La scomparsa di Josef Mengele
di Kirill Serebrennikov
con August Diehl, Burghart Klaußner, Maximilian Meyer-Bretschneider, Carlos Kaspar
Quando Mengele (Diehl) pensa ai campi di stermino (lui, medico, ad Auschwitz era soprannominato “l’angelo della morte”) il film da bianco e nero passa a colori. Colori tenui, modalità da pellicola casalinga, cose atroci riprese come serene banalità quotidiane. Quando Mengele incontra dei gemelli i suoi occhi si accendono, a volte anche la sua sensualità. I gemelli erano una delle sue ossessioni di medico, non solo per gli esperimenti ad Auschwitz. Il resto è la continua fuga di Mengele attraverso l’America latina, nascosto, coperto e finanziato dalla famiglia e dalla catena di soccorso degli ex nazisti, inseguito dai fantasmi: la rabbia di essere un perdente, l’ossessione di essere il capro espiatorio mentre gli altri medici ad Auschwitz avrebbero fatto cose più tremende delle sue, l’ossessione di finire come Eichman rapito dagli ebrei e portato in processo a Gerusalemme. Che non avvenne, ma i fantasmi sono più resistenti della realtà. Questo Mengele secondo Serebrennikov è diverso dalla Moglie di Tchaikovskji e da Limonov. Sempre ossessioni, sempre scatti anche isterici di creatività, sempre tempi lunghi e particolari curiosi, la distanza tra gli incisivi, il diastema, che segna quasi biologicamente un corpo che si crede diverso superiore e ariano, una curiosa, maliziosa domanda sulle origini del cognome Mengele…





































