L’ottimo jazz italiano colpisce ancora

I Three Dogs, la coppia Stefano Cantini – Romano Zuffi, Francesco Pierotti e Lorenzo Liuzzi propongono i loro nuovi album dimostrando una qualità espressiva di valore assoluto.

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Il jazz italiano è vivo e vegeto, continua a mostrare un’aderenza ai canoni migliori della musica afroamericana internazionale e fornisce prove solide di questa realtà consolidata. Ve ne presentiamo quattro delle ultime pubblicate, senza fornirvi l’abituale valutazione in decimi perché tutti si assestano su dei similari valori veramente di peso, ciascuno con la sua verve espressiva personale.

Iniziamo con i Three Dogs. Lo strumentista più noto del trio pugliese è il bassista elettrico Gianluca Aceto, che ha suonato con molti artisti pop, tra cui Ornella Vanoni, Michele Zarrillo, Mariella Nava, Nina Zilli, e vari jazzisti sia italiani che internazionali di peso, oltre a vantare un album a suo nome, Now You Know del 2023 con la partecipazione del superchitarrista Mike Stern. Anche il batterista Michele Acquafredda (già con Aceto nel suo cd) ha collaborato con personaggi come Caparezza, Roy Paci, Tony Esposito, Sarah Jane Morris e via dicendo, compreso l’altro grande chitarrista fusion Eric Marienthal. Oggi la coppia ritmica chiude il cerchio della sua passione per il jazz elettrico e per la sei corde arruolando Michele Errico, che ha lavorato con Fausto Leali, Michael Byron dei Toto, Annalisa Minetti e varie orchestre.

Il loro debutto insieme è l’album che porta il nome scelto per il piccolo combo, Three Dogs (Alfa Projects/Egea), un lavoro decisamente riuscito, di cui compongono insieme tutti e sette i brani. Siamo nell’ambito della fusion più elaborata e moderna, vibrante di evoluzioni strumentali nel totale controllo della tavolozza timbrica, con una sezione ritmica sempre solidissima, in perfetta sintonia con la chitarra. In un ambito espressivo che da qualche stagione sembra eccessivamente statico e meccanico, i Three Dogs riescono a offrire una cifra propria, che, pur non dimenticando riferimenti precisi come il trio di John Patitucci, mostra l’originalità di chi sa, come direbbero i francesi, chauffer les fesses.

Three Dogs

Tra i brani segnaliamo la fulminante apertura di Just The Head, la sensuale e intrigante Mindotùo condotta dalla chitarra classica e dalle percussioni dell’ospite Maurizio Lampugnani, l’atmosfera sospesa e carica di aspettative di Look Out The Window e la title-track, un autentico roller coaster di suoni e impressioni, di svolte e ricerche, di stimoli e intuizioni.

Continuiamo con Francesco Pierotti. Il musicista umbro è laureato in architettura e diplomato in conservatorio sia in contrabbasso classico che in quello jazz, ha scritto due manuali per il suo strumento, ha suonato in orchestre sinfoniche e in ensemble jazz, privilegiando i contesti limitati a pochissimi solisti, come dimostrano le registrazioni con il suo trio (citiamo il primo A! del 2013 e l’ultimo a nome Reunion Trio I Tought About You) e con il duo Step Two, formato con il sassofonista Giovanni Benvenuti, presente nel trio e anche qui.

Oggi debutta – «non avevo mai scritto musica per un quintetto», confessa – con una formazione che comprende anche Cosimo Boni (tromba, tornato dall’America, dove ha suonato con personaggi come Joe Lovano e Danilo Perez, e reduce dal nuovo cd We Say con un trio norvegese), Francesco Zampini (chitarra, due album da leader e visto al fianco anche di Alex Sipiagin, Fabrizio Bosso, Scott Hamilton) e Bernardo Guerra (batteria, già con Stefano Bollani, Mulgrew Miller, Danilo Rea).

Francesco Pierotti

L’albo Strange Slightly Romantic Memories (WoW) si muove in un universo di frammenti, di squisitezze, di avanzate allo scoperto, di impasti materici, di nebbie disvelate, di illuminazioni. Un universo dove la forma finale, la progettazione e la gestione degli spazi sonori, è la voluta evoluzione di uno sviluppo in progress continuo, con l’agire che conta più della sua contemplazione. Gli otto brani hanno bisogno di assimilazione e poi mostrano il coraggio e persino la voglia di avventura che sottintendono, sempre con un progetto costruttivo – quasi da architetto – alle spalle e nessun autocompiacimento, sempre con una concentrazione di tutti sulle sonorità intrinseche dei singoli strumenti, senza mai nessuna forzatura.

In un percorso delineato da delicate e liriche melodie, spiccano l’introspettivo, accattivante inizio A Tear In My Soul, la raffinata e continua mutazione di prospettive (che è un po’ la chiave di tutto il lavoro) in Characters, il senso dell’inatteso e del divenire nell’allusiva (fin dal titolo) On A Sentimental Roof e la bagarre in punta di note della conclusiva Waiting For Claud.

Protagonista del progetto In Blue Times è il quartetto formato da musicisti che non hanno bisogno di presentazioni: il sassofonista e pianista Stefano “Cocco” Cantini e il tastierista Romano Zuffi, autori di tutti i brani dell’album, accompagnati dalla sezione ritmica formata dagli “storici” Ares Tavolazzi al contrabbasso e Alfredo Golino alla batteria. Si tratta del quarto album realizzato dai quattro con la collaborazione di molti musicisti di livello (spessogli stessi nei vari cd), di una serie iniziata dieci anni fa con i lavori Attuttogasss e Attuttallaria e poi continuata da Stress da Brass nel 2019, sempre per l’etichetta Alfa Music/Egea. E sempre illustrati con le immagini del grande pittore Giampaolo Talani, che ci ha lasciato nel 2018.

Il titolo suona come “in tempi tristi”, e lo confermano i testi delle due song che parlano di abbandono e di sopravvalutazione: Sarà la primavera “che fa piovere lacrime” e O’ Cafè “oro niro nun è”. Cantati dalla vocalist abituale del quartetto Jole Canelli segnano un momento di blues alla maniera di un Pino Daniele schizzato quello in napoletano con il contributo del chitarrista Leo Marcucci e un richiamo arrochito all’Enzo Jannacci più sofferto l’altra, cui aggiunge colori la tromba di Andrea Lagi.

Ares Tavolazzi e Stefano Cantini

Le altre undici track si muovono con sapienza in universo in cui la luminosa bellezza dei climi sonori emoziona irresistibilmente. Il mago dei sassofoni si mostra abbagliante di invenzioni anche nei momenti più tenui e sommessi, come Fine agosto, Slow Soul e Sweetness. Il tastierista traccia linee di riferimento che sanno essere leggere come il volteggio delle foglie d’autunno e che si ingarbugliano con i vocalizzi di Canelli e la tromba di Lagi nella traccia iniziale omonima, mentre si ergono protagoniste nella fusion elegante di Rhodes Song. La ritmica è un polmone che respira senza affanni e che riempie il suono di ossigeno rigenerante.

Da segnalare ancora il nebbioso soundtrack sound di Elba Island con il violino di Valentina Garofoli, la ritmicità soul-jazz con punteggiature scat di Fast Life e con il perfetto connubio piano elettrico/sassofono di Prince e la conclusiva, ariosa Zep’s Song, con un inventivo assolo del chitarrista Fabio Zeppetella.

Chiude la nostra carrellata il più giovane del lotto, il pianista quarantaseienne Lorenzo Liuzzi, che vanta alcuni singoli con i gruppi pop-jazz Iceberg e L’Incanto e una fitta attività concertistica sull’asse Parigi-Venezia, dove è nato. The Door Ajar (Dodicilune/IRD) segna il suo debutto da leader, con la “classica” formazione in trio, completata dal contrabbassista Marco Centasso e dal batterista Raul Catalano.

«Attraverso la mia musica, il mio intento è condividere la possibilità dell’apertura a un mondo spirituale onnipresente, solitamente celato da immediatezze terrene, che possiamo imparare ad ascoltare. Da lì, a mio sentire, proviene la voce dell’ispirazione, dell’intuizione, dell’Universo, dell’Assoluto, di Dio in tutte le sue forme.» Con queste parole Liuzzi presenta il disco e la sua genesi profonda nelle note di copertina, mentre le note autentiche del trio immergono gli ascoltatori in un universo abissale, dove si vede quasi in trasparenza disegnarsi, tra il brillante e il poetico, il sorridente e il romantico, la silhouette di un ottimo artista.

Lorenzo Liuzzi Trio

Gli otto brani costruiscono un itinerario circolare, senza punti di partenza né di arrivo, e, chiosando il titolo dell’apertura See You On The Next Step, incitano ad ascoltare il successivo come fosse il confrontarsi con una nuova sfida, l’offrirsi con rinnovato interesse a possibili “trasformazioni”. Gli incroci ritmico-armonici si inseguono tra melodie che si distendono come una macchina del tempo impazzita che legge la lezione di Brad Mehldau insieme a quella della pianista messicana Consuelo Velázquez – la cui notissima Besame Mucho è l’unica cover del cd, rivisitata con una forma personalissima di rispetto -, così come le imprudenze e le ricchezze di Michel Petrucciani insieme alle distensioni degli impressionisti di inizio XX secolo.

I colori della tavolozza che utilizzano Liuzzi e i suoi per portarci ad aprire “la porta socchiusa” verso l’Assoluto sono di volta in volta puntinisti (A Different Kind Of Love), acquerellati (Une Histoire D’Amour), in crescendo emozionale (Beforesun), di un vorticoso rosso veneziano (Laguna Rush) oppure polimaterici (Aida).

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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