Giulia Staccioli appartiene a quella ristretta schiera di creatori che non si limitano a immaginare nuovi mondi: li costruiscono, li abitano e poi invitano il pubblico a entrarci. Ex ginnasta olimpica a Los Angeles 1984 e a Seul quattro anni dopo, danzatrice con il gruppo iconico dei Momix, è una coreografa dalla visione chiarissima, che ha espresso negli ultimi trent’anni con la compagnia Kataklò, che fondò nel 1996. Fondendola con la danza, ha saputo trasformare la disciplina atletica in una grammatica poetica, dove ogni gesto diventa racconto e ogni equilibrio si fa metafora. I danzatori-atleti dei suoi spettacoli uniscono forza, acrobazia, teatro fisico, sorprendente abilità nel reinventare lo spazio scenico, precisione millimetrica, con la capacità di stupire senza mai cadere nell’effetto gratuito.

I Kataklò propongono un continuo attraversamento di confini, un dialogo serrato tra corpo e immaginazione, tra gravità e desiderio di superarla. Questo percorso trova una nuova, affascinante tappa in Aliena, il loro spettacolo più recente, che concluderà il suo tour di grande successo con le performance al Teatro Carcano di Milano (fino all’1 febbraio), poi a Bollate,Vezzano, Genova, Como, Vigevano e Venaria Reale. Aliena è un’indagine sull’identità che cambia, sulle percezioni che si spostano, su ciò che accade quando ci si sente “altro” rispetto al mondo che ci circonda. È un invito a guardarsi attorno con occhi nuovi, a lasciarsi sorprendere da ciò che non comprendiamo subito, a riconoscere che qualunque diversità è un’occasione di scoperta.

foto di Gino Rosa

Giulia, lei nel mondo della danza è stata spesso considerata “strana”, “fuori contesto” per il suo mixare il gesto atletico insieme con la parte di danza e la parte teatrale, ma oggi forse non è più così…

«Non lo so se non è più così. Io mi sono sempre sentita un po’ fuori contesto con il mio progetto, che è un po’ diverso rispetto alla danza tradizionale. Adesso Kataklò è conosciuto come un progetto di commistione di generi, anche se il pregiudizio legato all’essere o non essere danza è ancora presente.»

Però molta danza contemporanea sta seguendo la vostra tendenza ad aumentare il rapporto con le “prestazioni” del corpo…

«Posso dire sicuramente che in questi 30 anni il gesto fisico-atletico è entrato in modo molto evidente all’interno del contemporaneo e della danza in generale. Se trent’anni fa un corpo atletico per un danzatore veniva guardato come alieno, adesso ci sono tanti danzatori che sono molto fisici proprio a livello di struttura muscolare. Anche i danzatori classici sono molto cambiati e i loro corpi, pur non derivati dallo sport, si avvicinano al gesto fisico-atletico in modo molto chiaro anche nel danzare.»

Come nascono i vostri spettacoli? Cosa viene prima: l’idea, la musica, lo spazio, il corpo di ballo?

«Direi l’idea, tante notti insonni con la mente che viaggia. Poi il mio concetto creativo è sempre stato impostato nella condivisione con i miei danzatori e anche stimolato dalle loro caratteristiche, che negli anni sono molto cambiate. I primi performer Kataklò erano assai diversi da quelli di adesso. Anch’io ero diversa. Questa condivisione dell’idea, la voglia di stare in sala prove, di lavorare sul dettaglio, di costruire insieme dei movimenti, porta a tanta sperimentazione prima e alla selezione poi di elementi che emergono e che diventano una coreografia. C’è una ricerca costante, perché non sono gesti accademici o di tradizione, ma sono costruiti proprio con la ricerca.»

foto di Lorenzo Gorini

Non di rado rappresentate figurazioni e pose che si rifanno a suggestioni visive che provengono anche da quadri o fotografie famose, in un rapporto continuo con la storia dell’arte. Perché questa scelta?

«Io lavoro in modo molto visuale. Non parto dal sentimento quando sono in sala prove con i miei danzatori, parto da delle immagini. Mi costruisco un’immagine nella testa con inevitabili riferimenti che cerco o che vengono poi trovati con il tempo sia a livello di gesto, sia di costumi o di luci. Ce ne sono di più poetici, di fisici, di caravaggeschi, di astratti, di surreali. Che si confrontano anche oggetti scenici che richiamano il surrealismo e altri che invece descrivono la situazione. Parlo sempre di reale e surreale, per le immagini che sono la guida del mio lavoro.»

Qual è il rapporto tra musica e sua rappresentazione nei vostri spettacoli?

«Io ho sempre lavorato sulla musica in modo ritmico, mi interessa la dinamica che la musica ha dentro di sé. Molto sui pieni e sui vuoti musicali, sulle sfumature. La musica è integrante rispetto al gesto, al movimento, poi però passo a momenti in cui opero totalmente in contrasto. C’è sempre una grande ricerca dal punto di vista musicale proprio per non fermarmi davanti a sonorità troppo comuni o troppo conosciute.

Non sono appassionata di un unico genere, se non quello di ricercare sempre cose nuove. È la mia matrice un po’ su tutto. Ho cominciato ricercando quando ancora non c’erano le piattaforme musicali, ma dovevo acquistare tanti, tanti, tanti cd. Poi ho realizzato lavori insieme a compositori, come per l’ultimo spettacolo Aliena per il quale Gp Cremonini (il veneziano Giovanni Pietro Francesco Maria Cremonini è un contrabbassista e compositore che ha lavorato molto in Francia in ambito jazz, autore di colonne sonore e da pochi anni anche ristoratore, ndr.) ha fatto un lavoro veramente molto bello e interessante che è nato insieme alla danza. Io chiedevo a lui delle suggestioni, lui vedeva quella che era la nostra sperimentazione, per cui c’è stato un lavoro di integrazione molto importante tra il movimento e la musica.»

foto di Lorenzo Gorini

Ci parli di Aliena, l’ultimo spettacolo che avete realizzato e che offre una sintesi dei vostri trent’anni di attività…

«Più che una sintesi, direi che è una sorta di racconto. Un racconto di questi 30 anni per come io li ho vissuti. Ci sono delle tappe salienti e importanti che sono accadute, ma con la sfumatura derivata da come sono state vissute da me. Ho avuto tantissimi danzatori che si sono susseguiti in questo lungo lasso di tempo e ogni momento è legato a vicissitudini mie personali e a quello che in quel momento il cast che era con me mi ha potuto dare e ricevere. Lo spettacolo sono delle tappe che io ho fissato nella mia memoria e sulle quali ho voluto lavorare con i miei danzatori di oggi.

Questo spettacolo sta avendo molto successo proprio perché viene considerato sorprendente e ipnotico. Nel senso che è andato in direzione di una ricerca che non era scontata, portando a dei movimenti che sono inaspettati e sorprendenti. Se all’inizio i danzatori hanno dei costumi ipertrofici, che esaltano ancora di più la loro muscolatura, è perché rappresentano un ritorno indietro nel tempo, quando i primi Kataklò erano tutti ginnasti di altissimo livello, e quindi a un movimento condizionato da quelle fisicità, successivamente invece c’è la ricerca della naturalezza, della diversità proprio a livello di movimento, c’è la caduta e la risalita. Ogni cosa ha una caratteristica particolare che posso raccontare proprio perché ho dei danzatori che sono molto versatili.»

Esprimete spesso un atletismo quasi impossibile, come se il corpo per voi avesse sempre bisogno di continue sfide. Tutti però pensiamo che la sfida sia soprattutto un appannaggio della mente. Com’è la combinazione tra le due realtà?

«Quello che chiedo ai miei danzatori è “uscire dal giudizio”, che è un grandissimo sforzo da un punto di vista mentale, perché un danzatore, così come un atleta, è estremamente autogiudicante. Quando si porta il corpo o l’azione in una direzione scomoda, la prima cosa che frena è il giudizio, il sentimento, per una meccanica mentale. Per loro è una sfida sempre continua. A volte so che i miei danzatori sono più affaticati mentalmente che fisicamente proprio perché è un continuo mettersi in gioco, che porta però a una sorta quasi di necessità a mettersi in quella condizione. Un po’ come il maratoneta che deve arrivare sempre al limite, così che poi la mente e il corpo vadano di pari passo in questa direzione.»

Crede che il futuro della danza sia nella multidisciplinarietà?

«A saperlo… Sinceramente non so rispondere a questa domanda. Il mio credo è che nell’unione di cose diverse ci sia la parte più interessante. Per questo mi piace parlare di Aliena come dell’espressione di guardare a ciò che c’è di diverso da noi per osservarlo e avere uno scambio senza fermarsi, parlando di danza, in un tecnicismo unico. Però è il mio punto di vista. Se la danza va o no in questa direzione non riesco a capirlo, perché vedo tanta omologazione. Pur nella multidisciplinarietà vedo cose molto simili l’una all’altra. Vedo un desiderio di arrivare alla multidisciplinarietà, ma anche delle linee comuni che portano a un gesto molto simile. Non lo so, vedo che in questo momento ci sono desideri molto contrastanti anche nelle giovani menti coreografiche.»

foto di Lorenzo Gorini

Chi le piace di più?

«No comment. Sono una curiosa nata, però devo dire che sono anche una persona che si annoia molto facilmente. Per cui mi piace, come nella musica, qualcosa di uno e poi mi piace un altro e difficilmente ho un unico pensiero su un unico artista. Mi piace cogliere il bello, però in lavori differenti.»

Stanno per iniziare le Olimpiadi invernali di Milano/Cortina e il festival di Sanremo. Ci racconti qual è stata la vostra esperienza per le Olimpiadi di Torino e quella sul palco dell’Ariston.

«Sono due situazioni molto differenti. Molto. Le Olimpiadi di Torino 2006, per cui ho lavorato a livello creativo con un impegno che è iniziato come ex-atleta, quindi anche lavorando su quella che era la mia conoscenza di cosa significa una cerimonia olimpica vista dal di dentro. Io e mio marito, che è stato olimpionico della pallavolo per tre edizioni dei giochi, abbiamo avuto modo di portare la nostra esperienza già nella prima fase dell’organizzazione della cerimonia. È il grandissimo evento che ti fa lavorare per mesi e per anni e poi si esaurisce nel giro di poco, con un livello di tensione altissima. Una bellissima esperienza che si porta dietro un grandissimo carico di responsabilità. Personalmente amo maggiormente le esperienze più contenute e che hanno la possibilità di andare avanti, piuttosto che lavorare tantissimo per qualcosa che si esaurisce in un attimo e che fa sì che tutto quello che hai fatto finisca lì.

Per quanto riguarda Sanremo essere in quel momento al centro dell’interesse d’Italia è una follia tutta di corsa, tutta all’ultimo minuto, che però ti porta a una storicità diversa. Abbiamo avuto modo di lavorare a Sanremo in modi molto diversi, accompagnando alcuni cantanti, operando sulle sigle, ed è diverso essere lì come ospite oppure come cast, ma è sempre interessante. Le Olimpiadi sono un evento mondiale, galattico; Sanremo è il cuore dell’Italia che batte per la musica. Sono proprio emozioni diverse: da una parte c’è il pensiero del mondo che ti osserva, dall’altra c’è l’italianità che ti fa dire questa cosa la viviamo tutti, ed è molto più intensa per noi italiani.»

Ci parli infine del libro Aliena

«È un po’ la mia autobiografia. Racconto la mia storia, che mi ha portato anche a celebrarla con Kataklò in questo spettacolo. Sono molto emozionata per il libro, perché sento sempre un po’ strano parlare della propria vita. La mia vita è stata particolare, con tante cose interessanti perché estranee, anche abbinate assieme. È stato un passo importante di accettazione di questa mia diversità, quindi ci tengo molto. Ci saranno anche tante foto, da quando ero piccolissima a quelle di quest’ultimo spettacolo.»

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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