Scriveva Fabio Pessotto nel 2019 de Il Vile, secondo lavoro dei piemontesi Marlene Kuntz: «un album compatto, omogeneo e allo stesso tempo con mille sfumature diverse, ognuna delle quali frutto di un periodo musicale specchio della società in cui ci si trovava, e per questo probabilmente impossibile da replicare. Ancora più cattivo e marcio rispetto al precedente Catartica, rappresenta la massima espressione estrema del quartetto di Cuneo, un lavoro da cui i fan ancora oggi possono attingere.» È per quest’ultimo motivo che la band, oggi formata dal chitarrista e fondatore (era il 1988) Riccardo Tesio, dal cantante e chitarrista Cristiano Godano, dal polistrumentista Davide Arneodo e dai ritmi Luca “Lagash” Saporiti al basso e Sergio Carnevale alla batteria, ripropone quell’ottimo album a trent’anni dalla pubblicazione in vinile colorato, con l’aggiunta di un libretto di 16 pagine in formato A4 con una tavola per ogni canzone e 3 cartoline, firmato dall’illustratore Alessandro Baronciani.

«Non volevamo fare solo una ristampa “normale”, perché crediamo, che questa edizione non sia solo per chi ricorda l’edizione di 30 anni fa, ma possa conquistare nuovi ascoltatori», ci confermano. «Quando si deve scegliere un artwork si pensa a un grafico, un artista, abbiamo fatto delle copertine che erano quadri. Stavolta abbiamo trovato un disegnatore interessante, che conosceva già l’album per averlo ascoltato all’epoca e che ha aggiunto dei fumetti che sono microstorie, ciascuna relativa a una canzone del disco.»

Riproporre Il Vile a trent’anni di distanza dall’uscita, dopo peraltro averlo già fatto dieci anni fa, non suona come un’operazione di revival o addirittura di marketing?

«Se potessimo rinascere chiederemmo a Dio, a parità di condizioni, di essere molto più furbi col marketing, che è proprio un’attitudine cui non siamo settati. Revival è ciò che piace alla gente, le persone sono felici di rivivere emozioni vissute tempo addietro. E la nostra serietà concreta in tutto quello che facciamo è arrivata a molte persone, che ascoltano più volte i nostri pezzi, ne capiscono i testi, che spesso sono stati analizzati e molto approfonditi dai fans. E poi il nostro lavoro è remunerativo quando suoniamo dal vivo, perché fare dischi non rende più nulla. Va sottolineato perché molti non lo hanno bene in testa. Per cui se festeggi un disco nel trentennale e avrai persone felici di venire a riascoltarlo è un’occasione importante di lavoro.»

Il tour Marlene Kuntz suona Il Vile partirà il 5 marzo prossimo dal club The Cage di Livorno per chiudersi il 18 aprile al Demodé di Bari. Gli altri locali che accoglieranno la band cuneese sono elencati qui sotto, mentre i biglietti dei concerti sono già disponibili al sito di vivaticket.

Perché con il tempo si è diradata la vostra proposta di lavori inediti?

«Perché i nuovi dischi non fruttano nessun soldo dal punto di vista economico nella maniera più radicale, quindi è molto frustrante impegnarsi nel fare un disco che richiede un’energia particolare, un impegno che non è quello di chi registra dei brani di hip-hop con uno che fa le basi e l’altro rappa e un relativo investimento per uno studio di un certo livello, quattro o cinque musicisti, un produttore, molti soldi che si farà molta fatica a recuperare. In più comunque incontro alle critiche di chi dirà che non sei più quello di una volta, che ti sei rincoglionito. Sono elementi che ti tolgono voglia di andare in sala, ti spingono a suonare dal vivo e a fare anche concerti magari trentennali perché sai che la gente li vuole e viene a vederli. Nel nostro mondo ideale tutto ciò non dovrebbe avere spazio, faremmo anche un disco all’anno, però il nostro mondo ideale in questo momento non esiste. Tant’è che oggi un disco all’anno, come succedeva venti o trenta anni fa, li fanno uscire solo i superbig che non hanno problemi di budget oppure è musica prodotta in piccoli studi con relativamente pochi mezzi. Detto questo appena finito il tour, cominceremo a pensare al nuovo album, a concentrarci su cose nuove, a provare, a scrivere, perché vorremmo farlo uscire nel 2027.»

foto di Federico “Fristy” Cordelli e Nicola Brignoli

Voi siete di Cuneo: qual è stato e qual è il vantaggio di vivere in provincia?

«All’inizio ci ha permesso di non farci distrarre dai sensi di competizione, quando internet non c’era. Adesso è un disastro, con tutti che dicono che tutto è fantastico: i social non sono consigliati ai depressi. Prima essere provinciali voleva dire avere questo sganciamento che ci ha permesso di portare avanti il nostro discorso senza troppe contaminazioni, che avrebbero potuto essere sia positive che negative. In questo secondo caso ci avrebbero distolto dalla nostra mission artistica e fatto fare altro che magari, alla luce dei fatti, non sarebbe stato così fieramente bello come quello abbiamo ottenuto continuando isolati per conto nostro. Eravamo comunque consapevoli che in qualche modo ci mescolavamo con gli altri, dato che sono più di trent’anni che giriamo per le città d’Italia e ci piace farlo.»

Quando un artista si sente appagato? Quando dice “ho finalmente lasciato qualcosa di me”?

«Se il parametro è questo possiamo dire che in tutti i dischi che abbiamo fatto abbiamo lasciato qualcosa di noi stessi. È chiaro che ci sono cose che sappiamo avrebbero potuto venire meglio e altre che addirittura sarebbe stato meglio non fossero pubblicate. Ma questo è il punto di vista meramente razionale, da quello emotivo e sentimentale non c’è nessuna occasione di rammarico. Tutto quello che abbiamo fatto è sempre stato un’affermazione di noi stessi, un qualcosa che abbiamo lasciato di noi. Poi qualcosa ha funzionato meglio, altro peggio, però in tutti i nostri dischi non è mai entrato, almeno mai per nostra volontà, nessun ipotetico lato B, nessuna canzone di seconda mano. Tutto quello che finisce sul disco per noi è magnifico, altrimenti resterebbe nei cassetti, poi chiaramente il confronto con il mondo là fuori decide ciò che è destinato ad allargarsi come successo oppure no. Però mentre componiamo siamo sempre idealmente convinti di star facendo il meglio possibile in quel momento.»

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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