Scrive l’acuto Guido Festinese su Il Manifesto: «Ma chi l’ha detto che gli strumenti “tradizionali” debbano restare confinati nelle strettoie di consuetudini decantate sempre come “autentiche”, quando perfino la stessa autenticità è costruzione culturale? Ecco allora che la chitarra battente di Francesco Loccisano sfonda i recinti di genere, diventa un attrezzo d’invenzione di nuova musica acustica che riesce a trovare sponda anche nell’elettronica, spaziando in ogni territorio che fantasia, creatività e maestria individuano.»

Il riferimento è all’ultimo album del musicista calabrese, intitolato Onde d’urto e da poche settimane disponibile per Jonica Sound. E ovviamente non si può essere più d’accordo con il collega, di cui ricordiamo anche il recente, interessante volume One Single Shot, che è una molto accurata descrizione e analisi di 52 album di successo usciti tra gli anni Cinquanta e Settanta che non hanno avuto nessun seguito, 52 opere che sono rimaste uniche per i più disparati motivi, accuratamente approfonditi da Guido.

Quando si parla della chitarra battente, strumento acustico dalla forma allungata con un numero di corde metalliche che varia da 10 a 14 che si è diffuso a partire dall’inizio del Settecento in tutta l’Italia meridionale, si parla quasi automaticamente di world music perché il modo ritmico di suonarla è quello che caratterizza generi popolari come la pizzica e la tarantella e anche le serenate e le stornellate.

E quando si parla di world music c’è subito chi attiva la distinzione tra autenticità ed enshittification (per usare un termine che definisce la AI slop, la “sbobba” di bassa qualità che sta infestando sempre più Internet, prodotta da un uso scadente quanto diffuso dell’intelligenza artificiale), chi pretende un’adesione senza progressi a un passato accademicamente “certificato” contro quella apertura e diffusione che porterebbe automaticamente a uno scadimento qualitativo delle proposte.

Non è così, la world music è viva e vegeta, continua a proporre nuove idee e nuova arte – anche se, come è per ogni genere musicale, non sempre e non automaticamente – partendo dalle radici e dai suoni del passato per renderli attuali e fruibili grazie alla loro evoluzione, che è fatta spesso e volentieri di commistioni sonore e di miscele con strumentazioni nuove, di intrugli inediti da assaporare e di fusione con “ogni territorio che fantasia, creatività e maestria individuano”.

Basta ascoltare proprio il nuovo album di Francesco Loccisano, oggi uno dei migliori, se non il migliore, musicista (e teorico, visto che ha all’attivo diverse pubblicazioni e metodi dedicati allo strumento) che si dedica alla chitarra battente, dopo essersi diplomato in conservatorio in quella classica. Il suo Onde d’urto è un gioiellino strumentale senza tempo, che sa portare l’ascoltatore in un universo di lapislazzuli e stalattiti, di immagini della mente e di ricordi da ricostruire, di Gocce d’amore – come titola uno dei brani più fascinosi – e di «mitologia, emozioni e denuncia sociale, fino a diventare un racconto universale», come afferma il chitarrista.

Otto i brani, tra cui delle coinvolgenti e modernissime Variazioni sulla tarantella napoletana e l’apertura Clizia, dedicata alla ninfa trasformata in girasole dal dio Apollo, l’intimità introspettiva de L’ombra e il volante valzer venezuelano La partida del compositore Carlos Bonnet (non Luis come scritto nella cover), per questo sesto album da titolare di Loccisano, che abbiamo visto per molti anni al fianco di Eugenio Bennato e in alcune stagioni con Gianna Nannini, oltre ad aver suonato da solista o con il suo trio a festival ed eventi internazionali (ultime le performance in duo con il percussionista Andrea Piccioni al padiglione Italia dell’EXPO 2025 di Osaka, in Giappone).

Due soli gli ospiti: il compagno di trio Tonino Palamara al peruviano cajon, la grossa “cassetta” di legno che si suona spesso sedendovi sopra, nella ritmatissima Graffi e il programmatore Teo De Bonis, che è anche chitarrista e compositore, alle elettroniche nella superba title track, dove si fondono potenza e lungimiranza con un’intensità espressiva che apre nuovi orizzonti. Quelli che ci spiega Loccsano: «Le onde d’urto quando arrivano provocano uno scuotimento generale. Irruente come le onde del mare, si addentrano negli interstizi della vita di ognuno, sconvolgendo sentimenti e abitudini calcificati dal tempo. Se ne avvertono da lontano le piccole scosse che le provocano, eppure non paiono annunciate. Con questo brano (con tutto l’album, aggiungiamo noi, perché sono onde d’urto tutte quelle che emozionano e fanno pensare, ndr.) ho voluto riprodurne le sonorità.»

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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