto «è un progetto meraviglioso, non credo sia mai stata fatta in Italia una cosa così assurda. Ma tu riesci a spiegarla?» «Faccio fatica anch’io», gli ho risposto. «Di sicuro non si tratta di un disco. Non è da cantante, è un progetto molto più complesso.»

Io non vado a fare concorrenza a Elodie, Annalisa o a Mahmood, è un’altra cosa. Loro vincerebbero anche solo per l’età, benché facciano cose che facevo io cinquant’anni fa, niente di nuovo, ma è una questione generazionale a cui uno si deve arrendere. Quello di molte mie colleghe, che fanno dischi per far concorrenza ai ragazzini, mi sembra un accanimento terapeutico. O dai qualcosa di veramente nuovo o non vale la pena, anche perché i dischi non si vendono più.»

Siamo nell’ordine di un progetto tipo ZOOcietà DUEOOO, di cui aspettiamo ancora lo sviluppo?

«Non proprio, quello era troppo in anticipo, troppo difficile. I video erano più d’avanguardia, le canzoni non erano canzoni ma sonorizzazioni quasi recitate alla Laurie Anderson. È un progetto che mantengo, magari farò un libretto con il dvd, ma stavolta sono andato più sulle canzoni, sul racconto un po’ più ortodosso.»

L’idea di miscelare le arti ti appartiene fin dall’inizio però…

«Sì, già Nanni Ricordi (il grande discografico, “padre” di molti dei nostri cantautori, ndr.) voleva realizzare un prospetto artistico denominato “cantapittore”, credo lo abbia proposto anche a Gino Paoli, che dipingeva. Mi diceva che la parola cantautore è nata proprio da lì. Io cerco di dare qualcosa in più, perché fa parte della mia natura. Pensa che nel libro ci sono delle poesie del 1967, quando avevo 14 anni, racconti che hanno tantissimi anni, aneddoti anche piccanti, di vita vissuta.»

Raccontacene uno…

«Racconto ad esempio quando nel 1976, ero un ragazzino un po’ presuntuoso per aver appena inciso il suo primo disco. Sono andato con Nanni Ricordi (uno dei grandi discografici italiani di fine 900, ndr) allo studio di registrazione Il Mulino ad Anzano del Parco. Incontro Lucio Battisti che aveva il mio primo disco Uoaei sotto il braccio e gli dico «wow Battisti con il mio disco». Lui ride e mi dice «non l’ho preso per te, ma per il batterista». In effetti Walter Calloni si era aggiunto alla grande in una suite che avevo fatto solo con chitarra e voce, mentre di solito si fa il contrario. Battisti l’aveva sentito ed era rimasto colpito, tanto da volerlo nel suo nuovo album Il contrabbasso, la batteria eccetera.

Io pensavo che mi avesse offeso, così, quando ci ha fatto ascoltare il disco e mi ha chiesto cosa ne pensassi, gli ho detto: «sai con questo passaggio da cantautore un po’ al funky, un po’ alla disco music mi sembri diventato un Barry White dei poveri». Ero un deficiente. Lui mi rispose: «devi ascoltare la musica per quello che è, se fai paragoni allora devo dire di te che sei un David Bowie della bergamasca, non puoi ragionare in questo modo. Vieni ad ascoltare bene». Mi porta davanti alle casse della sala di registrazione e fa alzare il volume. «Senti questo basso come arriva» e da dietro mi dà un pugno nel petto che mi fa cadere per terra. Poi mi rialza e mi abbraccia, mentre scoppiamo a ridere e gli dico «la vendetta 2, vero?»

Era molto, molto simpatico. Ricordo che a Mirella, la moglie del cantautore e giornalista Gianfranco Manfredi, che si lamentava perché a Milano non poteva andare in giro dato che la scambiavano per Caterina Caselli, rispondeva «sapessi io, mi scambiano sempre per Lucio Battisti».»

Perché hai scelto proprio il Titanic?

«Perché il discorso e la morale del Titanic è la tecnologia. C’è una canzone che si chiama Lacrime e merda, che dice “rivoglio i miei liquidi umani, il rosso del sangue, l’urina, lo sperma, lacrime e merda”, mentre oggi siamo tutti un account, siamo bannati e così via. Metto tutto il gergo virtuale in bocca a Eriprando Marinetti, un nipote immaginario di Filippo Tommaso Marinetti, uno dei futuristi che invocavano all’inizio del secolo scorso il primato della velocità, della fuga e della tecnologia. E sul mio Titanic ci sono tanti personaggi che vogliono fuggire non si sa da dove.

È quello che succede un po’ a tutti oggi, quando tutti vogliono essere famosi alla maniera prevista da Andy Warhol che diceva «nel futuro ognuno sarà famoso al mondo per 15 minuti». Vogliono essere notati dagli altri, ma in fondo è perché non sono noti a sé stessi, nel senso che già sollecitava Socrate: “conosci te stesso”. Si cade nella compulsione, nel credere di essere liberi senza esserlo affatto, legati a un telefonino, schiavi di un algoritmo, sfogliando come fossero patatine fritte da ingurgitare le pagine di Tik Tok che non dicono niente. Sono i frutti della tecnologia che parte nel 1912 con il Titanic, e che può essere riferita anche ai giorni nostri.»

foto di Nikka Dimroci

C’è un po’ meno della tua famosa ironia…

«Sai che invecchiando si diventa un po’ più seriosi. Però c’è, soprattutto negli aforismi, anche in alcune canzoni e negli aneddoti che narro nel romanzo. Ad esempio c’è quello del padre di Gesù, che dice di come i passeggeri ricconi invitano Cat-Ivan, quando ha finito di cantare nel salone del Titanic, a bere con loro. Guggenheim, uno di loro che hanno quasi tutti dei riferimenti storici, offre lo champagne e racconta questa storiella popolare ironica che non ti dico per non rovinarla (si tratta di san Pietro che, vedendo un vecchio falegname mezzo cieco alle soglie del Paradiso chiama Gesù perché accolga suo padre Giuseppe. «Papà, papà!» grida da lontano e l’altro risponde: «Pinocchio!»).»

Qual è oggi il tuo rapporto con la televisione, dopo Music Farm e Grande Fratello?

«I reality li ho fatti perché, a parte Sanremo, non c’era niente di musicale. A Music Farm cantavo canzoni degli altri, ma almeno facevo il mio lavoro. L’avevo già fatto e sono un maestro in quelle cose, ahimè. Poi al Grande Fratello ti strapagavano, con tappeto rosso e tutto quanto, ma i reality non aggiungono né tolgono niente alla tua carriera. Non vai avanti, è una constatazione triste. Il giorno dopo il Grande Fratello mi riconoscevano tutti, mi fermavano per strada i bambini. Però ero “quello del Grande Fratello E no, cazzo, sono anni e anni che canto e faccio cose, non sono “quello de Il Grande Fratello”. Però bene o male era così.

Poi la televisione è pericolosa perché riduce tutto a quel momento. Magari tu hai tutto un tuo mondo, ma resta quello che fai in quei pochi minuti. Canti La zebra a pois e sei solo La zebra a pois, invece c’è tantissimo altro.»

Non ti ha mai tentato la regia?

«Devo dirti di no, anche se molti registi sono stati prima dei pittori, come Federico Fellini o Dario Fo. Su Fo c’è un aneddoto nel libro…»

Dimmi almeno questo…

«Nanni aveva lavorato con Fo e mi disse «siccome tu dipingi Ivan, vai una sera a trovare Dario e portagli i tuoi quadri». Ero un ragazzino e mi porto la cartella con tutti i miei disegni e i miei quadri. Arrivo nella sua palazzina a Milano, un po’ intimidito. Franca Rame non c’era e lui comincia a farmi vedere tutti i suoi quadri, i suoi lavori, le sue cose. Insomma abbiamo passato tutta la sera a guardare quello che aveva fatto lui. Si sentiva un po’ incompreso, perché era l’attore comico reputatissimo, però non era considerato come pittore. Quando sono tornato a casa non avevo nemmeno aperto la mia cartella, non potevo certo dirgli «dai guardiamo i miei lavori» se lui non lo chiedeva.»

“Santa Redegonda” – quadro di Ivan Cattaneo

Mancano alcune canzoni iconiche come Eiaculazione da Tiffany

«Eiaculazione da Tiffany non poteva stare qui dentro, starà, insieme con Scruto lo scroto, nel prossimo progetto sull’amore e il sesso. In particolare Scruto lo scroto è l’analisi di un settantenne, che sarei io, che parla del sesso e della società e dice: «con l’andare degli anni la nebbia si dipana dalla tua strada e capisci che avevi solo degli idioti attorno» e c’è tutta una considerazione sulla vita.»

Com’è il sesso a 70 anni?

«Vogliamo provare? (ridiamo insieme) (Ivan è stato uno dei primissimi artisti a fare coming out pubblico, ai tempi di Pier Paolo Pasolini, ndr.) Tutti dicono che dipenda dalla potenza sessuale rimasta, però puoi prendere tutto il Viagra o il Cialis che vuoi, ma se ti è caduta la libido non è più come prima. A me succede, rimane l’attrazione quando vedo un bel ragazzo, però, quando ho provato ad andarci a letto non avevo la libido necessaria, forse perché sono giochi ripetuti. Ero soddisfatto della conquista, ma sentivo che il sesso non ha più un ruolo importante. Aldo Busi dice che “è un problema in meno”, e tutto sommato ha ragione.»

Quanta irrazionalità c’è nell’amore?

«L’amore, a partire dal colpo di fulmine, è tutto irrazionalità, infatti finisce quando diventa abitudine. Poi ci sono i furbi che lo sanno manipolare e far diventare una fabbrica di famiglia, ma è un’altra cosa. Se fosse razionale capiresti tutto il gioco, che invece è inspiegabile, non sai dove nasce, perché nasce, perché ti piace una persona che ad altri non piace. È bello il gioco dell’amore, ma io non ci provo più perché ho proprio capito che non riesco a innamorarmi di nessuno.

Ho avuto diversi amori, da un ragazzo di Padova che preferiva la droga a me a un ragazzo americano con cui sono ancora in contatto anche se vive a Dubai. Adesso ci vogliamo sempre molto bene, ma è un amore diverso, lui è come mio figlio, come mio fratello, è un’altra cosa. Ultimamente ho avuto altre situazioni, ma non riesco più a innamorarmi, non ci credo più. C’è una canzone in Due.I che si chiama La carezza che mi manca – l’ha cantata anche Patty Pravo – che parla proprio di questo. Un discepolo è innamorato del suo maestro, che però gli insegna che “l’amore è l’ultima schiavitù, cerca di non attaccarti a questa formula, vedrai che il tempo ti aiuterà a capirlo”.

Io credo molto nel tempo, perché ti aiuta a vedere le cose in un altro modo. A settant’anni uno non si innamora come a venti, è impossibile. Ammesso che si innamori è una realtà completamente diversa, e meno male. È un po’ come la barzelletta del nonno cui il nipotino ha dato di nascosto il Viagra: va in giro per la cucina con il cazzo durissimo, ma non si ricorda a cosa gli serve.»

Ivan Cattaneo è pazzo. Decisamente. Di quella pazzia più preziosa dell’oro e dei diamanti, o anche dell’arca dell’Alleanza. Chiosando un vecchio slogan, possiamo dire «meno male che Ivan c’è ancora».

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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