Ci sono dischi che sembrano nati per dialogare tra loro pur provenendo da mondi lontani. Dark Sides di Roberto Ottaviano e Buarqueana di Maria Pia De Vito appartengono a questa categoria di opere, che, pur diversissime per linguaggio e intenzione, finiscono per “capirsi” a distanza. Raccontano due modi complementari di abitare il presente: uno attraverso le ombre, l’altro attraverso la parola poetica. Uno scava nelle crepe del mondo per ricordarci che l’arte può essere un atto di resistenza, l’altro accarezza la parola fino a farla brillare, perché l’arte può essere un atto di intimità. Insieme, ci mostrano che la bellezza non è un lusso, ma un modo per restare umani.
Roberto Ottaviano
Dark Sides (Dodicilune/IRD)
Voto: 9+
Trasformare il presente in un atto artistico che non sia semplice intrattenimento, ma esperienza, riflessione, memoria, è complessa trasformazione dell’infinita mutevolezza del divenire in qualcosa di non-più-riducibile, quasi un’egoistica sintesi (eppure lontana dalle insidie della soggettività) del memorabile che l’artista è chiamato a individuare e a disporre all’attenzione altrui. Ed è un fine che Roberto Ottaviano si pone da sempre con un jazz che necessariamente procede per frizioni, deviazioni, ritorni inattesi.
Dark Sides è un ulteriore passo in questa direzione, un disco che non teme l’oscurità contemporanea, anzi la assume come materia da modellare. Il disco nasce come un’indagine sulle “zone d’ombra” del nostro tempo, i conflitti, le manipolazioni, le derive etiche, le fragilità collettive, nel tentativo di trasformare in suono ciò che spesso resta indicibile e nella volontà di fare del sassofono una lente che approfondisce, uno scalpello che incide, talvolta una ferita che sanguina.
La formazione scelta è un organismo vivo, costruito per esplorare territori di confine, dove tradizione e avanguardia si sfiorano senza mai annullarsi e dove le alchimie sonore sono pretesti per aprire varchi. L’oud di Peppe Frana introduce un respiro arcaico, quasi rituale, e si intreccia con le elettroniche di Luca Roccatagliati alias Dj Rocca, che sono pulsazioni, distorsioni, interferenze, e spostano continuamente il baricentro del suono, e con contrabbasso e batteria di Giorgio Vendola ed Ermanno Baron, costruttori di un incedere ritmico che si deforma e si ricompone.
Ne esce un paesaggio sonoro in cui il Mediterraneo incontra il digitale, la memoria incontra il rumore, la melodia incontra la frattura. Una continua sovrapposizione di piani, di linee che emergono e scompaiono, di pattern ritmici che si spezzano, dentro cui Ottaviano usa il soprano come un pennello sottile, capace di frasi che sembrano sospese, mentre al clarinetto preferisce un timbro più granuloso, quasi materico. La sua voce è un grido trattenuto che diventa gesto politico, un fraseggio che sembra voler restituire dignità alle debolezze del mondo.
La tracklist alterna riletture sorprendenti – dal tradizionale basco Gabriel’s Message a quello balcanico Syte, dal tema Bridal Ballad firmato dall’inglese Jocelyn Pook per il film shakespeariano Il Mercante di Venezia al conclusivo Goin’ Home del compositore classico Antonín Dvořák – a magnifiche composizioni originali, che sembrano emergere da un magma emotivo profondo. E se A Long Deception apre il disco come un presagio, un campo di possibilità, la title-track ne rappresenta il cuore pulsante, che si contorce e si espande come se ogni nota fosse un atto di testimonianza.
Maria Pia De Vito
Buarqueana
(Parco della Musica/Egea)
Voto: 9
Se Ottaviano lavora sulle ombre, Maria Pia De Vito sceglie la luce filtrata dalla poesia. Lei non scava, abbraccia. Buarqueana è un incontro tra mondi che si riconoscono: la canzone di Chico Buarque e la lingua napoletana condividono malinconia, ironia, sensualità e, soprattutto, una musicalità intrinseca. Il lavoro di traduzione, che la cantante aveva già operato nove anni fa con Core [Coração], dedicato a brani di Buarque e di altri autori della música popular brasileira (la MPB di Egberto Gismonti, Tom Zè, tradotti in quel cd, e anche di Elis Regina, Jorge Ben, Milton Nascimento e via dicendo), è di nuovo il cuore del progetto.
De Vito non traspone letterariamente i testi, li reinventa, cercando equivalenze emotive. Il napoletano diventa una seconda pelle per le melodie di Buarque, restituendo loro una densità timbrica che amplifica le sfumature. È un’operazione complessa, da orafo, trovare la parola che faccia risaltare la poesia sospesa di chi canta contro la dittatura con una lettera a un amico oltreoceano – Amico mio (Meu caro amigo) – e con la storia drammatica della madre di un oppositore torturato e ucciso – ‘O cunto d’Angelica (Angelica) -, di chi esplora i sentimenti con la finezza acuta nel leggerli dentro di sé – Je me pensaje (Atè pensei) – e nel vederli assottigliarsi a poco a poco – Almanacco (Almanaque) – e la poesia che illumina sé stessa – il classico Uma palavra che diventa Parola primma – e che testimonia la sua essenza – Chest’è (Pois è).
Sul piano musicale, il disco è un equilibrio raffinato tra rispetto e libertà, con una produzione elegante nella sua luce soffusa, nel suo “respirare” le atmosfere brasiliane. Protagonisti tre dei musicisti del precedente cd con le chitarre dal tocco leggero, quasi acquerellato del carioca Roberto Taufic, le percussioni di Roberto “Red” Rossi, che non invadono, ma suggeriscono, e il pianoforte del gallese Huw Warren, che gioca più con gli spazi che sulle armonie. Mentre la voce di De Vito è il filo che tiene insieme tutto, con una morbidezza e una precisione mai compiaciute, che la fanno muovere tra canto e narrazione con l’eleganza e l’adesione di una castigata mise di alta moda.
La presenza di Buarque in due brani (come era successo in Core [Coração]) non è un cameo, è un gesto di riconoscimento di poetiche affini. Le due voci si intrecciano con una naturalezza che rende la distanza geografica e culturale inutile dettaglio. E la cantante brasiliana Mônica Salmaso aggiunge un ulteriore strato di delicatezza, un contrappunto che arricchisce la magnifica Valsa contro ‘o tiempo (Valsa brasileira). Tutto Buarqueana vive un clima di sottrazione, di attenzione all’essenza, ogni silenzio pesa quanto una nota, ogni scelta timbrica è un gesto di rispetto verso un repertorio che appartiene alla storia della canzone mondiale.






































