Marty Supreme
di Josh Safdie
con Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow, Odessa Adlon, Abel Ferrara, Tyler the Creator
Marty Mauser è un asso del ping pong. Il suo sogno (uno dei tanti) sarebbe creare una palla da ping pong arancione (perché bianca sul bianco delle magliette scompare) e arrivare al torneo dei tornei in Giappone. Siamo negli anni Cinquanta, Marty vende scarpe e mette incinta ragazze a New York, è divorato dall’ambizione di arrivare (come i suoi spermatozoi, in gara verso l’ovocita) e per arrivare (almeno in Giappone) ha bisogno di soldi, e invece lui è al verde e vive di sogni, di autoillusioni e di guai: ne crea e gli capitano addosso a ripetizione. Il titolo del film potrebbe essere “I guai di Marty”. Aggiungete che le sponsorizzazioni per arrivare ai tornei non sono gratis e richiedono umiliazioni, che i campioni Usa che battono i campioni locali in Giappone sono simpatici come un’estensione della seconda guerra mondiale e che la frenetica vita di Marty tra tavoli, racchette, lavoretti, amori hollywoodiani decadenti, crolli, mafiosi, cani, furti, scarpe, soldi veri e no e un milione di bugie, sembra un piano sequenza. Ci sono troppe cose, ma l’idea era di rendere la frenesia delle schiacciate e delle risposte sul tavolo da ping pong. E in questo “aggiungere/aggiungere/aggiungere” il film ricorda i precedenti Good Time e Diamanti grezzi girati da Josh a quattro mani col fratello Benny (quello di Smashing Machine). Per molti è la conferma della maturità di Chalamet (premiato al Golden Globe). Il Vero Marty si chiamava Riesman, era soprannominato “Ago” per la magrezza, era un giocoliere istrione, la sua biografia sembrava un romanzo del dopoguerra a New York e lui personalmente voleva essere un incrocio “di Einstein, Hemingway e Joe Louis”, intelligente, mitico e veloce. Non ha mai colorato le palline e amava le racchette nude, senza gomma.





































