Testo di Mariatilde Zilio
Il cinema è, talvolta, una finestra sul mondo. Per dirla con Edgar Morin, è un medium capace di far luce sull’uomo, sulla società, sulle mitologie del presente e del passato. E i festival, come l’ultimo Torino Film Festival, il 43°, sono una vetrina a volte dolorosa.
The Teacher
The Teacher di Farah Nabulsi, di origine palestinese ma nata e cresciuta a Londra, è la storia di Basem, un insegnante in un villaggio della Cisgiordania, che vive tra le ruspe israeliane che abbattono le abitazioni dei palestinesi e le continue minacce dei coloni. Su di lui pesa un lutto tremendo, la morte del figlio in carcere e il divorzio dalla moglie distrutta dal dolore.

Basem educa i suoi studenti come un padre al rispetto, alla legge, e incredibilmente, cerca di costruire in un mondo che viene sistematicamente distrutto. È un uomo in bilico, tra un passato di impegno politico e i valori che cerca di insegnare insieme a Lisa, una volontaria che si occupa del reinserimento dei ragazzi dopo il carcere. Quando però uno dei suoi alunni viene assassinato, lui si prende cura del fratello del ragazzo ma riprende anche la pistola. Parallelamente, si sviluppa la storia di un padre israeliano a cui i palestinesi hanno rapito il figlio per ottenere la liberazione di prigionieri politici (la vicenda si rifà alla storia di Gilad Shalit, soldato israeliano tenuto in cattività per cinque anni e poi liberato nel 2011 in cambio di 1027 detenuti palestinesi). The Teacher, sugli schermi l’11 dicembre (girato nel 2022, passato al Festival di Toronto nel 2023 e ispirato a una storia vera) è un film di lotta, non potente come The Other Land, ma ben recitato e (…purtroppo) ben costruito. Dice Nabulsi, un passato in JP Morgan e una svolta cinematografica nel 2013 con una sua casa di produzione Native Liberty: “La mia intenzione è portare il pubblico in un viaggio intenso ed emotivo all’interno di quelle vite e di quelle esperienze, nella speranza di lasciare gli spettatori a riflettere sulle scelte e decisioni che i personaggi compiono e sulla crudele realtà in cui sono costretti a prenderle”. Obiettivo raggiunto.

Coexistence, My Ass!
Esce a gennaio 2026 Coexistence, My Ass! di Amber Fares in collaborazione con Rachel Leah Jones, già Premio speciale della giuria per la libertà di espressione al Sundance Film festival 2025. Il titolo è lo stesso dello spettacolo che Noam Shuster Eliassi, la stand-up comedian e attivista israeliana protagonista del film, ha realizzato nell’arco di cinque anni. La sua infanzia ha segnato il suo percorso artistico e politico: Noam è cresciuta nell’unico villaggio Wahat-al-Salam dove israeliani e palestinesi vivevano insieme, per scelta, con il solo scopo di costruire la pace. Assiste così, ancora bambina, alla visita di Hillary Clinton, a cui offre dei fiori di benvenuto, e a quella di Jane Fonda. Più tardi incontrerà il Dalai Lama e, da adulta, terrà un discorso alla Nazioni Unite. Delusa dal tradizionale attivismo pacifista, decide di dedicarsi alla stand-up comedy e diventa famosa in tutto il Medio Oriente. Intanto, tutto intorno a lei va in pezzi. Tra lacrime, manifestazioni e battute pungenti (davanti a una platea palestinese esordisce con: “Tranquilli, resto solo sette minuti, non settant’anni!”), Noam vuole dimostrare al suo pubblico che un’altra realtà è possibile. E l’approccio è sicuramente interessante perché Noam, dice Amber Fares, “sa muoversi con naturalezza tra gruppi apparentemente inconciliabili, mantenendo aperte molteplici prospettive sulla realtà. E soprattutto, è davvero divertente”.
Coesixtence, My Ass! ha vinto il Premio speciale della Giuria (Motivazione: “Come attraverso l’ironia si possa raccontare la complessità di una tragedia”) e il premio Occhiali di Gandhi ex aequo con The Clown of Gaza “Per aver trasformato l’umorismo in atto di resistenza, capace di smascherare le contraddizioni di un conflitto e di illuminare l’oscurità della guerra con la forza semplice e universale del sorriso”.

The Clown of Gaza.
Nel cuore di Gaza c’è un piccolo uomo che utilizza il sorriso e la gioia per contrastare la distruzione tutt’intorno. In The Clown of Gaza il regista Abdulrahman Sabbah segue attraverso gli orrori della guerra l’artista Alaa Meqdad, conosciuto dalla gente come zio Alloush o il Creatore di gioia. E documenta le incessanti performances che il clown mette in scena per strada e negli ospedali per portare un po’ di felicità ai bambini e il suo ritorno alla casa distrutta nel campo profughi di Al-Shati. Nonostante la devastazione che lo circonda, lui si muove tra le macerie continuando a provvedere alla sua famiglia senza smettere di diffondere battute e canzoni che fanno momentaneamente scomparire l’atroce realtà. The Clown of Gaza, più che un documentario, è una celebrazione di umanità e di speranza.

The Encampments
Nella primavera del 2024 un accampamento di cinquanta studenti in solidarietà con Gaza si installa nel prato antistante la Columbia University di New York. È il soggetto del documentario The Encampments-Gli accampamenti di Kei Pritsker e Michael T. Workman, nato da un servizio giornalistico, in concorso al Tff e già nelle sale. Al grido di “Disclose, divest, we will not stop, we will not rest!” i ragazzi denunciano le università che investono in società israeliane coinvolte nel conflitto (rendendo pubblici nomi e dati): il film esplora così la passione e le sfide di un movimento che si è poi diffuso negli atenei di tutto il paese e in diverse istituzioni nel mondo. La repressione, si sa, sarà durissima: la Columbia vieta alle organizzazioni studentesche di manifestare e, violando dopo cinquant’anni la norma che proibisce l’ingresso nei campus della polizia, dà il via ad arresti di massa. Le riprese sul campo sono inedite e le parole dei leader della protesta risuonano come l’atto di accusa del più grande movimento studentesco dai tempi della guerra del Vietnam nel 1968. Tra i protagonisti: Mahmoud Khalil, palestinese, oggi espulso dagli Usa ma allora scelto per negoziare direttamente con l’università insieme a Sueda Polat, studentessa di origini palestinesi; poi Grant Miner, studente ebreo americano che ha partecipato all’occupazione della Hind’s Hall (in memoria di Hind Rajab, la bambina palestinese di sei anni uccisa dalle forze di difesa israeliane a Gaza) e Naye Idriss, libanese laureata nel 2020 ma tornata alla Columbia per l’accampamento. In altre parole, le menti più brillanti formate dall’università si sono ribellate all’università stessa. La loro testimonianza è accompagnata dal commento della giornalista Bisan Owda, di base a Gaza.
Anticipazione: la retrospettiva del TFF 2026 sarà dedicata a Marilyn Monroe. E questa è la foto ufficiale







































