Nel panorama delle musiche attuali – tra jazz, contaminazioni cameristiche e classiche, cantautorato colto e linguaggi transnazionali – si stanno affermando con sempre maggiore forza protagoniste femminili capaci di ridefinire l’idea stessa di autorialità. Non si tratta di una semplice presenza numerica, è una questione di prospettiva, di sensibilità, di modo di intendere la forma musicale. I quattro album che vi proponiamo hanno tutti una titolare donna alla guida del progetto. E questo elemento, lungi dall’essere un dettaglio sociologico, si riflette nella qualità della scrittura, nella cura del suono, nella capacità di costruire mondi espressivi coerenti e profondi. Sono lavori che non cercano scorciatoie, che non puntano all’effetto immediato, ma che si sviluppano attraverso un ascolto attento, stratificato. Quattro poetiche diverse, quattro modi di intendere la musica come spazio di ricerca e di identità.

Julia Hülsmann
While I Was Away (ECM/Ducale)
Voto: 8
Un ottetto con tre voci soliste, che mai diventano un coro, viola e violino, coppia ritmica e il suo pianoforte è quello che mette in campo la pianista di Bonn. Julia Hülsmann è l’esponente più nota dello scenario jazzistico del suo Paese, il più ampio in Europa, tanto che è stata per un paio d’anni anche presidente dell’Unione dei musicisti jazz tedeschi. Ricca di una formazione molto ampia, che spazia dalla musica classica al pop, agli inizi segnata da una predilezione particolare per Sting, è in primis artista sempre rispettosa della melodia. E lo dimostra anche questo suo nuovo While I Was Away con un programma di avventurosi brani originali, una rivisitazione particolare del successo del 1999 di Ani DiFranco Up, Up, Up, Up, Up, Up e un brillante brano brasiliano della cantautrice Zélia Fonsesca.
Il pianismo è asciutto, mai compiaciuto, eppure capace di una dolcezza che arriva senza bisogno di alzare la voce. Le melodie si muovono come linee sottili che si intrecciano e si sciolgono, mentre il quartetto che accompagna Hülsmann mantiene un equilibrio quasi telepatico. Non c’è nulla di superfluo, la musica procede per sottrazione, lasciando emergere un senso di vulnerabilità controllata. E le parole sono spesso autentica poesia, sia perché scelte negli zibaldoni di poeti accademici come Emily Dickinson, Margaret Atwood ed E.E. Cummings, sia perché i testi dei vocalist Aline Franzão, Michael Schiefel e Live Maria Roggen (questi ultimi autori in proprio di uno e due brani rispettivamente) sono anch’esse di un lirismo convincente e non banale.
Un album che unisce il jazz da camera al pop più intellettuale, il liederismo classico all’afflato contemporaneo e all’improvvisazione controllata (preziosi gli assolo del violino di Héloïse Lefebvre) per costruire sospensione, intimità e vulnerabilità, con le note che sono scelte con la precisione di chi conosce il peso delle sfumature. Con la ricerca vocale e l’espressività del canto che si sviluppano come pensiero musicale che privilegia la chiarezza formale e la profondità emotiva. È un lavoro che richiede attenzione, ma che ripaga con una profondità rara.

Mariapia Gobbi & Gabriele Zanchini Trio
Cantares (Dodicilune/IRD)
Voto: 7/8
«Eugenio Montale paragona la vita a un flusso inarrestabile, definendola “una fiumana che non ha ripe né sfocio”: e così è anche la musica, arte del tempo e dell’istante, che si lascia cogliere pienamente solo nel momento in cui si realizza. Questa caratteristica di estemporaneità trova la sua massima espressione nel jazz», così Mariapia Gobbi introduce l’ascolto di Cantares, il nuovo album della cantante romagnola, che la vede di nuovo accompagnata da Gabriele Zanchini al pianoforte e Mirko Merloni al contrabbasso, come avveniva nel disco attribuito al quartetto di lei In My Ellington Mood del 2021, con Manuel Giovannetti alla batteria ad avvicendare Gianluca Nanni.
Il loro percorso insieme è di origine teatrale, ma questo punto di arrivo possiede una struttura che va oltre la narrazione per attuare la continua ricerca di un territorio dove il presente si costruisce nota dopo nota, poesia dopo poesia. Un luogo del cuore dove la voce e il trio pianistico diventano due poli che si attraggono e si respingono, dove la voce non è semplice interprete, ma personaggio, dove il pianoforte non è solo uno strumento, è una bussola.
Se Gobbi canta con un timbro che sembra portare con sé una memoria antica, Zanchini, con il suo piano camaleontico, apre continuamente nuove possibilità. Il jazz è distillato nel suo confrontarsi con il pop più elegante e con l’emozione “cantabile” che suggeriscono le parole. Autentici versi poetici, che hanno autori illustri – il Dante del Purgatorio, Eugenio Montale, Giovanni Pascoli, l’Antonio Machado di Cantares e la poetessa contemporanea Maria Concetta Giorgi – e che portano sia la linea vocale che quella strumentale verso un camerismo interiore e vissuto, verso un’emozione che arriva direttamente, vestita con un’eleganza che la rende ancora più incisiva. Fino alla conclusiva, eccellente cover della Amore che vieni, amore che vai di Fabrizio De Andrè, illustrata da un canto elegiaco e malinconico, da un contrabbasso che apre spazi inattesi e da un piano che vola leggero e pensoso.

Clarissa Colucci
Echoes From Home (WoW)
Voto: 7
È interessante questo debutto della cantante pugliese Clarissa Colucci, che compone cinque dei sei brani e arrangia alla sua maniera la magnifica Send In The Clowns, scritta nel 1973 da Stephen Sondheim e presto diventata uno standard a oggi proposto in oltre 900 versioni. Definisce il suo Echoes From Home «un lavoro di ricerca che nasce dalla mia vocazione compositiva, affiancata alla dimensione vocale, e racconta un viaggio inteso come metafora di naufragio e desiderio di approdo, articolato in diverse tappe.
La parte strumentale, sorretta da un quintetto di giovani strumentisti – Matteo Serra (clarinetto), Canio Coscia (sax tenore), Lorenzo Mazzocchetti (pianoforte), Sergio Mariotti (contrabbasso) e Federico Negri (batteria) – che sanno il fatto loro, è prevalente su quella cantata e dimostra una disarmante sincerità. Non cerca effetti speciali, non punta al colpo di scena, ma costruisce un mondo sonoro coerente, spesso intimo, che invita l’ascoltatore a entrare in punta di piedi. In più la voce di Colucci è limpida, controllata, con un vibrato discreto che emerge solo quando necessario. La sua tecnica non è mai esibita, preferisce un fraseggio naturale, quasi conversazionale, che rende ogni brano una sorta di confessione musicale.
Un jazz mainstream che si ascolta con piacere, tra momenti di vocalese e buoni assolo dei fiati, misurata gestione delle dinamiche e attenzione alla trasparenza timbrica, delicatezze che evitano ogni retorica e un fraseggio naturale, conversazionale. Un apprezzabile equilibrio dà al disco una continuità naturale e, nonostante la comprensibile mancanza del coraggio di uscire dai sentieri battuti e di emanciparsi dall’eredità dei “padri” per costruire ponti e provocare nuovi incontri, lo fa apprezzare come un esordio gradevole quanto promettente.

Christianne Neves
Europeo (Alfa Music/Egea)
Voto: 8
Il sottotitolo di questo album è European Music Meets Brazilian Jazz, dove per “musica europea” si intende quella classica di Johann Sebastian Bach, Béla Bartók ed Erik Satie, mentre nel “jazz brasiliano” vanno inquadrate la title-track della stessa protagonista (che vede la suggestiva partecipazione dell’ottima vocalist siciliana Daniela Spalletta) e le sue elaborazioni di tracce dei compositori spagnoli del XX secolo, quali Joaquín Turina e Frederic Mompou, e del carioca Heitor Villa-Lobos. La pianista Christianne Neves è molto stimata nel suo Paese, dove ha collaborato con vari musicisti e cantanti – tra cui Paulinho Da Viola, Gal Costa, Daniela Mercury, Chico Cesàr – e diretto e suonato in vari spettacoli teatrali e festival, oltre ad aver inciso una manciata di album, a cominciare da Refúgio del 2000 e Duas Madrugadas del 2004.
Il connubio tra classica e jazz, iniziato con le origini stesse della musica afroamericana, si rafforza con le evoluzioni successive di quest’ultima, a cominciare dal bebop, dal cool, dalla third stream music, passando per il free dei 60 e arrivando fino ai giorni nostri, un’epoca in cui ogni improvvisatore dedito alla ricerca possiede ormai grande familiarità anche con la tradizione colta europea. Questo recente capitolo dedicato alla combinazione tra la tradizione colta europea e il jazz si apre e si chiude con due brani in duetto (Neves al piano elettrico è con Amilton Godoy, il pianista dello storico Zimbo Trio) di Villa-Lobos, vorticose e gioiose danze di bambole, mentre il resto del repertorio vede la Nostra in trio con gli ottimi Amedeo Ariano alla batteria e Dario Rosciglione.
Unica eccezione Sacromonte, una delle danze gitane dell’andaluso Turina, proposta con incalzante ondeggiare da Neves con un trio di efficaci strumentisti brasiliani, tra i quali il flautista Ubaldo Versolato. Tutto l’album, con la sua brillantezza elegante, ha il pregio di rassicurare qualsiasi genere di ascoltatore, senza ricorrere a compromessi penalizzanti, a suoni “leccati” o a umilianti ruffianerie. Europeo è un disco luminoso, pieno di movimento e anche capace di momenti di sospensione che rivelano una sensibilità profonda.







































Grazie di cuore per la bellissima recensione del mio album Europeo. Sono molto felice ed emozionata di leggere i tuoi parole . Un abbraccio di Brasile!