L’eclettico Roberto Manfredi, operatore musicale tra i più attivi, ha da tempo adottato lo pseudonimo Manfreud per siglare i suoi lavori discografici. Dopo tanto lavoro dietro le quinte, come discografico, organizzatore di concerti, regista di docufilm, scrittore di libri e autore di trasmissioni radiotelevisive, ha deciso di entrare in campo in prima persona. Lo abbiamo contattato per farci spiegare qualcosa del suo ultimo lavoro, ma anche di offrirci una sua visione dello stato attuale delle cose.
Nuovo capitolo discografico per Manfreud, stavolta associato a un libro. Rispetto al precedente lavoro cosa troviamo?
Rispetto a “Machine Symphony”, “Humanoid in a coma” è un concept album. Tutto ruota attorno alla figura di Hui, un umanoide progettato in Cina dotato di organoidi cerebrali umani, quindi in grado di vivere differenti stati emozionali, seppur ancora in fase sperimentale. Hui precipita con il suo drone durante una fase di controllo ed entra in uno stato di coma, trasformandosi quindi in una sorta di macchina sognante. Tra subconscio e algoritmi di memoria artificiale. Hui si avvicina progressivamente allo stato umano. Macchina e Anima si incontrano così fino all’atto finale. L’album è una proiezione di un futuro molto vicino. Ho letto che in una società di ricerca svizzera, stanno progettando organismi biologici artificiali, proprio come Hui e da qui è partita l’idea dell’album.
Sempre molta elettronica, in “Crash” ascoltiamo un carillon e la voce di un bimbo, qualche registrazione casalinga che riaffiora?
Non esattamente. Il pianto del bimbo, che simboleggia la nascita artificiale di Hui, l’ho generato con l’Ai. Uso sistemi artificiali che non hanno nulla a che vedere con le orrende piattaforme di plagio come Suno, Udio e Open Ai. Il segreto è addestrare la macchina generativa affinchè elabori tecnicamente la tua creatività, non viceversa.
“The space is a beautiful” space mette insieme l’elettronica dei Kraftwerk con i ripetitivi americani, come si ascolta poi in “Rebirthing”, ci sono altri artisti che possiamo includere nel tuo pantheon stilistico?
I miei compositori ispiratori sono Terry Riley e Philip Glass. Li ho sempre ascoltati fin dai primi anni settanta. Quando avevo 18 anni, mentre i miei coetanei impazzivano per il prog inglese, io ascoltavo “A Rainbow in Curved Air” di Riley. Adoro tutt’ora i suoi arpeggi sovrapposti con continue variazioni ritmiche. In “The Space is a beautiful place”, titolo che simula la poesia di Lawrence Ferlinghetti: “The World isi a beautiful place”, ho suonato una semplice tastiera elettronica Yamaha, mischiata a loop generati da uno dei primi software musicali : Massive. Altri suoni invece li ho sintetizzati dal sito della NASA. L’esperimento ha funzionato anche dal vivo quando sono riuscito a riproporlo in versione integrale (18 minuti) alla casa del suono di Parma. La tecnologia di oggi è straordinaria, ma bisogna saperla usare con la stessa sapienza e attenzione della cultura analogica.
“Ethereal State” mi pare uno dei brani più riusciti…
Ti ringrazio. In effetti nel brano c’è la maestria di Patrizio Fariselli che ha suonato il piano e il synt sulla mia base. Con Patrizio, a parte l’amicizia che ci lega dai tempi della Cramps, c’è una affinità che va oltre la musica. Lui ha un tocco sublime, una sensibilità che sfiora l’estasi. Non poteva che essere lui il solista di “Ethereal State”.
Questa vena elettronica ti appartiene da sempre?
Si. Fin dai tempi di Walter Carlos, dei primi synt ma forse anche da prima, Ricordo ancora di aver visto da bambino, sul televisore in bianco e nero che avevamo in casa, un servizio Rai sullo studio di Fonologia della Rai di Corso Sempione a Milano. Rimasi affascinato da quel misterioso mondo sonoro, fatto di oscillatori, onde e frequenze mai ascoltate prima. L’elettronica è materia antica, basta pensare a strumenti come il theremin inventato nel 1920 o al rumorismo del futurista Luigi Russolo. Ma attenzione…amo anche strumenti perfettamente acustici come il sitar o l’ Oud arabo.
Annesso alla musica anche un libro che parla di spazio, astronomia, di extraterrestri. Un romanzo che prosegue il discorso musicale ?
In realtà il racconto di sessanta pagine che accompagna il disco, è la trascrizione letteraria del concept musicale. Ma è anche una sorta di “manuale d’ascolto”. Ogni “capitolo” racconta la singola traccia e la fase del “coma” dell’umanoide. E’ anche un modo per impreziosire il cosiddetto prodotto fisico, costantemente oppresso dalla dittatura digitale- In questa scelta c’è chiaramente un preciso riferimento all’ epoca analogica , quando i dischi in vinile contenevano anche libretti, illustrazioni, disegni e testi scritti. Il file sarà comodo, ma non esiste…non lo puoi toccare, odorare e neanche guardarlo perché è persino incolore.

A parte tutto questo non possiamo approfittare del fatto che sei stato negli anni presente, se non protagonista, nella discografia e cultura giovanile italiana degli anni 70/80. Qualche ricordo delle persone che hai incontrato. Cominciamo da Nanni Ricordi.
Nanni, a cui ho dedicato il mio docufilm trasmesso dalla Rai “Nanni Ricordi, l’ uomo che inventò i dischi” è stato il discografico più innovativo che ho incontrato. Lavorare insieme a lui è stato fondamentale per la mia crescita professionale. Nanni ha scoperto artisti che neanche erano consapevoli di esserlo, come ad esempio Gino Paoli, che prima di scoprirsi cantautore, grazie agli stimoli di Nanni, faceva il grafico e mai gli era passata per la testa l’idea di incidere i dischi. Nanni aveva un fiuto da formichiere, un perfetto talent scout, il più grande in assoluto. Inoltre era diplomato al pianoforte e aveva studiato canto lirico. Poi ho conosciuto Gianni Sassi, che di musica non ci capiva granchè, ma aveva una cultura straordinaria, un poeta visivo e un intellettuale totale. Uno che ha lanciato artisti come Demetrio Stratos, John Cage, Area, Battiato…. Mica canzonette e fiorellini. Dopo Nanni e Gianni, il diluvio…. Quando sono entrato alla Polygram come produttore e curatore interno, al marketing c’era un dirigente che poco prima vendeva rotoli di moquette all’ingrosso. Passare dalla vendita di moquette a quella della musica, per me è sempre stato un mistero. Eppure era uno dei dirigenti di una multinazionale discografica. .
Re Nudo e il proletariato giovanile, che stagione è stata?
Molto intensa, ma me ne guardo bene dal rimpiangerla a differenza di tanti miei coetanei che ne vanno ancora pazzi. Ho visto anche cose assai tristi e negative, che forse valeva la pena di dimenticare. Il primo disco che ho prodotto insieme a mio fratello Gianfranco è stato proprio il disco “Lambro”, colonna sonora live dell’ultimo famigerato festival di Re Nudo al Parco Lambro. Per tre giorni interi sono andato avanti e indietro, dal palco al camion su cui avevamo allestito uno studio mobile a 24 piste, scansando lacrimogeni e polli presi a calci da qualche fanatico. Ricordo l’ultimo atto di quel delirio, quando all’alba dopo il concerto degli Area, io e Claudio Fabi, distrutti dalla fatica, osservammo dal palco, la catasta di rifiuti lasciata lì come un totem. In quel momento, mentre spuntava il sole, la nostra meravigliosa utopia aveva cessato di esistere.
Certamente si guarda troppo al passato, ma come possiamo credere che non sia stata una stagione irripetibile. Oggi Stratos, John Cage e Gianni Sassi sarebbero presi come extrattersti. Lo erano già allora?
Extraterrestri no. Erano terrestri umani, ma culturalmente avanti di almeno mezzo secolo, così da risultare sempre contemporanei. Come grafico, Sassi ha reinventato il font Remington, che ancora oggi vediamo sui titoli di testa di molti film americani. Sapevano immaginare il futuro vivendo ll presente. Oggi vedo adolescenti in tv nei talent show, che invecchiamo di trent’anni in appena due minuti di esibizione. Mondi lontanissimi milioni di anni luce. Ma attenzione…. L’unico modo di scoprire il bello di oggi e del futuro è non essere nostalgici e vivere il presente. Come artista musicale, mi sono imposto di guardare avanti, il passato lo ricordiamo con piacere per il solo fatto che eravamo più giovani e che ci potevamo permettere cose che oggi sono considerate un lusso per pochi. Penso che l’unica cosa del passato che possiamo considerare di riscoprire è la controtendenza, un sano spirito critico e una larga volontà di cambiamento. Il Medioevo 4.0 va combattuto e sconfitto, altrimenti non saremo più persone ma consumatori, non più popolo ma semplice utenza al servizio di pochi autentici farabutti.






































