Che le vendite dei “vecchi” Long Playing siano da alcuni anni nel mondo regolarmente superiori a quelle degli argentei e digitali compact disc è ormai un dato consolidato. Negli USA durante il 2023 le vendite dicevano 26,2 milioni di cd e 34,9 milioni di LP e nel 2024 sono state di 33 milioni di cd e di 44 milioni di LP. In Italia siamo al solito piuttosto in ritardo rispetto ai Paesi a maggiore consumo musicale e una comunicazione del 5 gennaio scorso della FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana) afferma che «nel 2025 il peso dei formati si distribuisce tra cd (50,7%), vinili (47,1%) e una quota residuale di musicassette e altri supporti fisici (2,2%)». Attestando che «il segmento fisico mantiene una presenza solida, delineando un ecosistema in cui tradizione e innovazione convivono», ma di fatto che da noi il sorpasso degli LP si sta avvicinando.

Alcune uscite recenti, come quella dell’album G di Giorgia ad esempio (pubblicato come cd solo 15 giorni dopo l’uscita del LP), seguono un’altra tendenza internazionale: quella di abbandonare il formato cd. Nel mondo sono sempre più numerosi gli artisti che preferiscono affidare le proprie performance solo al vecchio, caro “padellone” dal suono più caldo e più “umano”. Ve ne presentiamo tre di nazionalità diversa, ma tutti dediti alla musica black nelle sue varianti e tutti di qualità molto interessante, tale che permetterà loro di entrare certamente nelle chart specializzate e nel cuore degli ascoltatori: l’estone RETI, il francese Al Sunny e gli australiani Mondo Freaks.

RETI

Blue Hour (Funk Embassy)

Voto: 8/9

 Una cantante che viene presentata come un mix tra Chaka Khan e Teena Marie qualche qualità, anche nella presenza scenica, deve averla, a meno che i suoi estimatori non siano sotto effetto di un acido non proprio tagliato alla perfezione. E in effetti la cantante e coreografa estone Reti-Ann Niimann di cazzimma ne possiede in dosi industriali nonostante la giovanissima età. In più, benché sia bionda e con gli occhi cerulei, propone un genere nero che più nero non si può: il funky-soul, ovviamente aggiornato e rivisitato.

Questo suo debutto «a prima vista», afferma lei, «potrebbe sembrare un album sull’amore e sul crepacuore. Ma per me, racchiude anche disperazione, satira e autocritica. Puoi ascoltarlo dall’inizio alla fine e immaginare come trascorro una serata fuori con gli amici, dal tramonto all’alba». Da una Blue Hour all’altra di fatto, dato che l’“ora blu”, l’equivalente del nostro crepuscolo, indica un paio di momenti della giornata, poco prima dell’alba e poco dopo il tramonto, in cui la luce solare è molto rarefatta e l’atmosfera accentua i colori freddi come appunto il blu e l’azzurro permettendo fotografie di rara qualità.

A essa si sono ispirati numerosi musicisti, da Roy Orbison ai Madrugada, dal grande Andreas Vollenweider ai Christian Death, persino ai Radiohead, scrittori, registi e pittori. RETI, questo il suo nome d’arte, si intrufola nel gruppo con la forza dell’incoscienza giovanile, di una voce di rara comunicativa e dell’abilità nella scrittura di brani sgargianti (e anche nel suonare il violino), cui la sofisticata abilità produttiva di Martin Laksberg – già con Lexsoul Dancemachine, Rita Ray e l’altra giovanissima Inga (Tinsal), tra i tanti – offre un accompagnamento elaborato, con molte puntate jazzy affidate soprattutto al fiatista Nikita Korzoun. L’album allinea i momenti di riflessione interiori e tristi – a cominciare dalla ballad Tell Me (Reimagined) – della prima facciata del long playing e della conclusiva, delicata, canzone pop a tutto tondo Party People, ai groove da “move your fucking ass” che trascinano anche i più restii, in particolare la scatenata Shake e la variegata, eccellente Runaway, nove minuti di funk al calor bianco.

Al Sunny

Summer End (Légère)

Voto: 8

Summer End suona come il titolo di un film. In effetti, riflettendoci bene, tutto comincia al cinema. Fin dalle prime misure musicali, quelle di Why, in sottofondo si leggono le atmosfere umide delle serate in riva al mare, l’apericena pronta su un tavolino sulla spiaggia e il blue eyed soul appena appena irrorato di pop elegante: nessun dubbio siamo dalle parti della California o delle coste australiane. Oppure della Costa Azzurra, proprio poco lontano da Nîmes, città con splendidi monumenti romani, dove vive Al Sunny.

Il cantante/chitarrista/compositore della scena soul francese (che di nome anagrafico fa Alexandre Tricard) arriva al suo terzo album da titolare dopo che Time To Decide nel 2017 e soprattutto il successivo Planets del 2019 lo avevano proposto come talento emergente da tenere sott’occhio. Questo Summer End ne segue la scia, continuando a mescolare melodie orecchiabili, voci soul, bassi caldi e discreti, ritmi solidi e mutevoli, falsetti vellutati e splendide armonie di chitarre e tastiere. Del resto alla produzione artistica rimane, come nei precedenti, il tastierista Florian Pellissier, che suona regolarmente smooth jazz con il suo quintetto (è uscito da poco il loro settimo album Pacifiques Biches).

Gli otto brani, cui nella versione online si sommano le emozionanti riprese solo chitarra e voce della title track e del gioiellino Goodbye, propongono un clima molto rilassato e d’atmosfera, fanno riferimento al soul più delicato e pop così come allo yacht rock californiano degli ultimi 70, con influenze di artisti di allora quali Christopher Cross e Steely Dan e di oggi quali Joel Sarakula e Tom Misch. Tra i brani ci piace segnalare la brillante e corale Drinking Too Much, la ritmica dilatatissima e ovattata di Take Your Time, che presenta un’ottima performance vocale di Al, l’energetico My Love, con il controcanto di Solène Imbault, che è la paroliera di tutto l’album, So Lonely, il brano più errebì del mazzo, e l’inatteso, eclatante finale pop-rock Feeling’s Gone Away con riff vertiginosi dell’elettrica.

Mondo Freaks

Mondo Freaks (Every Star)

Voto: 8/9

 Sono in dieci e si sente dalla corposità possente del sound, che ci colpisce con la forza di un uppercut sferrato da un peso massimo. Sono nati dall’incontro di due ritmi eccellenti come il bassista sessionman in praticamente tutte le sale di registrazione australiane Luke Hodgson e il batterista Graeme Pogson, cardine della band top del funky di laggiù, i Bamboos, e si sente per il flusso sonoro scandito con implacabile lucidità e spinta. Vengono dalla scena funky-soul di Melbourne, dove sono di casa personaggi come Lance Ferguson, i Deepface, i Putbacks, gli Hiatus Kaiyote e via dicendo, e si sente dalla quadratura del cerchio espressivo che già propongono con il loro album omonimo di debutto.

I Mondo Freaks hanno il primo punto di forza nelle voci, sono ben cinque, a cominciare dalla più attiva (in cinque brani su otto), la ricciuta, espertissima con i suoi oltre vent’anni di attività sulle scene, Jade MacRae, che qualcuno conoscerà con il nome d’arte di Dune. Le altre appartengono alla richiestissima corista e cantante per vocal ID Susie Goble (anche nel duo acustico Nathan & Susie), a Francisco Tavares (collaboratore di band come Afrodescia, Le Soul e Fax Machine) e ai due ex Electric Empire, uno dei tastieristi Aaron Mendoza (l’altro è James Bowers, autore dell’interessante My Trio Album nel 2021) e il percussionista Jason Heerah, che fu lanciato nel 2014 dall’X-Factor australiano. Questi ultimi due erano nella band di fama mondiale Electric Empire. Completano questa superformazione i due chitarristi Gillan Gregory, già con Nina Ferro, Kennedy Snow, Uncomfortable Science e via dicendo, e Danny Dharumasena.

La band offre una fusione emozionante di soul, r&b, Motown sound e funk, animata da armonie lussureggianti, melodie avvincenti e arrangiamenti elettrizzanti. Il loro sound trae ispirazione da icone come Aretha Franklin, Donny Hathaway, Chaka Khan, Grace Jones (cui rimanda anche l’immagine della copertina dell’LP) e Prince, artisti le cui combinate influenze diventano stimolo ed energia. Dalle ballate commoventi ai groove più energici, arricchite da testi emotivamente coinvolgenti che colpiscono al cuore la fragilità e la forza della condizione umana, i Mondo Freaks si propongono come nuovo punto di riferimento per la musica black attuale.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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