La nostalgia non è più quella di una volta? Quando si ascolta un album come quello di Billy Smith ed Elizabeth Liddle, duo britannico nato nel 2024, si può assolutamente dubitarne, tanto il loro Songs For The Desert (Légère Recordings) ne trasuda da tutti i pori. Tanto che il duo Smith & Liddle sembra essere il nuovo specialista dello spleen West Coast. E pensare che i due ragazzi vengono dal Nord-Est inglese per immergerci in un sound che più californiano anni 70 non si può.
Quindi, si può immaginare per loro la necessità di un buon elettrochoc che permetta ai due di fuggire dallo charme di una malinconia ostentata come una ragione d’essere. Oppure, e forse è meglio per sollecitare la nostra flemma emotiva, lasciarci sedurre dalle loro canzoni di una spiccata delicatezza melodica e dalle ottime armonie vocali, che si muovono tra due ruscelli che rivitalizzano in delicatezza: le pop song affascinanti e il folk rock dagli arrangiamenti impeccabili.
Anche se Smith & Liddle non sono mai stati nel deserto e le loro canzoni sono state composte durante uno degli anni più piovosi della loro città natale, Durham (vale una visita per la grande abbazia e il castello normanno, entrambi tutelati dall’UNESCO come “patrimonio dell’umanità”), le loro nove “canzoni per il deserto” distillano elegantemente un ricordo dei bei tempi andati, quando i Fleetwood Mac, i Doobie Brothers, gli America e via dicendo, compresi i conterranei dei Nostri Stealers Wheel, riempivano con LP d’eccezione i nostri giradischi.
Sono questi gruppi che segnarono un sound rimasto sinonimo di sogno, fuga, immaginazione, vasti orizzonti, sole sulla pelle, mare e cielo azzurri. Il sound che Billy ed Elizabeth riprendono, come fanno diversi altri gruppi tra cui i loro conterranei Morganway di Kill The Silence oppure i texani Midlake di A Bridge To Far, senza mai scadere nel manierismo, ma con sincerità e autenticità, come traspare da ogni armonia e da ogni combinazione strumentale.
Smith & Liddle, che prendono qualcosa anche dal ritorno alle origini del genere americana anni 90 di Townes Van Zandt e Gram Parsons, ci regalano un debutto che trova la sua forza nella semplicità e nella capacità di reinventare rispettosamente uno stile che i più giovani degli ascoltatori conoscono pochissimo, magari solo per averne incrociata qualche canzone nelle colonne sonore dei film ambientati in California e dintorni.
L’apertura Piece Of You è paradigmatica: chitarre in stile jangle (in mano a Billy, che suona anche sintetizzatori, basso, vibrafono e ukulele), armonie vocali perfette (Emma Robson supporta il duo in tutto il cd) e quella voglia di “un pezzo di te” che solo la musica sa immaginare. Il successivo Eyes On You potrebbe essere uscito da un album degli Eagles, mentre Stay A While è decisamente un soft rock alla maniera di mezzo secolo fa, ma funziona. Seguono Minute Ago, dove la voce di Elizabeth (che suona nel disco piano e tastiere in coppia con Phil Richardson) si fa più acuta e il tutto si rifà al lavoro dell’ottima Stevie Nicks, l’intermezzo Down The Hole Again è ispirato a Pet Sounds dei Beach Boys, con tanto di percussioni varie affidate a Robb Maynard, New Day, altra traccia West Coast che più West Coast non si può, ha un assolo “classicamente rock” e passaggi con il pedale wah-wah della chitarra elettrica.
All’acustica e alle sole voci è affidata The Moon Does Slide, ballata intima e personale sulla fine di una relazione. Per contro In A Haze è il brano più mosso con l’elettrica che vibra e le voci protagonista, mentre No Place, l’ultima traccia, è la più felice, «perché parla di dove ci immaginiamo nel futuro e del motivo per cui abbiamo realizzato questo album».
Songs For The Desert è anche un album di testi accurati, d’amore, mai banali. Distanze, sogni, dubbi, paure si alternano aprendo la mente ad autentiche “visioni”, a squarci dell’immaginazione, a incontri al semplice quanto profondo livello dell’emozione. Infine c’è da segnalare che la produzione, calda, avvolgente, volutamente analogica, è affidata a Josh Ingledew, che cura anche un’altra cantante da tenere in considerazione, Isabel Maria, e suona i synth e il piano elettrico.







































