Il contrabbassista inglese Dave Holland ha 79 anni. Il chitarrista americano John Scofield ne ha 74. Entrambi cresciuti, seppure in periodi diversi, nelle formazioni del “divino” Miles Davis, hanno suonato insieme in diverse occasioni: sia nel supergruppo ScoLoHoFo con gli altri big Joe Lovano e Al Foster, sia nelle band di icone come Herbie Hancock, Chick Corea e lo stesso Lovano. Eppure non si erano mai proposti in duo fino a oggi. Esattamente fino a una tournée mondiale, iniziata a New York nel 2019, interrotta dal covid, poi ripresa fino al 2024 e culminata con la registrazione dell’album-gioiello Memories Of Home, pubblicato da poche settimane.
Holland è uno dei bassisti più influenti del jazz contemporaneo. Sa reinventare e ristrutturare, accelerare e alternare gli stili, dai più abbordabili ai più moderni, fino a toccare asperità free, ma sempre suonando e facendo suonare i suoi partner con enorme classe, gusto jazzistico e voglia di confronto.
Scofield è uno dei chitarristi più riconoscibili della sua generazione, con uno stile che fonde senza sforzo blues, funk e bebop. Lui può suonare soltanto nello stile di John Scofield e nessun altro può suonare come lui. Il suo fraseggio è particolarissimo e brusco, possiede tagli obliqui con cui attraversa ogni discorso melodico e gli permette di cimentarsi anche con un repertorio che passa dai Rolling Stones al country, passando per il blues tradizionale, con raffinatezza estrema e nervosismo stimolante.

Quando i due sono entrati in studio avevano già ampiamente sperimentato sul palco un enorme insieme di temi, elaborandoli dal vivo e adattandoli perfettamente alle proprie – è il caso di dirlo – corde. Per Memories Of Home ne hanno scelti nove, sette dal loro repertorio e due finora inediti. Il risultato è raffinatezza pura e rilassato piacere di suonare.
Un jazz minimale nel formato ma grandissimo negli sviluppi sonori: i due si sovrappongono, si incrociano, si divertono, si distendono su riff complessi e tessiture serene. Si conoscono a fondo, si ascoltano e conversano in maniera fluida, senza voler prevalere bensì sollecitando le reazioni dell’altro con la finalità di far fluire nitida la musica, da vecchi amici quali sono.
«Diverse composizioni che ho scritto in passato evolvono nella mia mente poco a poco nel tempo», ama dire Holland, forse il più prolifico tra i contrabbassisti come compositore dopo Charles Mingus. «Quando le registrai per la prima volta, queste tracce erano proposte con una strumentazione diversa, addirittura non di rado ero partito immaginandole per un grande organico. Così penso sempre sia una buona via il riprendere queste vecchie composizioni vedendo cosa di nuovo può accadere loro. Anche perché naturalmente John aggiunge molte idee originali ai brani.»
Per questo il grande musicista inglese (ricordiamo ingaggiato appena 22nne da Davis al posto di un certo Ron Carter) continua nell’opera di rivisitazione di suoi vecchi brani e convince Scofield di fare altrettanto, a cominciare dall’apertura Icons At The Fair, registrata per la prima volta dall’americano nell’album Combo 66 del 2018, in tributo alle “icone” del jazz Miles Davis ed Herbie Hancock e ispirandosi all’arrangiamento hancockiano della Scarborough Fair di Paul Simon apparso nell’LP The New Standard del pianista, dove suonavano sia Sco che Dave. Dal sapore swingante, si sviluppa con sfreccianti linee di chitarra che, come un temporale estivo, girano attorno al calore delle solide e flessibili linee del contrabbasso.
Mean To Be intitolava il primo album del quartetto di Scofield (con Lovano al sax, Marc Johnson e Bill Stewart ai ritmi, datato 1991) e qui distilla il proprio groove sottile andando oltre l’andamento da ballad e lasciando tra le note silenzi carichi di intenzioni. Si procede nel segno della reinvenzione e mai della nostalgia, perché ogni traccia viene rivisitata alla ricerca di altre possibilità rivelate dal linguaggio specifico di ciascuno, come è evidente in Memorette, brano scofieldiano del 2007 (cd This Meets That in trio), che vede il chitarrista in un itinerario impegnativo e nervoso, sia dal punto di vista melodico che ritmico, cui l’amico offre un continuo paracadute di note rotonde e calde da cui ripartire e divagare.
Ancora del chitarrista è Easy For You, tratto da What We Do, il secondo esito del suo quartetto del 1993. È il momento più lirico del cd, con il tono vellutato di Holland che aggiunge dimensione alla melodia spezzettata e di una bellezza discreta. Le tracce firmate da Holland, tutte incise per la prima volta in quintetto pianoless e con tre fiati, si mostrano più spontaneamente funzionali agli incroci e all’interazione, a cominciare da Mr. B, omaggio al bassista Ray Brown inciso nel 1998 per l’album Points Of View. Del resto è un dato che sono i bassisti i musicisti che capiscono meglio di chiunque altro quanto nel jazz l’interplay d’insieme sia più importante delle esibizioni individuali.
Seguono Not For Nothin’ che titolava un cd hollandiano del 2001 e che, dopo un minuto di assolo del contrabbasso poi continuato a ¾ dell’esecuzione, diventa un vibrante esempio di “chitarrismo” alla Scofield, incisivo e bluesy nel rendere scorrevoli anche le frasi più atonali e tormentate, e You I Love, la più datata delle tracce, che risale all’LP del 1984 Jumpin’ In, dove suonava ironico capriccio di ottoni, e che evolve in “malizioso” esempio di virtuosismo dialogato, di chiamata e risposta, senza che mai l’ego espositivo prevalga sul distendersi della musica.
Due gli inediti: Mine Are Blues di Scofield e la conclusiva title track di Holland. Entrambe trasudano un lirismo profondo, con un’ineffabile agilità di esecuzione, dove ancora sottigliezza e interazione sono fondamentali e rivelano costantemente nuovi dettagli. Due giganti in stato di grazia, due musicisti fantastici, perfetti nell’intendersi e nell’empatia tra loro, un “duo delle meraviglie”, una macchina perfetta, che vola come un hovercraft in assoluta scioltezza e libertà.






































