Ogni tanto le ispirazioni degli artisti ci sfuggono di mano come olio distillato ed è meglio affrontare la loro musica semplicemente fidandoci delle nostre impressioni e della nostra disposizione. Prendete il trio PDurn ad esempio. Il loro secondo album Homo Ludens (Sonda Music Sharing) – che segue Coglians, dedicato all’omonimo monte friulano, dell’inizio 2025 – prende il titolo da un testo dello storico e linguista olandese Johan Huizinga, che tratta del gioco nei vari campi e nelle sue forme. Contemporaneamente è dedicato alla memoria dei martiri di Renno di Pavullo, 12 giovani fucilati nel 1944 dai fascisti della Repubblica Sociale Italiana per renitenza alla leva e attività partigiana.
Una contraddizione che potrebbe sembrare offensiva, oltre che di assai complesso sviluppo compositivo, e che il sassofonista Daniele Nasi, il contrabbassista Giancarlo Patris e la batterista Margherita Parenti risolvono affermando di voler «sottolineare il valore del gioco insito nella cultura come mezzo di sovversione, di rovesciamento delle regole, che nel disagio sociale diventa mezzo di sopravvivenza e Resistenza». Sarebbe interessante conoscere come abbiano trasferito questo concetto, insieme alle altre due ispirazioni, al trombettista americano Ralph Alessi, che è con loro nelle registrazioni della mezzora di musica contenuta nel cd.
I quattro brani, scritti ciascuno da uno dei membri più l’improvvisazione collettiva in punta di piedi e di bacchette dedicata alla farfalla Biston Betularia, hanno un andamento incredibilmente compiuto, che sa disegnare con lo stesso movimento la sua apocalisse: spazio, suono, motilità, soffi, ondeggiamenti. Melodie triturate e fughe liriche disegnano la nascita e il disfacimento di un jazz modernissimo e dalle unghiate free in un mare magnum che offre l’essenza del dolore nel procedere da marcia funebre di Giovani di Renno, il dilatarsi della nostalgia nelle lunghe pennellate acquerellate di Apollonia e la libertà che vola «come quelle ali, fulminate nei cerchi disegnati dai fanali» come scriveva il poeta Pierluigi Cappello in quel Friuli di cui Zermula è una delle montagne più alte.

Il pianista Felice Lionetti propone il suo terzo album da leader True (Alfa Music) in trio con gli abituali collaboratori Giovanni Mastrangelo al contrabbasso e Antonio Cicoria alla batteria. Dopo le esperienze che viravano verso l’ethno-jazz dei cd Pasta Nera (firmato dal Pasta Nera Jazz Project, ovvero questo trio con l’aggiunta del sassofonista Antonio Pizzarelli) del 2019 e Migrantes (attribuito al Mare Nostrum Jazz Quartet, che, oltre al Nostro compositore di tutti i brani e Cicoria, allineava Giovanni Mastrangelo al basso e Marcello De Francesco al violino) del 2023, il musicista e didatta pugliese per questo debutto totalmente a suo nome racconta di voler evocare «emozioni semplici e autentiche», perché «la melodia ci salverà».
In effetti il jazz di Lionetti sta al jazz mainstream di oggi come la canzone all’italiana sta al pop internazionale, ovvero propone una decisa predominanza della melodia, del cantabile e del sentimentale. Le influenze che il pianista distilla dal panorama internazionale – ma anche nazionale, in particolare certe intenzioni di Danilo Rea – vanno dallo scandinavo Esbjorn Svensson al compianto canadese Paul Bley, fino all’armeno Tigran Hamasyan, sempre evitando ogni sorta di orpelli o logorree, fossero anche dettate da un impegno di ricerca o di sperimentazione. Del tutto “congruenti” i due ritmi, sia Mastrangelo, solido come un pilastro fondante, che Cicoria, dall’ubiqua prestanza jonhisemaniana.
Otto le tracce, tutte firmate da Lionetti, a eccezione della conclusiva Ode To Life del pianista Don Pullen, eseguita in solitudine e carica di una tenerezza romantica e sensibile, ma venata di grande tristezza perché dedicata a un amico scomparso. Apre il brano che dà il titolo al cd, True, dalla melodia che mette in luce anche la scioltezza del tocco ritmico del Nostro. Seguono Clock, scandita da un ritmo metronomico, vivace e contrappuntata da solismi dal sapore cinematografico e pop, la tessitura melodica e i solo di contrabbasso di Generazione X e Choral, Dream con il suo impressionismo elegante e aereo che cresce fino a chiudersi con un lirismo da soundtrack, la nostalgica Ricordi e la minisuite in tre parti Sos, che parte dal Tema della melodia, attraversa un centro percussivo Jeté e chiude con Sos dal sapore vagamente funky.

Ha solo trent’anni il clarinettista Federico Calcagno, eppure Face The Music (Da Vinci Jazz) è già il suo nono album da leader o co-leader e vanta una lista di premi lunga una pagina, che vanno da Barga Jazz al Massimo Urbani, dal Leiden al Giorgio Gaslini, passando per il riconoscimento come “miglior talento” nel poll 2020 della rivista specializzata Musica Jazz. Tra i gruppi cui dà vita – il suo ottetto, Liquid Identities, Piranha, Fade in Trio – il sestetto The Dolphians è quello che attendeva di esprimersi dall’omaggio al sommo Eric Dolphy di From Another Place datato 2019.
La formazione non è cambiata, ma oggi le composizioni sono tutte originali del Nostro, a eccezione del brano di chiusura Mandrake, che ne conferma l’amore per il suo maestro indiscusso, che lo registrò per il suo album del 1968 Iron Man. Proprio la rivisitazione del sassofonista-flautista-clarinettista di Los Angeles, morto a Berlino appena 36enne, ci offre una sorta di apertura – il disco di sei anni fa – e chiusura di un cerchio espressivo che offre un’altalena di variazioni nella duplice direzione indicata da Dolphy, quella del conflitto permanente tra ordine e disordine, tra costruzione e disfacimento, tra maestria e sregolatezza. In nove track dove bisogna aspettarsi che accada di tutto, dalla calma al torrente di note, dall’ironia all’implicazione, dal liberi tutti all’attrazione melodica, dalla seduzione all’enfasi.
Ne risulta un jazz attualissimo, distillato dal free eppure spesso rigorosamente scritto, che non ha nulla delle velleità di molti “intellettuali” dell’improvvisazione cercata a ogni costo, bensì affonda le radici in una necessità interiore di un confronto lontano da ogni provocazione. Con i sassofonisti Gianluca Zanello e Luca Ceribelli, il vibrafonista Andrea Mellace e i ritmi Stefano Zambon e Stefano Grasso, si passa dall’energetica apertura The Great Opening, al viaggio interiore Inner Journey, che apre a certe sonorità etniche, riprese anche in Terra Liberata (omaggio a Fawad Andarabi, musicista tradizionale afgano brutalmente ucciso dai talebani, cui contribuisce il violino di Anaïs Drago) e Children Of Gaza, al viaggio zappiano di Tragedy, a Castelli di sabbia, con il rapper Chaaran (Davide Sartori) e la batterista Francesca Remigi, e la canzone obliqua Lutto nazionale, con il testo scritto e cantato da Beatrice Sberna, dedicato ai giovani che lasciano l’Italia.






































