Da oggi è fuori Veloce, il nuovo singolo di Mauro Ermanno Giovanardi (clicca qui per ascoltarlo).
Dopo averlo ascoltato più volte con molta attenzione, ribadisco un concetto che ho già espresso in svariate occasioni: non è vero che in Italia non ci sono musicisti dotati di grande talento: È tristemente vero, semmai, che quel poco che rimane della discografia anziché supportare (e investire su) chi ha talento preferisce supportare chi esce dai talent, peraltro senza avere la capacità di indirizzarli nella giusta direzione. A questo dobbiamo aggiungere una programmazione delle radio ai limiti della decenza, programmi tv dove si vedono sempre e soltanto le solite facce, un festivalone che sta diventando un’enorme sagra della salsiccia.
Ma non voglio tediarvi più del necessario: Veloce è un gran bel pezzo, cantato bene, suonato come si deve, con un’atmosfera affascinante. Lo hanno composto in 4, tutti musicisti “veri”: uno ovviamente è Mauro Ermanno Giovanardi, un altro è Kaballà (autore di dischi a suo nome come Petra Lavica che, pur essendo stato pubblicato nel 1991, è ancora di grande attualità; oltre a decine di brani portati al successo da Carmen Consoli, Eros Ramazzotti, Ron, Marco Mengoni, Nina Zilli, Paola Turci e molti altri). Poi ci sono il tastierista Giovanni Pastorino e Michele Bitossi, già frontman dei Laghisecchi, band molto coccolata dalla critica.
Insieme hanno scritto parole e musica di Veloce, brano in cui Mauro Ermanno Giovanardi osserva una condizione che tutti riconosciamo: quella corsa continua che attraversa le nostre giornate, mentre il tempo accelera e il mondo sembra chiederci di stare al passo senza spiegarci per cosa, né perché. È una frenesia silenziosa, quasi una apnea quotidiana, che scivola nei gesti e li rende più rapidi del pensiero.
La canzone si muove con un respiro trattenuto: una musica che scruta senza giudicare, lasciando affiorare dubbi più che certezze. Giovanardi segue l’umanità nel suo tentativo di reggersi in equilibrio tra due forze opposte: il bisogno di rallentare e la pressione invisibile – ma perentoria – di un’epoca che accelera da sola, come un algoritmo lasciato incustodito. Da qui nasce la domanda che serpeggia nel brano: che cosa resta dell’essenza umana quando la velocità diventa dettato?
Insomma, non è certo un caso se nella vita reale Mauro Ermanno Giovanardi è un ciclista provetto: quasi ogni giorni, sale sulla sua bici da corsa e pedala per un centinaio di chilometri, concedendosi il lusso di osservare quello che gli succede intorno.
Nella canzone che ha appena pubblicato, evita l’enfasi e preferisce scolpire le pieghe del quotidiano, quelle tensioni sottili che vivono ai margini: i dettagli che sfuggono, l’ansia che serpeggia sotto traccia, la linea fragile tra una quiete desiderata e una corsa che non finisce mai. È uno sguardo che trasforma le vibrazioni del presente in un racconto musicale che non impone, ma svela. Veloce diventa così il punto d’incontro fra critica e poesia urbana: Kierkegaard che guarda un mondo iperconnesso, “l’aut aut” che si confronta con il refresh continuo.
Un brano che non denuncia, ma illumina. Che racconta la frenesia del tempo contemporaneo senza moralismi, restituendone il paradosso: confondere l’urgenza con il senso, il movimento con la libertà, mentre il futuro assomiglia sempre più a una “piazza di spaccio” di ansie e aspettative.
Musicalmente pulsante e testualmente affilato, Veloce mette in scena il cortocircuito tra cuore e prestazione, tra desiderio di pace e culto della performance. Racconta l’essere umano che tenta – ingenuamente, ostinatamente – di “andare più veloce delle macchine”, ritrovandosi infine in quello spaesamento esistenziale che è il marchio della nostra epoca.







































