«Tutti quanti voglion fare il jazz», cantava Scat Cat, il personaggio creato dalla Disney nello storico film di animazione del 1970 Gli Aristogatti. Ma in molti pensano che il jazz non sia un genere per tutti, che bisogna essere ascoltatori preparati per apprezzarlo, che i suoi interpreti abbiano un bagaglio formativo assai vasto, tale che le improvvisazioni tipiche di questa forma d’arte, perché le si realizzino al meglio, debbano sfruttare talmente tanti contenuti da diventare “incomprensibili” e quindi non accettate dal grande pubblico. Errore. E lo dimostra appieno il recente album Dream Archives (ECM/Ducale), firmato dal pianista di Minneapolis Craig Taborn, in trio con la violoncellista Tomeka Reid e il percussionista Ches Smith.

È un musicista particolare Taborn. Si divide tra lo strumento acustico e quello elettrico/elettronico senza soluzione di continuità, e lo fa con esiti quasi contrastanti, quasi esistesse in lui una doppia personalità, un dr. Jeckill e un mr. Hyde che finora non si sono incontrati quasi mai. E questo album – inciso nel 2024 e che vede la luce dopo un’acclamatissima tournée europea del trio – conferma che non si tratta di una dicotomia mente/cuore, bensì di una mente affilata (quella “uno dei visionari dell’attuale wave”, secondo la nota affermazione della prestigiosa rivista USA Down Beat) che avanza per strade diverse, ma ognuna disseminata di dubbi: sparsi, leciti, quasi inevitabili.

La sua musicalità ipnotica e la sua attenzione ai dettagli maniacale sorreggono uno straordinario senso della narrazione e una ricerca improvvisativa lacerante e drammatica (nel senso etimologico del termine: lui lo approfondisce affermando che «c’è molto da dire sul permettere che le cose nascano dalla necessità musicale nell’intero arco della storia che viene raccontata».) Reduce dalla MacArthur Fellowship 2025, denominato anche genius grant, il “premio dei geni”, Taborn sviluppa un percorso musicale che percorre una moltitudine di itinerari stilistici e sonori per configurare universo pieno di fantasie, di combinazioni, di insegnamenti, di suggestioni, di “sogni”.

Dream Archives è un album che piace immediatamente, pur nella sua complessità e nel suo incrociarsi di equilibri che improvvisamente si fanno instabili e pronti a crearne di nuovi, nel suo intreccio di elementi e di richiami, che vanno dalla composizione pura contemporanea al jazz centellinato delle avanguardie, dalla distensione emotiva jarrettiana alla microanalisi concettuale, dai groove quasi danzanti alla libertà impossibile dell’inquietudine. Con una combinazione di colori e di timbri che il violoncello melodico, pizzicato, solista e il crogiolo percussivo aggiungono esponenzialmente al mimetismo assoluto della tastiere di Craig.

Taborn, Reid & Smith – foto di Roberto Cifarellii (ECM Records)

L’iniziale Coordinates For The Absent è una finestra su un ambiente austero e magico, per certi versi ostile e per altri stimolante, in cui elementi acustici ed elettronici si confondono per illuminare di bagliori e lampi una foschia che ingloba e dematerializza. Feeding Maps To The Fire è un’apertura alla consapevolezza, un quadro che rende sonoro l’espressionismo astratto di Clyfford Still, cone le note che si fanno entità organiche ed esperienze profonde perché mutuate con passione dalla molteplicità di associazioni intrinseche a ogni essere vivente.

L’intermezzo con le due cover di “riferimenti culturali” del Nostro, come la Geri Allen di When Kabuya Dances e il Paul Motian di Mumbo Jumbo, si configura come apologia della gioia: del cuore l’una e della mente l’altra. Sboccia dal lirismo sconsolato e si dischiude, dilata, diffonde fino al prefinale martellante, fino al sogno di un futuro prossimo venturo accogliente quanto appagante la prima. È un labirinto pieghettato e scomposto/ricomposto, un cubo di Rubik in mano a un bambino curioso, uno studio intellettuale di possibilità da forgiare e “discutere” con i mai come qui determinanti compagni di avventura l’altra.

Due brani di quasi 12 minuti l’uno – come i primi due composti dal leader – segnano il definitivo ingresso in un territorio frastagliato e surreale, mimetico e gestuale, a volte una passeggiata a occhi bendati sul bordo delle Cliffs of Moher, altre impossibile approfondimento sulle Giant’s Causeway, sempre da ascoltare con dedizione pur nella tortuosità, nello scheggiato, nel fluttuare e nella “morosità” dell’insieme. La title track, con un vibrafono intrigante all’inizio, è un volo sullo scambio di intenzioni, un’immersione nella “via dell’acqua” di un Avatar che combina pienezza e inquietudine, meraviglia e solitudine, l’avventura di navicella miniaturizzata dentro le vie del sangue di viscere appassionate. Enchant incanta, punto.

Non saranno pochi coloro non d’accordo sulla comprensibilità – intesa come appagante lettura personale – e sulla bellezza – intesa come progressivo riempimento dell’io – immediate di un album come questo. Non saranno pochi quelli che troveranno le parole iniziali di questa presentazione come più adatte a una musicalità, anche in ambito jazz, differente da questa. A loro il suggerimento amichevole di lasciarsi andare senza pregiudizi ad ascoltare questa combinazione musicale di peso e intrigo, di sogno e umanità, di essenza e problemi, semplicemente respirando. Dream Archives respira con noi.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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