Minishow per addetti ai lavori al Circolo della Stampa di Milano per Riccardo Cocciante e il cast della nuova edizione italiana di Notre Dame de Paris. Inizio con oltre due quarti d’ora accademici di ritardo nel salone neoclassico dello storico Palazzo Serbelloni, ricostruito nell’ultima veste alla fine del 700. Soffitto altissimo con ballatoio d’antan per il pubblico femminile, infiniti stucchi dorati e alcuni decori affrescati, semicolonne in marmo con capitelli ellenici intervallate da enormi specchiere, luci in blu violetto.
Il cantautore, ma dai tempi di Giulietta e Romeo e ovviamente di Notre Dame de Paris è giusto chiamarlo maestro, al pianoforte gran coda accompagna prima i diversi interpreti in alcuni dei brani più famosi, compresi la nuova (per l’Italia, dato che l’ha già interpretata in francese sia nell’Esagono che in Cina e Corea) Esmeralda Elhaida Dani e i “vecchi” Frollo Vittorio Matteucci e Quasimodo Giò Di Tonno. Swag generale in casual elegante con blazer per i maschi, abiti da sera bianco con la schiena nuda per Elhaida, minicompleto in pelle per Beatrice Blaskovic e solita tenuta in nero con giacca alla Mao per il maestro, che si unisce a tutto il cast vocale per l’inno finale Il tempo delle cattedrali.

«Il duo pianoforte e voce è un banco di prova difficile», commenta Cocciante, «con cui si può fare tutto e che dà subito il polso della qualità di un vocalist. Quelli di Notre Dame li scelgo perché sanno cantare da dentro, sanno andare oltre la perfezione dell’intonazione con la personalità, che è la dote più importante, anche se devono comunque avere una grande estensione. Io amo la diversità anche fra i cantanti, amo quelli che offrono qualcosa di differente dagli altri e che sanno partire dalla base di tutto. Dal fatto che con le canzoni parla l’anima, parla la musica, parlano i testi, e comunicano pensieri ed emozioni coinvolgendo pubblico. Notre Dame lo fa da quasi trent’anni (la prima edizione francese risale al settembre 1998, mentre il debutto italiano avvenne nel marzo 2022, ndr.) rimanendo sempre sé stessa e solo così. Notre Dame è magica, e la magia non si cambia.»
Quella magia sarà di nuovo in giro per l’Italia durante l’intero 2026, debuttando al Teatro Arcimboldi di Milano dal 26 febbraio al 15 marzo, per continuare in tutto il Paese, compresa la Sicilia, e terminare al Palasport di Roma dal 2 al 6 gennaio 2027. Sono già 120mila i biglietti prenotati per un’“opera popolare” che ha già avuto 18 milioni di spettatori nel mondo (tra cui 4,5 nelle finora 1.548 repliche fatte da noi) e traduzioni in nove lingue differenti.
«Trent’anni fa, quando io e Luc Plamondon, che è la mia antitesi, completamente il contrario, abbiamo iniziato a scriverla, l’abbiamo fatto perché ci piaceva fare musica insieme per la prima volta. Io propongo sempre innanzitutto la musica, al contrario di quello che si fa di solito seguendo le indicazioni di un libretto. Quando Luc mi ha proposto di rivisitare il romanzo di Victor Hugo non sapevo se accettare o no. Gli ho fatto ascoltare dei temi che avevo nel cassetto e non volevo adoperare nella mia carriera personale: il fatto che da alcuni di quelli nascessero subito le parole ci ha convinto. L’abbiamo fatta come ci piaceva, non credevamo potesse avere un tale successo nel tempo e va bene così. Il successo viene dopo, se è meritato. E la cosa più difficile è durare nel tempo, non è affatto da tutti.»
È stato facile metterla in scena? Avevate già un produttore quando l’avete scritta?
«Tutto è partito dalla musica, i produttori sono arrivati dopo. Anzi all’inizio nessuno voleva produrla, infatti non è un’opera musicale perché ci sono vari parlati, non è un’opera classica perché ha voci non impostate, non è una commedia musicale perché deve essere naturale dall’inizio alla fine. Solo quando Charles Talar (lo storico produttore francese che ci ha lasciato nel 2020, ndr.) è venuto in casa mia ad ascoltarmi mentre cantavo tutto suonando il piano la situazione si è sbloccata: “vado subito a prenotare un teatro” ci ha detto, anche se poi la prima è stata fatta al Palais des Congrès.
Anche in Italia non è stato facile, dicevano che il genere non andava, nonostante Pasquale Panella avesse fatto un lavoro meraviglioso con i testi. Per fare un adattamento in un’altra lingua rispettando la personalità dell’autore e tutta la forza espressiva dell’opera, bisogna trovare ogni volta un artista vero. E Pasquale lo è. È perfettamente entrato in sintonia, ha reso “italiana” questa “opera popolare”, come tengo sempre a chiamarla, perché i vari brani, uno dopo l’altro, raccontano una storia in maniera semplice, comunicando emozioni con genuinità, grazie a quel magnifico strumento che ci permette di entrare in contatto diretto con i giovani e la gente, che sono le canzoni.»
Molti dei temi affrontati sono ancora attualissimi, a cominciare dall’immigrazione e la diversità…
«Tutta Notre Dame de Paris è la storia della diversità umana, della difficoltà di vivere quando non si è catalogati in una categoria. Quasimodo è un diverso che viene estromesso, Esmeralda è una zingara che viene estromessa, Clopin è il simbolo e il capo dei clandestini, della Corte dei Miracoli e lancia questo messaggio: “quanto è difficile vivere quando non si è come gli altri”. È difficilissimo per i clandestini, i migranti andare in un mondo differente. Il primo contatto soprattutto è complicatissimo, perché per loro ogni situazione è sconosciuta. Però è essenziale che questo miscuglio possa avvenire, questa congiunzione, perché solo così la gente, il modo di pensare e quello di vedere il mondo si rinnovano.»





































