Il jazz italiano, come diciamo da anni, è ormai allineato ai livelli dei Paesi più significativi nella produzione di musica afroamericana. Lo dimostrano anche i tre artisti che vi presentiamo in questa occasione, che lo interpretano come un linguaggio universale, dalle valenze olistiche e dal respiro variabile, dalla comunicazione extratemporale e dai continui incroci, dall’espressività ancestrale e dal messaggio morale.

Jacopo Fagioli

Dialogue (Aut)

Voto: 8

 Registrato nel novembre 2023, è uscito solo da poche settimane questo secondo album del trombettista toscano Jacopo Fagioli benché il precedente Bilico (registrato e attribuito in coppia con il pianista Nico Tangherlini) fosse stato ottimamente accolto dalla critica, valendogli il podio nel poll di fine 2022 della rivista Musica Jazz nella sezione Nuovi Talenti. Jacopo è giovanissimo, classe 1997, è diplomato in conservatorio e a Siena Jazz ed è attivo in vari progetti artistici a fianco di Simone Alessandrini, del cantante turco Burçin Cingöz e di Emma Nolde, oltre vantare collaborazioni con personaggi come Francesco Diodati, Luca Zennaro, Dan Kinzelman e i Funk Off.

Con Dialogue, uscito per l’etichetta tedesca Aut Records, propone una scelta espressiva completamente diversa dalla precedente, esprimendosi insieme con un trio pianoless di efficaci e coesi musicisti under 30, il chitarrista Davide Strangio, il contrabbassista Amedeo Verniani e il batterista Mattia Galeotti (i due ritmi del quintetto di Federico Nuti di cui Fagioli faceva parte). Proposto come «una metafora dell’interazione tra la vita interiore degli individui e la società» e un’esplorazione della «ricerca di armonia tra sé e il mondo», il cd sviluppa un jazz contemporaneo che riesce a evocare mondi, a dipingere atmosfere, a far pensare ai perché essenziali.

I titoli dei brani ci portano alle tematiche di forte attualità che Fagioli vuole evidenziare: la sete di potere e dominio, il pericoloso Greenwashing e la crisi climatica, la necessità di identità e giustizia, l’eredità multiculturale di cui essere fieri. Un percorso fatto di melodie sotterranee e di continui incroci, di una fluidità mai cameristica ma piuttosto costruita sulle combinazioni sia scritte sia improvvisate, che incrociano ritmi, accenti, fratture. La continua tensione tra la tromba e gli altri strumenti diventa un “dialogo” così carico di forza espressiva da ricordare il meglio del jazz nordico – un Nils Petter Molvær deprivato di gran parte delle elettroniche – e insieme la forza della provocazione costruttiva di un’artista come Marina Abramovic, alla cui performance del 1978 Aaa Aaa è ispirata l’omonima track. A questo si somma la dedica alla musica che ha formato il protagonista con From Bach’s Menuet In G.

Matteo Fioretti

Le cinque stagioni (Alfa Projects/Egea)

Voto: 8

 Alzi la mano chi sapeva che il “presturno” fosse una stagione, esattamente la quinta, subito dopo i rigori invernali. Ce lo dice Matteo Fioretti, che di professione non fa il metereologo bensì il musicista e compositore. Infatti gli ultimi 12 minuti e passa (divisi tra ambient e jazz-rock) di questo suo recente album portano per titolo proprio Presturno, dopo le quattro minisuite, di tre brani ciascuna e della durata simile, dedicate alle abituali quattro scansioni trimestrali dell’anno. E raccontano «la stagione “matta”, quella che tristemente incarna le sorti del nostro pianeta in balia di drastici eventi».

Il tastierista, chitarrista e maneggiatore di elettroniche pugliese è un personaggio trasversale del nostro panorama musicale, che l’ha visto percorrere le strade formative del blues-jazz e quelle di ricerca della musica sperimentale, del free jazz, della world, del minimalismo, della psichedelia, del rock di frontiera (ma anche un progetto su Fabrizio De André) e persino della new age e della musica aleatoria. Una somma di esperienze che Fioretti ha inserito in dosi variabili in questo Le cinque stagioni (il quarto a suo nome, cui si sommano i singoli dell’alter ego psic-blues Syd Riley), nato come costola espressiva del volume che porta lo stesso titolo.

È il sottotitolo del saggio di Fioretti, “Forme molteplici di un jazz in movimento”, a definire al meglio il contenuto del cd, che invece ne ha uno che, a completamento del precedente, recita “Concerto per corpi danzanti”. Di fatto, con l’apporto forte del fiatista Enzo Nini (musicista ultrasettantenne altrettanto trasversale e talentuoso del leader) e del batterista Antonio Cicoria (di cui ricordiamo l’elaborato album Unisonus), il lavoro sviluppa un patchwork jazz che intriga, seduce, infastidisce, sconcerta per la diversità dei paesaggi che invita a visitare. Eppure possiede la forza di immergere il già ascoltato in diverse sperimentazioni (compreso l’utilizzo della radio come fonte sonora, in questo caso mentre parla Mario Draghi) in un “brodo primordiale” ricco di infinite possibilità, in un’autentica e personale scelta estetica che possiede una valenza olistica.

Antonio Piluso

Amara (Dodicilune/IRD)

Voto: 7/8

 Il sassofonista Antonio Piluso del Four Out Jazz 4et di Gabriele Celeste debutta da leader con un progetto in quartetto «che nasce nel maggio del 2024 con il desiderio di raccontare storicamente ed emotivamente la terra in cui sono nato, la Sicilia», come appunta. Con lui due giovani ritmi, il bassista Alessio Tirrò e il batterista Alessandro Borgia entrambi impegnati anche con un guitar trio, il primo con quello di Francesco Cerra, il secondo con quello di Salvo Amore, che completa la formazione di questo cd, usando sia lo strumento elettrico che quello acustico nella stimolante funzione di contraltare espressivo dei fiati.

Amara mostra come Piluso possieda già una qualità di suono precisa e accattivante, oltre a un’abilità compositiva particolare, che ben illumina le immagini contrastanti che ha voluto mettere in note, fruendo anche di contributi ben assimilati di world e rock. Però una certa inesperienza traspare in alcune diluizioni, in qualche idea armonica, in un paio di assolo non perfettamente collocati, pur senza scalfire l’idea di essere di fronte a un musicista promettente e a un ensemble da ascoltare in particolare dal vivo.

L’album è aperto dalla title track, con un sensibile assolo del leader, che è anche l’autore di tutti i brani, e uno svolgimento lento e fresco, che ci fa sentire il polso positivo di Piluso. Sulle orme del jazz-rock il successivo Idea, che vede un assolo quasi errebì di Amore, su un tappeto in perenne movimento ritmico, cui contribuisce anche un assolo, meno convincente, di Borgia. La tensione palpabile di 197 sembra disegnare un soundtrack per immagini di dolore, con una marcetta decadente e accorata, che pare continuare nel successivo Malu Tempu diventando più inafferrabile e involuta, con un’energia sotterranea che riemerge nell’urlo dal sassofono prima della quiete conclusiva.

Scallia è aperto da un ottimo prologo percussivo che lo porta ad aprirsi all’attrito delle timbriche e al clangore della prestanza collettiva, prima di bloccarsi e dirigersi verso un incrocio quasi free di sassofono e chitarra e una chiusa ripetitiva. Sichillia è il brano più riuscito con i suoi sapori mediorientali, le atmosfere “desertiche” e i miraggi luminosi. Del resto il suo riferimento è ai tre libri eponimi di Antonio Di Gregorio, che esplorano l’influenza araba sulla lingua, i costumi e la civiltà siciliana. Chiude l’album il crepuscolare Vespri condotto dalle frasi lunghe del sax, appena sorretto dagli schizzi ritmico-armonici degli altri.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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