Il ciclo di film prende spunto dalla data di uscita in sala il 5 marzo di Nouvelle Vague, il film di Richard Linklater, presentato a Cannes che racconta la lavorazione di Fino all’ultimo respiro, film d’esordio nel 1959 di Godard
Michel (Jean Paul Belmondo), un piccolo ladro di automobili che però ha ucciso un poliziotto, ha una breve e tormentata storia d’amore a Parigi con Patricia (Jean Seberg), una bella studentessa americana. Il piccolo gangster vorrebbe convincerla a fuggire con lui in Italia, ma la donna stanca della relazione lo denuncia e presto Michel sarà ucciso dalla polizia. È il 1960 e sugli schermi francesi esce Fino all’ultimo respiro (A bout de souffle), un film rivoluzionario da un soggetto di François Truffaut e primo lungometraggio di Jean-Luc Godard, che stordisce lo spettatore per le immagini, i suoni, i rumori e la difficoltà di rintracciare una struttura narrativa in senso convenzionale. Protagonista della pellicola, girata con un modestissimo budget in pochi giorni per le strade di Parigi, è l’attore Jean-Paul Belmondo, che aveva già interpretato Doppia mandata di Claude Chabrol e La ciociara di Vittorio De Sica. Agli ordini del regista il giovane interprete guarda spesso nella macchina da presa, violando una norma non scritta del cinema che pochi altri cineasti, come Max Ophüls e Orson Welles, avevano osato trasgredire. Fino all’ultimo Respiro, insieme a I 400 colpi di Truffaut, è considerato il manifesto della Nouvelle Vague, l’onda che sta trasformando il cinema francese di quegli anni.
Nato a Parigi il 3 dicembre 1930, Jean-Luc è figlio di un medico, mentre sua madre appartiene a una ricca famiglia di banchieri. Dopo aver studiato in Svizzera e alla Sorbona, frequenta insieme all’amico François Truffaut, la Cinémateque e il noto critico André Bazin. Scrive recensioni di film per “Gazette du cinéma” e per “Cahiers du cinéma”. Nel ’54 gira un documentario sulla costruzione di una diga in Svizzera dal titolo Opération béton e successivamente firma alcuni cortometraggi dallo stile anticonvenzionale.
Il giovane cineasta è già uno sperimentatore del linguaggio filmico ed un originale artista di talento. Il suo Fino all’ultimo respiro, ritratto di un disordine generazionale votato alla sconfitta, è caratterizzato da un montaggio nevrotico con brusche rotture (una vera sfida alle tradizioni della sintassi cinematografica), dall’uso di una macchina da presa molto mobile, dalle inquadrature anticonformiste e da una dichiarata voglia di mettere fine alla concezione narrativa del cinema. “Non mi piace proprio dover raccontare una storia– afferma- preferisco una specie di arazzo, uno sfondo sul quale poter intessere le mie idee”.
Dopo Questa è la mia vita (1962), un lucido sguardo sulla prostituzione, gira nel 1963 Les Carabiniers, una favola antibellica tratta da un racconto di Roberto Rossellini, che appare come coautore della sceneggiatura. La storia di due fratelli chiamati alle armi da due carabinieri, mandati in guerra, decorati per eroismo e poi fucilati come criminali dal nuovo potere vincente, è un apologo anche sull’illusione della realtà. Nel 1963 è la volta di Il disprezzo, tratto dal romanzo di Alberto Moravia, protagonista lo scrittore di gialli Paul Javal (Michel Piccoli) scritturato dal produttore americano Jeremy Prokisch (Jack Palance) per rimaneggiare una sceneggiatura commerciale adatta per il grande pubblico. Javal è un intellettuale in crisi sposato a Camille (Brigitte Bardot), una francese molto affascinante, che è corteggiata insistentemente da Prokosch. Per il suo atteggiamento ambiguo lo scrittore mette a repentaglio il suo matrimonio, provocando in Camille un profondo disprezzo. La pellicola avrà una travagliata esistenza. Il produttore Carlo Ponti, in lite con il regista, apporta nell’edizione italiana venti minuti di tagli, una nuova colonna sonora di Piero Piccioni e un diverso montaggio alla pellicola che nell’edizione francese regala allo spettatore una solare Bardot senza veli, mentre Godard stesso compare nei panni di un aiuto regista. Nel ’64 dopo Bande à part dal romanzo della Série Noire “Fool’s Gold” di Dolores Hitchens, considerato un classico della Nouvelle Vague, segue Agente Lemmy Caution, missione Alphaville, un’incursione nel genere fantascientifico e la rappresentazione di un futuro apocalittico in un mondo programmato da un gigantesco computer, che si avvale dell’ironica presenza dell’attore Eddie Constantine nel ruolo dello scanzonato detective dalla faccia da gangster, ma dal cuore nobile in difesa della legge. Nel 1965 è ancora Jean-Paul Belmondo l’interprete principale di Il bandito delle 11 nei panni di un insegnante di spagnolo stanco della sua esistenza monotona, che abbandonerà la famiglia per scappare verso il mare con una donna.
Godard a metà degli anni Sessanta diventa un militante della sinistra radicale francese e il suo cinema ovviamente ne risente. Nel 1967 dopo Due o tre cose che so di lei e La cinese, storia di alcuni giovani rivoluzionari che tentano di applicare i dettami teorici di Mao, gira Week-end, un uomo e una donna da sabato a domenica, un duro attacco alla società dei consumi. Del ’68 è Una donna sposata, interessante studio sociologico sull’alienazione della donna nella società moderna.
Amato, detestato, discusso e copiato, ma riconosciuto universalmente come uno dei più grandi autori del cinema degli anni Sessanta e Settanta, Jean-Luc Godard continuerà il suo percorso artistico unico. Si salvi chi può la vita (1980), Passion (1982), Detective (1985), Cura la tua destra (1987), Nouvelle Vague (1990), sono film che continuano a far discutere i critici e il pubblico. Premiato con il Leone d’oro nel 1984 per Prénom Carmen e con l’Oscar alla carriera nel 2011, Godard, scomparso il 13 settembre 2022 a 91 anni a Rolle, un paese della Svizzera affacciato sul Lago di Ginevra, è stato e continuerà ad essere un punto di rifermento e di ispirazione per tanti giovani registi in tutto il mondo.
Giorni e orari delle proiezioni in aggiornamento suwww.cinetecamilano.it







































