Marco Ligabue torna con l’istinto del rocker e la profondità del narratore civile, riportando al centro una musica che osserva il presente con lucidità e desiderio di orientamento. A cinque anni dal suo ultimo album, il cantautore emiliano firma M.A.P.S. – Manuale Alternativo Per Sentire, un progetto che ambisce a diventare una sorta di guida contemporanea per chi attraversa un mondo sempre più complesso. Non un semplice disco, ma un compagno di viaggio: una mappa emotiva che mescola elementi naturali, memorie intime e domande collettive.
Negli anni lontano dai riflettori discografici Ligabue non si è mai davvero fermato. Ha portato la sua musica tra scuole, piazze, festival; ha intrecciato progetti sociali che hanno alimentato i temi a lui più cari, dall’ecologia al rispetto, dalla condivisione alla ricerca di autenticità. Ora tutto converge in un lavoro che riflette maturità e visione: M.A.P.S. non offre risposte precostituite, ma invita ad ascoltare, a leggere il mondo come si legge un atlante dell’anima.
Con questo nuovo album Marco Ligabue torna a modo suo: senza frenesia, senza artifici, con la sincerità di chi ha atteso il momento giusto per trasformare l’esperienza in racconto. Ed è proprio questa scelta, oggi, a renderlo così necessario.

Marco, arrivi a questo album dopo cinque anni dal tuo ultimo lavoro (con diversi singoli usciti nel frattempo). Cosa ti ha spinto a tornare con un progetto completo proprio ora?
«È un disco che ho fatto con calma. Da cantautore mi piace l’idea di pubblicare album, ma questa volta ho voluto costruirlo nel tempo: è un lavoro di due anni. Scrivevo una canzone alla volta, pur avendo già in mente il progetto complessivo, ma desideravo scoprire le carte gradualmente. Così, due anni fa, sono partito con Sempre tutto bene, la prima canzone. Ora siamo arrivati al compimento del disco: ho scritto gli ultimi inediti quest’estate e finalmente l’album, ora in distribuzione, vedrà la luce.»
Come descriveresti l’“approccio” che hai voluto dare a questo nuovo disco rispetto ai tuoi precedenti lavori?
«È stata una sfida artistica nuova che mi sono dato. Avevo lo stimolo di raccontare i quattro elementi che ci hanno formato: fuoco, terra, aria e acqua. Mi sono detto: “Si può scrivere una canzone per ognuno degli elementi?”. L’ho presa come sfida, ci sono andato dentro e ho scritto queste quattro canzoni.
Poi, siccome sono nato nel periodo dei vinili, mi sono immaginato che fossero il Lato A del disco, ovvero la geografia esterna: ciò che troviamo fuori di noi. Nel Lato B, invece, volevo esplorare la geografia interna: le nostre corde interiori, ciò che abbiamo nell’anima. Andare a togliere la polvere da alcuni posti che rischiano di finire nel dimenticatoio.»
Nei brani “Anima in fiamme” e “Il vento dell’estate” emerge un forte senso di libertà, di vento che muove e accende. Che ruolo ha la natura nel tuo immaginario artistico?
«La natura è tutto: è ciò che ci ha formato. Il viaggio, i luoghi in cui viviamo, quelli che ci danno soddisfazione. Quasi tutte le mie canzoni nascono durante un viaggio: a volte basta un viaggio con la testa, quando riesci a sganciarti dal mondo. La natura che ho intorno ha un peso specifico importante. L’ho voluto sottolineare anche in Tok Tok Ecologico, che rappresenta l’elemento terra: volevo risvegliare prima la mia coscienza e poi, magari, quella di chi ascolta. È un bussare per chiedersi se stiamo facendo abbastanza sul cambiamento climatico.»
Parliamo un po’ di amore e nostalgia. Oggi, l’amore è più un luogo di quiete o una scintilla ancora imprevedibile?
«L’amore è scintilla. Ha poco a che fare con la quiete. Parlo di amore in generale: deve essere sempre alimentato. La quiete rischia di far perdere un po’ il volume che ha all’inizio. Che sia amore per un’amicizia, per una compagna, per un figlio, bisogna sempre coltivarlo. L’amore è scintilla, sempre.»
“Una vita diversa” e “Sempre tutto bene” sembrano fare i conti con il bisogno di cambiamento e con la capacità di rialzarsi. Cosa ti ha portato a esplorare questa dimensione più introspettiva?
«In Una vita diversa mi sono fatto una domanda: “Sono contento di quello che ho e di ciò che mi circonda?”. È facile lamentarsi — siamo nel festival del lamento — ma spesso mancano le proposte.
Così ho provato ad andare in profondità: se volessi una vita diversa, quale sarebbe? Io sono felicissimo della mia vita, ma mi piace farmi delle domande. In questa canzone ho provato a capire cosa potrei volere, cosa potremmo volere tutti noi.»
C’è un filo rosso che collega tutte le tracce, un messaggio che vorresti arrivasse con forza agli ascoltatori?
«La speranza. Sempre speranza. Io sono cresciuto con i dischi di Elvis Presley, pieni di energia. Ogni canzone sembrava un inno alla vita. Ecco, non sono Elvis, ma spero che nelle mie canzoni — tra pezzi carichi e ballate più lente — si trovi sempre un motivo in più per affrontare la vita.»
Con M.A.P.S. – Manuale Alternativo Per Sentire, Marco Ligabue firma il suo ritorno più consapevole, trasformando due anni di lavoro, domande e viaggio interiore in un racconto musicale che invita a orientarsi dentro e fuori di sé. Non un disco che offre soluzioni, ma un compagno di strada capace di accendere scintille, di parlare alla coscienza, di rimettere in movimento ciò che la quotidianità tende a coprire di polvere. Il rocker gentile di Correggio torna con un progetto che vibra di natura, cambiamento, amore e possibilità, restituendo all’ascoltatore un atlante emotivo da sfogliare traccia dopo traccia. M.A.P.S. non è soltanto un nuovo capitolo: è una bussola, un invito a restare vivi, a credere ancora, a riconoscere che esistono strade da percorrere anche quando sembrano invisibili. Un ritorno che sa di ripartenza.






































