Per ascoltare il recente album Topos, firmato da Sokratis Sinopoulos e Yann Keerim, bisogna partire da tre riferimenti. Innanzitutto la lyra greca, lo strumento ad arco risalente all’epoca bizantina, un poco diverso dalla lira che già i decoratori di alcune centinaia di anni prima di Cristo mettevano nelle mani del dio Hermes. Quella attuale possiede una piccola cassa armonica allungata, si suona poggiando il puntale sulla gamba e con l’archetto che accarezza le corde, da tre a cinque. Uno dei maggiori specialisti viventi dello strumento è Sokratis Sinopoulos, 51enne ateniese che ha collaborato con artisti di mezzo mondo, attraversando i territori della musica classica, di quella popolare e del jazz.

Il secondo riferimento sono le Danze popolari rumene, una suite in sei balli per solo pianoforte che il grande compositore Béla Bartók scrisse nel 1915 (una seconda versione per piccola orchestra d’archi di due anni successiva ne comprendeva sette) e che i due musicisti reinterpretano e riarrangiano qui in versioni ridotte, aggiungendo quattro brani originali che però si rifanno direttamente, per clima sonoro, intenzioni e sviluppo, a quanto elaborato dal maestro ungherese.

Il terzo è il topos, termine del greco antico che significava “luogo” e che in italiano attuale si usa per indicare un motivo ricorrente, un luogo comune nelle tematiche di un autore o di un’epoca. «Il nostro Topos è il luogo in cui la tradizione si confronta con il presente», affermano i due autori, «dove i Monti Balcani incontrano lo spazio urbano, la musica della campagna incontra la creazione contemporanea. Il nostro Topos è il luogo in cui ci incrociamo e interagiamo, plasmando le nostre identità individuali e comuni.»

Sokratis Sinopoulos e Yann Keerim, pianista nato nel nord della Grecia, firmano un album in coppia per la prima volta, ma suonano insieme da quasi due decenni, in particolare nel quartetto del primo, che vanta all’attivo due cd molto apprezzati, Eight Winds del 2013 e Metamodal del 2019. Ripercorrendo il processo creativo del lavoro, Yann – che abbiamo ascoltato in un contesto simile con il suonatore del liuto orientale oud Haig Yazdjian – spiega che «molte cose sono successe sul momento durante la registrazione. I brani sono stati rimodellati, con molta improvvisazione spontanea. E abbiamo suonato tutto in una volta sola, come se si trattasse di un unico grande brano. In questo modo la musica è stata catturata in un’atmosfera unica e coerente, creando un mondo sonoro specifico in cui ci siamo immersi e che ha finito per influenzare il risultati finale».

Così le Danze popolari rumene di Bartók assumono nuove forme, sia nelle riproposizioni dirette, sia nelle track a loro ispirate, sviluppando una musica che respira – sospesa tra terra e sogno, memoria e improvvisazione – dove la lira di Sokratis disegna e dipinge un contrappunto che utilizza i colori della poesia in un macramè di corde accarezzate che si sposano con le corde percosse del pianoforte, che si sviluppa come delicato antidoto al rumore dei nostri tempi oppure come silenziosa riflessione che induce pace nell’anima di chi ascolta.

Il topos che i due musicisti cercano e illustrano è un luogo che sta nella congiunzioni di elementi provenienti dalla cultura popolare magiara (quella che Bartók cercava nella musica della Transilvania, la regione confinante con il sud dell’Ungheria) e da quella rumena, dalle origini greche, dai loro studi e dalle ricerche sul campo dei protagonisti, dalla sensibilità cameristica del loro suonare, dalla volontà improvvisativa di matrice jazzistica, dalla musica contemporanea più aperta e dalla classicità senza tempo delle composizioni bartókiane.

Un mix che si sviluppa in una continua rigenerazione. Un crescere organico che si distende per tutto Topos in un cinetico, fragile, equilibrato evolvere secondo una linea mai nettamente definita tra ragione e intuizione, eppure dalla compatta logica tematica. Dalle melodie toccanti di Vlachia al fluire emotivo di Valley, all’impalpabilità di Mountain Path e alle impressioni visuali di Forest Glade si articolano i brani inediti. Mentre le vere e proprie “revisioni” delle Danze popolari rumene culminano nella ritmicità in levare di Romanian Polka e nel morbido andamento armonico in Sash Dance.

Un risultato sottilmente emotivo e sempre coinvolgente, che sa dialogare con il silenzio e insieme intrufolarsi con vibrazioni impalpabili nelle pieghe del sentire profondo di ciascuno. Un risultato che non può non essere frutto, in questi periodi drammatici, del pensiero di Bartók, il quale affermava recisamente: «La mia idea fondamentale, quella che mi occupa del tutto da quando sono compositore, è la fraternità dei popoli contro ogni guerra e contro ogni conflitto. Ecco l’idea che, fino a quando me lo permetteranno le forze, cerco di servire con le mie composizioni. Ecco perché non rifiuto alcuna influenza, di fonte slovacca, rumena, araba o qualsiasi altra, purché tale fonte sia pura, fresca e sana.»

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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