C’è un momento, nella vita di chi ascolta musica per mestiere o per vocazione, in cui ti accorgi che certi dischi non arrivano per caso. Non fanno rumore, non cercano la vetrina, non inseguono l’algoritmo. Semplicemente esistono, e ti chiedono di fermarti un attimo. È quello che succede con tre uscite recentissime, che, pur diverse tra loro, condividono una cosa fondamentale: la volontà di mettere al centro la personalità di artisti che, senza filtri e senza scorciatoie, suonano in un linguaggio universale e necessario.

da sinistra: Dayna Stephens, Jacopo Ferrazza, Emiliano D’Auria, Philip Dizack, Kush Abadey

Emiliano D’Auria

The Baggage Room Vol. 2 – Meanwhile (Via Veneto Jazz)

Voto: 7/8

 «Il “tempo sospeso” che diventa racconto» è un’attribuzione di solito legata alle opere di arte fotografica oppure pittoriche. Conferirla a un’arte che possiede di suo il concetto di tempo – e di ritmo, se vogliamo – è abbastanza forzoso. Eppure il pianista Emiliano D’Auria è uno di quei musicisti che lavorano utilizzando dei Timeless Threads (“fili senza tempo”, come titola il brano di apertura di questo album) per elaborare la sua scrittura elegante e mai compiaciuta.

Dopo aver “tratto il dado” dell’attraversamento dell’Atlantico con il precedente album The Baggage Room, il pianista più “scandinavo” (anche per ragioni di famiglia: il padre Sergio, bassista, lavorò per 15 anni nel nord Europa) del nostro panorama jazz, continua il suo personale Great Arrival – così gli storici definiscono l’immigrazione massiccia verso New York, avvenuta tra il 1880 e il 1914, di oltre quattro milioni di italiani, tutti costretti a lasciare le loro povere cose nella “stanza del bagaglio” del titolo durante le operazioni doganali – con questo secondo volume.

Per le nuove registrazioni D’Auria avvicenda la sezione ritmica (i nuovi sono l’ottimo contrabbassista Jacopo Ferrazza, autore del brano Distance, l’unico non del leader, e il batterista Kush Abadey) e mantiene il trombettista top Philip Dizack e il sassofonista Dayna Stephens. Ne esce un disco energetico, un moderno jazz mainstream in cui restano decisivi l’impronta melodica, gli assolo notevoli e l’approccio rigoroso e irrisolto insieme. Il clima è quello della narrazione hardboppistica aggiornata a un presente variegato e dinamico e al suo interno si colgono riferimenti davisiani e shorteriani nelle costruzioni compositive e nelle voci fiatistiche, così come powelliane per il pianismo fluido ed espressionista di D’Auria. Non avrebbero infastidito due o tre ballad in più, vista la pregevole qualità dell’unica proposta, Savoring Life’s Journey.

da sinistra: Karlo Ilić, Denis Razz, Roberto Magris, Rajko Ergić

Roberto Magris/Denis Razz Quartet

In Action (JMood)

Voto: 7/8

 Il pianista triestino Roberto Magris, che ha lavorato a lungo negli States ed è titolare di una quarantina di lavori, ci presenta la sua band “locale”, ovvero quella con cui ama esibirsi nei jazz club del Friuli-Venezia Giulia, della Slovenia e della Croazia. Sono infatti croati i tre musicisti che formano con lui questo quartetto elegante e piacevole, perfettamente mainstream, a cominciare dal co-leader Denis Razz (di cognome anagrafico fa Razumović), sassofonista di buona fama, e terminare con la coppia ritmica Karlo Ilić, a contrabbasso, chitarra e oud, e Rajko Ergić, batterista e saltuariamente sassofonista.

Magris e Razz scelgono la strada dell’energia, del gesto, dell’azione: In Action è un titolo che non lascia spazio a dubbi. E ci narra come il jazz sia un organismo vivo, che pulsa, che si muove, che non sta fermo un secondo. Magris, la cui visione sul jazz e la sua storia è lucidissima, trova in Razz un partner ideale, dal suono caldo, diretto, narrativo, capace di passare dal fraseggio morbido alla spinta decisa senza perdere coerenza. E il quartetto funziona come una macchina perfettamente oliata, con quella dose di imprevedibilità che rende tutto più “umano”.

Il doppio cd è un viaggio nella tradizione americana – ci sono brani di Mal Waldron, Wayne Shorter, Sun Ra, dell’amatissimo McCoy Tyner, la magnifica The Plum Blossom di Yusef Lateef e lo standard My Foolish Heart – filtrata attraverso una sensibilità europea – che emerge anche negli ottimi inediti – e una “forma” da rivista patinata: swing, hard bop, improvvisazione libera, interplay serrato. Senza nostalgia, ma con la certezza della sua attualità, riaffermata da musicisti che si divertono davvero a dialogare tra loro. Ricordando a ogni battuta che il jazz, prima di tutto, è un atto fisico. È corpo, è gesto, è reazione immediata.

Andrea Goretti e Sivan Arbel

Andrea Goretti & Sivan Arbel

Bazrima (Dodicilune/IRD)

Voto: 8

 Diverso, ma altrettanto profondamente jazzistico, è il lavoro del duo formato dal pianista dalla sensibilità raffinata Andrea Goretti e dall’intensa vocalist e compositrice israeliana Sivan Arbel. Di lei in Francia dicono: «Sivan crea un universo tutto suo, al confine tra letteratura e poesia… tanto accessibile quanto incantevole, è una sinfonia che unisce armoniosamente influenze orientali e occidentali.» La sua ricerca propone il superamento dei limiti delle sue tradizioni per arrivare a una celebrazione in chiave jazz del melting pot di New York, città dove risiede. Ha cantato e ricevuto premi in tutto il mondo per i suoi tre cd, Broken Lines del 2016, Change Of Light del 2019 e Oneness del 2024.

Il pianista mantovano ha sviluppato una carriera di solista e compositore in stile ECM, collaborando con Roberto Bonati e Joy Grifoni, Stefano Gueresi e Alberto Minozzi, scrivendo per balletti e teatro e incidendo tre album: Unusual Trio e A Light In The Darkness del 2021 e Silences: The Impossible Show dell’anno successivo.

I due si incontrano al jazz club Beit Haamudim di Tel Aviv due anni fa. Lei è sul palco a cantare e lui è nel parterre, reduce dalla partecipazione a un evento di pura improvvisazione radicale. Due giorni dopo al Jerusalem Jazz Festival si ritrovano tra il pubblico, Sivan lo riconosce, capisce che è un musicista italiano e lo avvicina. Da quella conoscenza e dalla passione della cantante per il nostro Paese nasce un sodalizio che si è esibito in mezza Europa e che oggi debutta con un album in coppia dal titolo Bazrima, che in ebraico significa “flusso”.

Arbel usa la voce per raccontare, per evocare, per creare paesaggi, per lanciare richiami. Goretti le tesse intorno un macramè ricco e mai invadente, che sostiene e allo stesso tempo lascia spazio a un dialogo continuo, quasi rituale, in cui ogni brano diventa un piccolo universo di jazz cameristico, world music, raga indiano (in The Void, Part II e Mantra), cantautorato, sapori mediterranei, improvvisazione vocale. Bazrima ci ricorda come ci sia ancora spazio per la profondità, per la ricerca, per la “cura”.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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