I quattro dischi che vi presentiamo parlano di identità, di radici, di incontri. Sono lavori che non temono la contaminazione, anzi la cercano. Le melodie hanno un sapore italiano, africano, mediterraneo, mediorientale, le ritmiche guardano a più tradizioni, le atmosfere oscillano tra intimità e apertura. Sono dischi che portano “altrove”, ma senza mai perdere il contatto con l’emozione più semplice, quella dell’ascolto. Non sono dischi da mettere in sottofondo: sono dischi da ascoltare. Da vivere. Da lasciare sedimentare. Perché la world music, specie quando è elaborata così, non è un genere: è un modo di raffigurare il mondo di oggi, partendo dalle sue origini.

Crossing
The Path Before Us (Circular Music)
Voto: 8
Guarda all’Africa nordoccidentale affacciata sul Mediterraneo il primo lavoro del trio formato dal griot, “cantastorie”, del Burkina Faso Petit Solo Diabaté (specialista del cordofono kora, impegnato anche ai tradizionali ngoni, un altro strumento a corde e all’antico “vibrafono” balafon), dal percussionista e multistrumentista salentino Nino Martella e dal violoncellista classico Marco Schiavone. Con The Path Before Us i Crossing costruiscono un disco che sembra un cammino vero, di quelli che fai quando hai bisogno di rimettere ordine nei pensieri, tra mondi, generazioni e anime. Non c’è fretta, non c’è ostentazione, c’è un procedere lento, meditativo, che lascia spazio all’aria tra una nota e l’altra.
Le corde – che intessono tutto il lavoro – disegnano paesaggi che cambiano come la luce del tardo pomeriggio, mentre le melodie si aprono con una naturalezza che sa di cose vissute, non inventate a tavolino. La forza del disco sta proprio nella sua capacità di evocare immagini senza mai forzarle. Ogni brano è una tappa, un punto di osservazione diverso, un piccolo frammento di un percorso più grande. Dal canto corale alla bellezza della natura Ne Ma Lon si passa alla delicata invocazione bambara agli antenati Mah Koro, dallo strumentale sacro Djandjo dei mandinka al Bobo Sira, il percorso verso la vorticosa città burkinabé Bobo Dioulasso, dalla dedica “narrata” al grande maestro del balafon Mamadou Traoré con il flauto di Clara “Blavet” Calignano al magnifico inno al futuro Hope, dallo strumentale Nomad del popolo fula, con la punteggiatura di Emanuele Coluccia al sax, a quello percussivo-pizzicato dei samiou all’amicale jam session conclusiva Song For A Friend, con l’aggiunta dei due fiati e dei ngoi di Mohammed Tounkara.
I Crossing scelgono sempre la via della sottrazione, e paradossalmente è proprio lì che trovano la loro ricchezza. Le armonie sono curate ma mai ridondanti, gli arrangiamenti sembrano scolpiti più che scritti. Le trame acustiche si intrecciano con una delicatezza quasi cinematografica, come se ogni brano fosse una scena sospesa tra malinconia e speranza. Non c’è mai la ricerca dell’effetto immediato, ma questo album resta, sedimenta e ti invita a seguirlo.
Gnut & Alessandro D’Alessandro
Dduje paravise (squi[libri])
Voto: 8/9
La “canzone napoletana”, termine con il quale si intende la musica popolare di tradizione orale in dialetto dell’area partenopea, sorretta sia da ritmi tipici come la tarantella sia nella forma della villanella o della ballata dalla melodicità passionale, ha una storia secolare, che affonda le radici nel XIII secolo e che, dopo l’esplosione nell’Ottocento, arriva fino ai giorni nostri della Nuova Compagnia di Canto Popolare e degli Almamegretta.
Dduje paravise del cantante e chitarrista Gnut (alias di Claudio Domestico) e dell’organettista e manipolatore elettronico Alessandro D’Alessandro ripropone otto brani storici, seppure non celeberrimi, di questo patrimonio, cui sommano una rivisitazione in napoletano dell’evergreen brasiliano Manhã De Carnaval – il tema principale del film Orfeu Negro, firmato dai grandi Antônio Maria e Luiz Bonfá, diventa la struggente e triste L’alleria e o’dulore arricchita dalla voce di Tosca – e due loro brani, che rientrano perfettamente nell’atmosfera generale.
I due costruiscono un disco che sembra uscito da un vicolo al tramonto, quando le voci si sovrappongono e la città diventa un’unica grande storia collettiva. Le canzoni hanno una delicatezza antica, ma non sono mai nostalgiche. Sono vive, piene di dettagli che profumano di quotidiano, di mare, di legno consumato dal tempo. E scopriamo ancora una volta che Napoli non è solo un luogo, ma un modo di respirare, di raccontare, di stare al mondo. Come insegnano ad esempio la “classica” Silenzio cantatore di Libero Bovio del 1922, la dolce E mo’ e mo’ di Peppino di Capri del 1985, l’introspettiva Cammina Cammina di Pino Daniele del 1977 e la suadente Tutto o niente dei due titolari.
Gnut e D’Alessandro si muovono con una naturalezza sorprendente tra tradizione e contemporaneità. Sono due narratori che conoscono bene la materia che maneggiano e il risultato è un disco che trova una dimensione sospesa tra malinconia e dolcezza. Come nella rivisitazione della Villanella di Cenerentola di Roberto De Simone, in quella variegata di Maruzzella di Renato Carosone e in quella mirabile del capolavoro ‘E ccerase di Salvatore Di Giacomo. Persino nel tradizionale La nova gelosia, proposta al solo organetto seguendo la versione con chitarra e viola elaborata da Fabrizio De Andrè nel 1990.
Francesca Incudine
Radica (Moonlight/IRD)
Voto: 9
Dopo l’importante stagione del 2019, Francesca Incudine sembrava scomparsa dal panorama musicale italiano, come se la vittoria al Premio D’Aponte e al contest di Alitalia Fai Volare la tua Musica e la Targa Tenco, ottenuti per l’ottimo album Taraké, fossero il punto di arrivo per la sua carriera. In realtà sono stati dei cambiamenti di vita personali, compreso lo spostamento dalla natia Enna all’hinterland milanese per motivi di lavoro (di musica tradizionale non si campa!), a farci attendere per oltre sette questo Radica, terzo album di una cantautrice che conferma di essere una delle voci più personali della world italiana.
L’incontro tra istanze folk mediterranee e popular music d’autore, tra tradizione siciliana e sensibilità cantautorale, è perfettamente equilibrato e offre al disco una dimensione narrativa fortissima. L’intenso richiamo alle radici è una dichiarazione d’intenti: solo da esse, che sanno essere vive e ancorate al cuore delle persone, non solo riferimento museale o nostalgie immobili, può venire una spinta verso la comprensione dell’oggi e lo sguardo verso il domani, in un dialogo continuo tra passato, presente e futuro.
La voce di Incudine è luminosa e, al medesimo tempo, di una potente freschezza, sa accarezzare e graffiare con la naturalezza che appartiene solo agli interpreti del tutto coinvolti nelle loro interpretazioni. La accompagna per lo più un trio di strumentisti – Manfredi Tuminello, a chitarra e voce, il polistrumentista Raffaele Pullara e il percussionista Salvo Compagno – che sa fondere elementi antichi e moderni con partecipe sensibilità, cui si sommano vari contributi. Ogni brano è una storia, un piccolo rito, un frammento di identità che si rinnova.
Si passa da Unni vai, con al centro il viaggio come sofferto distacco, al nostalgico Ci fu un tempu, dalla coinvolgente Malalingua, con la tromba emozionante di Samuele Davì, a Zinda, dedicata all’attivista pakistana Sabeen Mahmud, cantata in italiano e urdu (dalla giovane Simal Nafees). Poi c’è un brano ispirato dal poeta Ignazio Buttitta, una ballata ritmata e antifascista dedicata alla maestra e partigiana sarda Mariangela Maccioni, una cover minimale di Luigi Tenco (Cara maestra, due voci, l’altra è di Germana Di Cara, e chitarra), Du paruleddi dall’andamento alla Fabrizio De Andrè, la tradizionale Coroncina in onore di Maria SS. Della Visitazione di Enna, insieme al solo fratello Mario Incudine a piano e voce. E c’è molto ancora in un disco che si apre ascolto dopo ascolto come una pianta che cerca la luce, perché non si limita a celebrare le radici: le interroga, le reinventa, le utilizza come materia viva.

Chiara Raggi
Zénta (Musica di seta)
Voto: 8/9
Premiata poco prima dello scorso Natale con l’Arcangelo d’oro dal sindaco della sua città, Santarcangelo di Romagna, la poetessa Annalisa Teodorani (sei libri, considerata l’erede di Tonino Guerra, poeta e sceneggiatore per Federico Fellini, Michelangelo Antonioni, Francesco Rosi) è l’autrice dei testi dialettali di questo settimo album della cantautrice Chiara Raggi, riminese emigrata a Torino. Raggi, da anni attiva nel panorama indipendente e nota per la sua poliedricità espressiva, contrariamente ad esempio al suo album del 2019 Blua Horizonto cantato interamente in esperanto e con lo pseudonimo Kjara, qui ha pochi contatti con i portati tradizionali, in particolare nessuno con il liscio romagnolo e tutti i suoi riferimenti. Si avverte qua e là solo il melodismo tipico di certi canti narrativi dei contadini o di certe ballate folkie, che l’allure “modernista” dell’arrangiatore e produttore, nonché chitarrista, programmatore e bassista, Gianluca Morelli (già con i Landlord visti a X-Factor nel 2015 nella squadra di Skin) diluisce con perizia. Di fatto è solo il dialetto santarcangiolese a riportare questo lavoro nelle coordinate world.
Però Zénta è l’album di una cantautrice raffinata ed esperta, che sa comporre, cantare e suonare le chitarre, classica ed elettrica, con talento e che, insieme a Morelli e al pianista e sintetista Enrico Giannini, costruisce un universo sonoro elegante, intimo o aperto, dove elettronica soffusa, pop di classe, spoken word poetry – recitata dalla stessa Teodorani – e canzone d’autore raffinata convivono con naturalezza sorprendente. Con il passo lieve, la parola sussurrata, la melodia che si insinua piano, cresce e poi non se ne va più.
La sua tematica è incentrata sul “lasciarsi andare” del secondo brano (il primo è una sorta di ouverture strumentale) Làsa andè, sul vivere secondo le proprie aspettative di donna, musicista, madre. Il cd è dedicato a Olimpia Costanza, la figlia di Chiara nata durante la sua preparazione, destinataria in particolare della Ninanàna per una burdèla e, in prospettiva, anche della conclusiva Vòula, “vola fuori da qui/ da questa gabbia di parole/ che imprigionano l’anima”. Sono canzoni scritte con la penna e con il respiro, che parlano di emozioni quotidiane, di fragilità, di piccoli momenti che spesso passano inosservati, ma che, se guardati da vicino, rivelano una bellezza inattesa.







































