Pronti anche quest’anno con i miglior sette film del 2025. Probabilmente meno in linea con le classifiche fatte da varie testate o siti semi professionali tra i più ricercati, ma sicuramente da vedere, riscoprire o rivalutare.
Annata quella del 2025 forse non tra le migliori, rispetto anche a quella del 2024 decisamente più interessante, però con alcune eccezioni di valore che si ricorderanno magari per le capacità registiche o per una certa originalità nel rendere storie apparentemente già viste in opere di rilievo.
Come riferimento prendiamo sempre quei film datati anche 2024, ma usciti nelle sale italiane nel 2025, e non inseriamo quelli che probabilmente arriveranno sui nostri schermi nel prossimo anno, ma di cui si parla già molto.
The Brutalist di Brady Corbet, A Complete Unknown di James Mangold e Queer di Luca Guadagnino sono produzioni dell’anno passato che meritano sicuramente di essere viste e che si sono portate a casa innumerevoli premi, ma non sono presenti nella nostra classifica.
Consigliamo tra le uscite più o meno recenti Bugonia di Yorgos Lanthimos, con una sempre superlativa Emma Stone, Un semplice incidente di Jafar Panahi, Fuori di Mario Martone, La città proibita di Gabriele Mainetti, Eddington di Ari Aster, A House of Dynamite di Kathryn Bigelow e lo struggente La voce di Hind Rajab di Kawthar ibn Haniyya.
Come sempre da segnalare una certa qualità nel cinema horror, presente anche nei nostri magnifici sette con un titolo molto osannato, che ci racconta un po’ la nostra realtà con titoli come Weapons di Zach Cregger, Presence di Steven Soderbergh, The Ugly Stepsister di Emilie Blichfeldt e Bring Her Back – Torna da Me di Danny e Michael Philippou.
Come sempre la nostra classifica è in ordine sparso.
Io sono ancora qui di Walter Salles
Premio Oscar per il miglior film internazionale e candidatura come miglior attrice a Fernanda Torres, l’ultimo film del regista Walter Salles ci porta nell’odissea emotiva di chi ha subito il dramma dei desaparecidos durante la dittatura militare brasiliana attraverso gli occhi di Eunice Paiva che, insieme al marito e alla figlia, viene prelevata dalle autorità nel 1971. Mentre lei e la ragazza ritorneranno a casa, non sarà lo stesso per il marito Rubens Pavia, ex deputato del partito laburista brasiliano, di cui si perderanno le tracce.
Eunice dovrà così affrontare un estenuante ricerca per conoscere le sorti del marito, affrontando difficoltà economiche e familiari. Io sono ancora qui segue, nel corso dei decenni, la storia di questa donna senza mai enfatizzare il dramma e mantiene una visione lucida sullo scorrere dei fatti, fino ad arrivare al bellissimo finale che giunge dopo lo scatto di una preziosa foto di famiglia.
Probabilmente l’opera più personale del regista Walter Salles, che era stato realmente il vicino di casa della famiglia Paiva. Il film è costruito sul libro di memorie di uno dei figli di Eunice, Marcelo Rubens Paiva, ma è le capacità del regista di raccontare, attraverso uno stile comunque classico, un dramma che coglie in pieno il significato della parola “famiglia”.

I peccatori di Ryan Coogler
Uno dei film del 2025 di cui si è parlato di più nel mondo dei critici e tra gli addetti ai lavori della settima arte. Persino Tom Cruise, che l’ha visto da semplice spettatore in sala, ne ha osannato le qualità sui social. I peccatori ha anche voti altissimi sui vari siti del settore come Rotten Tomatoes e recensioni più che positive nelle principali testate giornalistiche. Insomma, un vero fenomeno cinematografico, molto vicino al mondo della cultura black e al puro intrattenimento.
Al di là dello scetticismo, che si è percepito soprattutto dal pubblico italiano, I peccatori è un film che funziona. Il regista Ryan Coogler mescola il cinema d’autore con quello di genere e attraverso le figure dei gemelli Smoke e Stack, entrambi interpretatati da Michael B. Jordan, ci parla di libertà, razzismo, integrazione e di blues, che con le sue note si intreccia con il soprannaturale.
C’è infatti un richiamo alla leggenda del bluesman Robert Johnson che nell’America degli anni ‘30 vendette l’anima al diavolo per ottenere il miglior talento musicale possibile. Johnson morì misteriosamente a 27 anni e nel film si fa riferimento a lui attraverso il personaggio di Sammie, che con la sua musica attira un gruppo di vampiri bianchi del Ku Klux Klan.
L’assedio dei mostri avviene proprio durante la serata d’inaugurazione del locale che i gemelli, tornati da un’esperienza criminale insieme ad Al Capone a Chicago, vogliono aprire per portare musica e speranza nella comunità nera. Durante quella notte lo scontro con i vampiri sarà fino all’ultima goccia di sangue.
Le tante tematiche trattate da I peccatori, che non manca di una certa ironia, sono magistralmente orchestrate da Ryan Coogler, che in dodici anni ha fatto solo cinque film, di cui quattro interpretati dall’amico Michael B. Jordan, tra cui Creed, spin off del franchise di Rocky, e il Black Panther della Marvel. Coogler con I peccatori si conferma uno dei registi afroamericani più importanti degli ultimi anni che, come il collega Jordan Peele, riesce a raccontare attraverso il cinema di genere le debolezze di nostri tempi.

Train Dreams di Clint Bentley
Questo è un film meraviglioso. Sicuramente uno dei più toccanti e commoventi del 2025. Train Dreams ha la sua forza nella messa in scena più che nella storia, perché quella che viene raccontata è la vita di un uomo qualunque, Robert Grainer (Joel Edgerton), cresciuto orfano nei primi del Novecento e poi esperto operaio e taglialegna nel periodo della grande espansione ferroviaria americana. Si innamora di Gladys (Felicity Jones) e hanno una figlia. Poi la tragedia e la solitudine, ma la vita farà il suo corso e Robert diventerà “parte del tutto”.
Il regista Clint Bentley, qui al suo secondo film, usa la poetica della vita e la maestosità dei paesaggi montani per parlarci della malinconia e dell’accettazione come ricostruzione di sé stessi. Una delicata voce fuori campo, in originale dell’attore Will Patton, ci avvolge e ci accompagna nelle gesta di un uomo semplice e di poche parole che nei suoi anni di vita incontra persone da cui cerca di raccogliere l’essenziale per capire il mondo che lo circonda, in una realtà in cui tutto si dirige velocemente verso il futuro.
La consapevolezza a cui arriverà Robert ci ricorderà come anche le nostre esistenze hanno bisogno di esperienze che, nel bene e nel male, ci aiutano a “danzare” nel tempo.
A rendere il film ancora più magico c’è lo sguardo malinconico di Joel Edgerton, la dolcezza di Felicity Jones e la bravura di tutti gli altri attori che accompagnano il protagonista nel suo percorso. Tra i più azzeccati sicuramente William H. Macy che con la sua saggezza aggiunge dei tasselli in più nella vita di Robert. La fotografia di Adolpho Veloso, le musiche perfette di Bryce Dessner e la bellissima canzone nei titoli di coda di Nick Cave, che porta lo stesso titolo del film, rendono Train Dreams purò cinema.
L’ultimo turno di Petra Volpe
La forza di questo bellissimo terzo film della regista svizzera Petra Volpe sta nel non raccontare un evento o più eventi specifici come una morte violenta, un momento da legal thriller o una particolare situazione drammatica, ma nel portarci letteralmente, con stile quasi documentaristico, dentro un ospedale svizzero durante il turno notturno di un’infermiera.
Eccetto una giovane tirocinante, la protagonista Floria, interpretata da una bravissima Leonie Benesch, si ritroverà praticamente sola a gestire una nottata complicata più del dovuto soprattutto a causa dalla carenza di personale e dal menefreghismo dei medici.
La gestione dei pazienti del reparto, ognuno con i suoi problemi e la sua personalità, porterà l’infermiera e lo spettatore ad affrontare un mix di ansia, stress, scontri sociali, disparità di trattamento e tutto quello che può accadere durante un lavoro in cui rapportarsi con il prossimo può diventare un’odissea.
La brillante e sintetica sceneggiatura e la coinvolgente regia aggiungono a L’ultimo turno una serie di significati sulla vita e la morte, il bene e male, senza mai cercare la commozione a tutti i costi, come spesso accade nei film ambientati negli ospedali. Eppure ci sono personaggi come l’anziano con demenza senile, la mamma malata che non sa come gestire i figli dopo la sua scomparsa, il paziente che non ha notizie sulla sua diagnosi… ma tutto viene raccontato con la velocità di un realistico turno di notte in cui gli avvenimenti e le persone si susseguono senza lasciare spazi emotivi alla protagonista.
Succede di tutto in questi 92 minuti di un film che passa da un’apparente calma iniziale a un ritmo senza sosta. C’è tensione come nei migliori thriller, ma L’ultimo turno è molto ma molto di più.

Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson
Interessante come questo film abbia dei forti sostenitori da una parte e chi lo disprezza totalmente dall’altra. Che abbia chi lo ritiene un film “woke” e chi un film razzista nei confronti delle donne afroamericane. Insomma ognuno dice la sua.
Quello che è certo e che ci troviamo di fronte a un’altra importante opera del regista Paul Thomas Anderson, non la migliore della sua carriera, come quei capolavori di Magnolia o Il petroliere, ma un film di altissimo livello che racchiude critica sociale, disillusione, autoritarismo e vari strati di amore.
Anderson usa il grottesco, il cinema d’azione e il dramma per raccontare le avventure/disavventure dell’artificiere Bob (Leonardo DiCaprio) che si innamora della leader attivista Perfidia Beverly Hills (Teyana Taylor) durante varie incursioni rivoluzionarie. Tra loro si insinua il suprematista bianco Colonnello Steven J. Lockjaw (Sean Penn), sessualmente attratto da Perfidia con cui ha dei rapporti sessuali. Lei rimane incinta, Bob vuole smetterla con la rivoluzione, lei viene catturata dal Colonnello e poi fugge. Tutto accade nei primi 32 minuti tra vorticose scene d’azione, inclusa una meravigliosa sequenza di rapina con inseguimento, e intricate vicende amorose e psicosessuali.
La storia fa quindi un salto di 16 anni: Willa (Chase Infiniti) vive con il padre Bob, ormai lontano dagli impeti dei tempi passati, in un’apparente tranquillità fino a che non torna a cercarli il colonnello Lockjaw per accertarsi che la ragazza non sia in realtà la figlia avuta da Perfidia. Inseguimenti e fughe movimentano tutta la seconda parte della storia, che al contrario della prima, si svolge nell’arco temporale di un paio di giorni.
Una battaglia dopo l’altra non ha davvero mai un attimo di tregua e i vari personaggi che intrecciano i protagonisti danno continuamente nuove accelerate e colpi di scena. Paul Thomas Anderson crea delle personalità e delle ambientazioni che ricordano più gli anni 80/90 che i giorni nostri, costruendo per DiCaprio la figura di un eroe che non riesce a compiere atti eroici, caratterizzandolo con un look che ricorda il Drugo de Il grande Lebowski, e trasforma Sean Penn in un ridicolo ed esaltato patriota.
Viene poi anche reinventata la geometria delle scene d’azione, in particolare nell’inseguimento finale, quando le strade sembrano diventare le onde del mare e i ritmi cambiano più volte in maniera inaspettata. C’è poi l’importanza della rivoluzione e il suo fallimento, l’amore e la sua farsa, la politica e la sua distruzione… il tutto una battaglia dopo l’altra.

Warfare – Tempo di guerra di Alex Garland e Ray Mendoza
L’anno scorso il regista Alex Garland ci aveva mostrato nel bellissimo Civil War un ipotetico stato di guerra in un futuro non proprio lontano.
Con questo nuovo lavoro, co-diretto insieme Ray Mendoza, ci racconta una guerra reale e recente. Siamo a Ramadi (Iraq) nel 2006 e c’è un gruppo di Navy Seals che durante un’operazione, apparentemente semplice, di sorveglianza si ritrova sotto assedio degli iracheni, in una casa privata insieme alla famiglia che la abita.
Quello che di speciale fa Garland è destrutturare i classici war movie e reinventare i tempi d’azione, allontanandosi dalle battaglie tipiche del cinema per creare una situazione di realismo totale eliminando tracce musicali, alzando il volume degli spari, dei rumori di ferraglia, delle voci alla radio e delle urla.
Niente ralenti e niente eroi, solo soldati che vivono un incubo, e noi con loro, mentre attendono i rinforzi e i mezzi a prelevare i feriti. I minuti in attesa degli aiuti sembrano durare ore mentre improvvisamente arrivano gli spari di un cecchino, una granata e la paura. Quello che conta non è vincere, ma tornare a casa.
Garland si fa aiutare da Ray Mendoza, un ex Navy Seal che era già stato un consulente per Civil War, perché quello raccontato è proprio un episodio sul campo accaduto a Mendoza stesso. Insieme i due registi analizzano l’atrocità intima del campo di battaglia e l’inutilità della guerra stessa, senza farci mai vedere il volto del nemico e senza farci conoscere da vicino i protagonisti. Quello che conta è la follia, qui raccontata in modo totalmente immersivo.
Warfare non ha nulla da invidiare al delirio mostrato in Apocalypse Now, Full Metal Jacket o Platoon, ma al contrario di questi titoli è stato completamente snobbato dai grandi festival e dall’Academy.

Frankenstein di Guillermo del Toro
L’ultimo grande adattamento hollywoodiana della famosa opera creata da Mary Shelley risale a 31 anni fa per mano di Kenneth Branagh e ci sono voluti diversi decenni prima che il sogno di Guillermo del Toro di realizzare la sua visione di Frankenstein venisse al mondo.
Del Toro infatti da bambino vide la celebre prima versione sonora del 1931 di James Whale e nacque in lui l’ossessione di raccontare la sua idea di una creatura fragile e umana, come tutte quelle portate sullo schermo dal regista messicano.
Frankenstein 2025 si differenzia in diversi modi rispetto al romanzo di Shelley e alle altre versioni cinematografiche. Sostanzialmente diviso in tre parti, la storia inizia nell’estremo nord nel 1857 dove il comandate di una nave bloccata nel ghiaccio accoglie il dottor Victor Frankenstein mentre fugge proprio dalla Creatura rabbiosa che ha creato.
Questa ambientazione, che ritornerà diverse volte nel film, serve da gancio ai due capitoli centrali che raccontano nel primo il punto di vista e l’infanzia, fatta di soprusi psicologici e fisici, di Victor, e nel secondo quello della Creatura e della sua fuga dal laboratorio in cui è stato creato. Se Victor è sostanzialmente un uomo che vive del suo ego e ha una percezione di sé simile a quella di un Dio, è invece nella storia raccontata dalla Creatura che viene fuori la sensibilità a cui Del Toro ci aveva già abituato nei suoi lavori come La forma dell’acqua e Il labirinto del fauno.
Anche qui come nel romanzo di Shelley c’è Victor che costruisce il “non uomo” con svariati pezzi di cadaveri, ma è proprio questa sua creazione, di cui addirittura diventa geloso, che aprirà le porte della conoscenza e della bellezza d’animo che un essere umano dovrebbe avere.
Il regista usa il suo timbro gotico/pop per realizzare qualcosa di molto vicino a un melodramma teatrale, fatto di vere e maestose scenografie create in studio e non dal CGI, di costumi, che attraverso il colore e i tessuti racconto simbolicamente il cuore dei personaggi, e di musiche evocative composte da Alexander Desplat.
Il cast principale vede in primo piano il giovane Jacob Elordi nei panni della Creatura, che con la sua statura dà la monumentalità necessaria al personaggio e con il volto la giusta fragilità, e la tormentata energia di Oscar Isaac, perfetta per interpretare Victor. Con loro anche Christoph Waltz, Mia Goth nel ruolo di Elizabeth e un magistrale Charles Dance nell’inquietante figura del padre di Victor, forse il vero mostro del film.









































